mercoledì 29 aprile 2015

REYKJAVIK CAFé di Solveig Jonsdottir

Questo romanzo è uscito nelle librerie il 12 marzo scorso e io sono molto orgogliosa, perché per una volta sono sul pezzo. Beh, quasi...è passato più di un mese. Ma chi mi segue regolarmente sa che non parlo mai di libri appena usciti, io arrivo sempre dopo, non riesco a stare al passo con queste cose. Quindi sono molto felice di parlarvi ora dello straordinario Reykjavik Café.

Per una donna i trent'anni sono un'età meravigliosa, si comincia a fare sul serio e ad assaporare il bello della vita. Peccato che non sia quasi mai così.
Hervor, Karen, Silja e Mia, ad esempio, sono tutte alle prese con situazioni sentimentali caotiche e insoddisfacenti. C'è quella che si accontenta di saltuarie notti di sesso con l'ex professore di università; chi vive dai nonni, trascorrendo i weekend in discoteca e svegliandosi ogni volta in un letto diverso. Oppure la dottoressa, costretta a lunghi turni di lavoro, che la volta che rientra a casa senza avvisare sorprende il marito con una biondina. E poi c'è la più scombinata di tutte: è stata lasciata dal fidanzato e ora vive in una mansarda in mezzo agli scatoloni del trasloco, faticando a trovare un lavoro e una direzione nella vita. Le quattro giovani donne non si conoscono né sembrano avere molti punti in comune. A unirle è la pausa al Reykjavik Café dove, nel buio gennaio islandese, vanno a cercare un po' di calore. Finché, fra un latte macchiato e un cocktail di troppo, ognuna troverà la propria felicità, o qualcosa di molto vicino.

Prima di tutto un accenno alla copertina: secondo me è stupenda. Solo guardandola si viene catapultati nel freddo inverno islandese. Perché le copertine sono importanti, non prendiamoci in giro. Quando mi trovo di fronte un libro, la scelta di prenderlo o no dipende da diversi fattori: quello più importante, che influenza il 50% della decisione, è sicuramente la trama; un 15% lo attribuisco al titolo del romanzo (per esempio, non leggo nulla che nel titolo abbia qualcosa che si può mangiare...fissazioni mie); e il restante 35% va tutto alla copertina (e al formato del libro).

La scrittura è fresca e scorrevole, già dalle prime pagine il lettore viene coinvolto nella storia e da quel momento in poi è difficile posare il libro. Ogni capitolo corrisponde a una delle protagoniste, alternandosi tra Hervor, Mia, Silja e Karen, con un ritmo sempre incalzante e divertente, non si perde mai il filo della storia e alla fine il lettore ha un quadro completo di ciò che è accaduto.
Le quattro ragazze non si conoscono, ma si sfiorano continuamente durante tutta la storia, incrociandosi e influenzandosi con il loro passaggio. Questo mi ha permesso di riflettere su quanto le nostre azioni influenzino la vita di chi ci sta intorno nel bene (come nel caso di Hervor con Marinò), oppure nel male (come accade tra Karen e Silja). Mai sottovalutare l'importanza di una buona azione nei confronti di qualcuno. Bisognerebbe impegnarsi per fare sempre del bene, anche perché dicono che prima o poi torni tutto indietro e questo romanzo dimostra questa teoria.

Un'altra cosa su cui mi sono ritrovata a riflettere, mentre le pagine mi scorrevano tra le mani, è che quando tutto va male non servono molte parole, a volte basta un semplice abbraccio, pieno d'amore e comprensione, da chi ci sta vicino (che può essere un familiare, ma anche un amico sensibile appena conosciuto); oppure può essere utile anche un buon caffè, che scalda il cuore in una giornata fredda.
Queste quattro donne passano un periodo buio e triste della loro vita, come l'inverno buio e freddo dell'Islanda, protagonista anch'esso insieme alle ragazze, che sferza la capitale con i suoi soffi gelidi. Ma poi arriva la primavera, anche quando sembra tutto troppo buio, il sole comincia a scaldare un po' di più e quel freddo che congelava le ossa comincia a dipanarsi, il cuore riprende a battere e la vita stessa ricomincia.

Da questa terra poco conosciuta, fredda, ma incredibilmente interessante è uscito un romanzo affascinante che parla di quattro donne forti e determinate, che si rialzano dopo una caduta e sanno prendere in mano le redini della propria vita. Non mi stupisce che un libro così arrivi proprio da una giovane scrittrice islandese, Solveig Jonsdottir, perché recentemente ho letto un bel articolo del The Post Internazionale in cui si spiegava perché l'Islanda sia il paese più femminista al mondo. Dateci un'occhiata.

martedì 21 aprile 2015

QUANDO DAL CIELO CADEVANO LE STELLE di Sofia Domino

Sofia Domino è una giovane autrice italiana. Come la sorella Rebecca, il cui romanzo La mia amica ebrea ho già recensito, ha scritto un libro che parla delle terribili condizioni degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.
Entrambe hanno pubblicato i loro romanzi il Giorno della Memoria dell'anno scorso (27 Gennaio 2014). Io ve li avevo presentati entrambi in questo post.
Con incredibile ritardo, e per questo mi scuso con entrambe le autrici, oggi vi parlo di "Quando dal cielo cadevano le stelle".

Lia è una ragazzina italiana di tredici anni, piena di sogni e di allegria, con l'unica colpa di essere ebrea durante la Seconda Guerra Mondiale. Con le leggi razziali la sua vita cambia, e con la sua famiglia è costretta a rifugiarsi in numerosi nascondigli. Passano gli anni, in cui Lia non perde la speranza di riuscire un giorno a vedere la fine della guerra, ma nessuno l'ha preparata alla rabbia dei nazisti. Il 16 ottobre del 1943, la comunità ebraica del ghetto di Roma viene rastrellata dalla Gestapo. Lia sarà deportata ad Auschwitz con tutta la sua famiglia e da quel giorno avrà inizio il suo incubo: i nazisti le ricorderanno che una ragazzina ebrea non ha il diritto di sognare, sperare, amare e vivere. Ma Lia ha un'incredibile determinazione. Quella determinazione brillerà nei suoi occhi quando il freddo sarà troppo pungente, quando la fame sarà lancinante, quando la morte sarà troppo vicina e nonostante tutto le farà amare ancora la vita.


Quando si parla di Olocausto si fa presto a pesare alle cattiverie commesse dalla Germania verso gli ebrei, ma questo romanzo ci permette di rivolgere lo sguardo anche a casa nostra, in Italia, e ci ricorda che purtroppo anche noi abbiamo la nostra dose di colpe per quello che è accaduto. Molti sono stati gli ebrei italiani deportati in campi di concentramento e molto pochi sono tornati alla fine della guerra. Noi italiani tendiamo ad avere la memoria corta, a girarci dall'altra parte, e romanzi come questo possono aiutarci a non dimenticare, per non commettere più gli stessi errori.

La scrittura è molto semplice e il gran numero di dialoghi, più botta e risposta che dialoghi lunghi, fa in modo che la storia scorra velocemente nonostante siano più di quattrocento pagine. Purtroppo la carenza di descrizioni, sia dei personaggi, degli ambienti, ma anche delle emozioni provate da Lia non permettono un vero e proprio coinvolgimento del lettore nella storia. Credo che sia molto difficile far trasparire, attraverso le pagine di un libro, emozioni che non si sono mai provate sulla propria pelle, ma solo riportate e ascoltate da altri.

Il lavoro di documentazione che ha fatto Sofia Domino per scrivere questo romanzo è sicuramente immane, lo si può notare benissimo dalle molte note a piè di pagina che l'autrice ha inserito. Tutto questo è sicuramente necessario per capire meglio il contesto e il periodo in cui tutta la storia si svolge.
Le descrizioni di ciò che subivano gli ebrei sono estremamente dettagliate, ma forse questo rende il racconto un po' ripetitivo (ogni giorno è uguale a quello precedente) e va a discapito delle descrizioni di sentimenti, emozioni, paure e riflessioni che sono carenti, se non assenti, per gran parte del romanzo. Questa poteva essere una buona strategia di scrittura per far capire al lettore la terribile situazione all'interno dei campi di concentramento. Una volta deportati i giorni si svolgevano tutti nello stesso modo e aveva inizio il processo di annullamento della personalità, che era uno degli scopi principali dei nazisti nei confronti dei reclusi. Se questa strategia fosse stata usata solo nella parte che riguarda la prigionia di Lia e della sua famiglia avrebbe creato un impatto più profondo, ma purtroppo è uno stile di scrittura che è stato usato per tutta la storia, anche quando si trovavano solo in un nascondiglio.

Risulta un primo romanzo buono con molte potenzialità, ma con qualche correzione e revisione sarebbe risultato un ottimo lavoro, più completo e incisivo. Perché l'argomento è interessante e soprattutto è una storia molto importante che deve essere raccontata.

venerdì 13 marzo 2015

SENILITA' di Italo Svevo

Nel Giro d'Italia Letterario, non è stato difficile scegliere un libro per la tappa del Friuli Venezia Giulia. Purtroppo avevamo pochi titoli tra cui decidere: solo due o tre; e quindi "Senilità" di Italo Svevo è stata quasi una scelta "obbligata". Alcuni si sono opposti (diciamolo: Svevo non piace a tutti!!) e così ci siamo ritrovate solo in tre (impavide) lettrici questa volta.

Emilio Brentani, rassegnato a un'esistenza grigia, incontra l'esuberante Angiolina e se ne innamora. Ma la ragazza mal sopporta l'indole introversa dell'ormai maturo spasimante e lo tradisce. Emilio rientrerà nell'arida inerzia della senilità.
In una Trieste allietata dai clamori del Carnevale, è la storia di un "eroe esistenziale" la cui protesta sociale, il cui non ritenersi figlio dei tempi si arrendono all'amore per una donna, miscuglio irresistibile di sensualità e devozione, di grazia e sfacciata volgarità, di egoismo e pietà.
"Senilità" è il secondo libro di Svevo, che segue "Una vita" e precede "La coscienza di Zeno". Pubblicato per la prima volta del 1898 con scarso successo, fu salutato come un capolavoro nel 1927, dopo che Joyce ebbe dichiarato pubblicamente il suo grande apprezzamento per questo libro.



Sembra strano, dato il nome del mio blog, ma non ho preso nessun appunto mentre leggevo "Senilità". Errore mio. Avrei dovuto scrivere qualcosa sul mio quaderno durante la lettura, per evitare di trovarmi nella spiacevole situazione in cui sono ora: cioè che non ricordo molto di questo libro, tranne che è stato difficile portarlo a termine. Per me, questa non è una novità. Ho un brutto rapporto con Svevo (e pensare che l'ho portato anche all'esame di maturità). Non sono mai riuscita a finire "La coscienza di Zeno", ma che dico finire?? Almeno fossi riuscita ad arrivare a metà... purtroppo le due volte che ho provato a leggerlo, non sono mai riuscita a superare pagina 123.

Provata, stanca, ma soddisfatta di essere arrivata alla fine di "Senilità", purtroppo però il mio rapporto con Svevo non è cambiato: mi risulta difficile quello che scrive, come lo scrive e perché lo scrive. Continuo a trovarlo estremamente psicologico e riflessivo nei suoi ragionamenti, al punto da percepirlo complesso e poco chiaro.

Emilio è un personaggio rigido, infelice e quasi antipatico. Intrappolato nel ricordo e nel rimpianto di ciò che non ha ottenuto dalla vita, risulta un povero inetto, logorato dalla sua costante "non vita" che lo rilega al passato e lo rende triste. Ma di tutto ciò egli sembra non rendersene conto, perché la maggior parte delle volte pecca di arroganza e risulta molto esigente verso gli altri, soprattutto verso Angiolina. Quest'ultima, invece, è una donna briosa, sfacciata, al passo coi tempi e piena di vita. Le due personalità, così diverse, cozzano tra di loro in modo prevedibile e Angiolina non riuscirà a resistere al fianco di Emilio molto a lungo.
Un personaggio molto simpatico e interessante è Stefano, amico di Emilio, è l'unico di cui mi sia piaciuto leggere. Ha spessore ed è anche divertente, il che non guasta in un libro del genere, perché se trovi qualcuno che ogni tanto ti fa ridere e alleggerisce la situazione, ti stimola a continuare la lettura.
Personalmente ho trovato più interessante la storia della sorella di Emilio, la poverina precipita nel delirio e poi nella morte a causa di un amore non corrisposto. Sebbene non approfondita e trattata solo superficialmente (perché non è la protagonista) il suo scopo è quello di evidenziare, in un modo un po' stereotipato, le diverse reazioni che i due sessi possono avere di fronte a un amore finito.

Non ho molto altro da dire. Forse non sono abbastanza profonda e per questo non sarò mai affine al caro e vecchio Svevo. Quindi vi lascio con le parole di qualcuno che probabilmente lo comprende molto meglio di me e che vi spiega in poche righe il significato del titolo, che racchiude in sé il senso di tutto il romanzo.
"Senilità, l'oscura parola che dà il titolo al romanzo, sta per "malattia dell'anima", inerzia esistenziale che paralizza ogni libero incontro con le cose della vita. Nell'emozionante indagine letteraria e umana di Svevo, le esistenze virtuali del protagonista Emilio Brentani si stagliano sul palcoscenico della realtà come figure grottesche di inquietante drammaticità, che prendono corpo, si animano e muoiono attraverso la brillantezza accecante di un sogno d'amore mancato."

venerdì 27 febbraio 2015

CRONACHE DAL GRUPPO DI LETTURA #5

Questa volta abbiamo fatto le cose per bene nel GDL scrachmade: abbiamo cominciato con le votazioni per decidere l'autore... ha vinto Don DeLillo... e poi abbiamo fatto il sondaggio per decidere quale libro. Alla fine la decisione è caduta su "Rumore bianco" che ci accompagnerà per tre settimane.

1° TAPPA: dal cap 1 al cap 20 (prima parte) 
2° TAPPA: tutto il cap 21 (seconda parte)
3° TAPPA: dal cap 22 al cap 40 (terza parte) + settimana di bonus se necessario

Jack Gladney è professore di studi hitleriani presso un campus dove i detriti della cultura popolare americana sono diventati la nuova bibbia e il supermarket la sua biblioteca. Come dice Murray J. Siskind, collega di Jack e profeta dell'apocalisse postmoderna, il supermercato è un luogo saturo di onde, radiazioni, lettere e numeri, voci e suoni in attesa di essere decodificati.
Ma la vita rassicurante e consumistica di Jack e della sua famiglia ultramoderna viene improvvisamente inghiottita da una nube letale, l'evento tossico aereo, espressione concreta della miriade di altri eventi tossici onnipresenti tra le mura domestiche: trasmissioni radio, sirene, microonde, la voce incessante della TV.
La paura della morte che accomuna Jack e la quarta moglie Babette diviene così una forza prorompente, un raggio di luce nera in grado di perforare il muro del "rumore bianco" che avvolge questo libro.

1° TAPPA: siamo a metà settimana e Simona (di Letture sconclusionate) apre la prima discussione:
"Da pagina 80 comincerò ad odiarlo questo libro [...] Odio i dialoghi che galleggiano e devi capire chi parla..."
Concordo immediatamente, nemmeno io li sopporto. Si uniscono a noi anche Paola e Justin (di peek a book) con critiche altrettanto valide: si fa fatica a stare dietro agli argomenti dei dialoghi e ci sono troppi figli in questa storia!!!
Le descrizioni di DeLillo quasi eccessive e,  diciamolo, poco comprensibili ci spiazzano. Ora ci sentiamo meno sole in questa avventura, ma la nostra coalizione (e le nostre lamentele) hanno quasi scoraggiato Sonia dal prendere in mano il libro e iniziare. Tranquilla Sonia, come dice Paola:
"Le nostre sono critiche costruttive. Il problema è che DeLillo affronta mille tematiche in poche righe, come fanno sempre gli americani."
Ma le frasi complicate e i termini poco appropriati al contesto continuano a irritare Simona.
Intanto, qualcuno del GDL non ha ancora cominciato a leggere  "rumore bianco", quindi ci sigilliamo la bocca e continuiamo la lettura.

2° TAPPA: a metà della seconda settimana l'hanno cominciato quasi tutti. I giudizi generali sono: 
"mah"... "boh"... 
DeLillo ci sta  confondendo più del previsto, non siamo convinte.
A Klàra (di Versami un'altra slivovice) piace questo romanzo e non è da sola, le fa buona compagnia Justin che, spiazzando tutti, annuncia che l'ha già finito.
Io sono felice perché finalmente, dopo una lunga introduzione sulla vita di Jack, comincia a succedere qualcosa, la storia sembra decollare, e soprattutto ho trovato una certa vena ironica che non mi dispiace per niente.
Pochi commenti questa settimana, quindi ci concentriamo e riprendiamo la lettura per affrontare l'ultima e decisiva tappa.

3° TAPPA: la settimana si apre con l'epifania di Paola riguardo al titolo e ci comunica che diventa più interessante dopo il 26° capitolo. Ma il giorno dopo, torna sui suoi passi e ammette di essersi sbagliata.
Siamo tutte concentrate sullo sprint finale, il morale è un po' basso, ma restiamo stoiche infondo la settimana è appena cominciata.
Si prospettano alcune recensioni negative...
Durante la settimana non resisto e pubblico un paio di commenti acidi su "Rumore bianco"... non so cosa mi sia preso, ma questo libro risveglia quella piccola zitella acida che dorme dentro di me.
Non è un brutto libro, ma ci sono molti alti e bassi e nei capitoli meno interessanti la mia mente comincia a vagare. Forse DeLillo è troppo per me.
Per fortuna mi sento spalleggiata da Simona e Paola, che hanno già finito il libro, e questo mi da la forza di arrivare alla fine e terminarlo (ostacolata da un po' di influenza).
Abbiamo finito tutte e ora? Come gestiamo la discussione?

Ormai sapete che non siamo un GDL convenzionale (che gusto ci sarebbe??) e che cambiamo continuamente, quindi questa volta la "Suprema Direttrice" del GDL Maria (Scratchbook) propone una discussione in video-chiamata  di gruppo su Skype. Siamo in sette: Maria (la moderatrice del gruppo), Io, Simona, Paola, Carol, Valentina (Justin) e Klàra.

VIDEO-CHIAMATA SU SKYPE: A chi è piaciuto, a chi meno, a chi così così.
Si concorda che il capitolo migliore è il numero 26 (probabilmente perché è il momento che tutte aspettavamo, cioè la confessione di Babette, in tutta la sua "vastità").
Si ha quasi tutte l'impressione che DeLillo butti all'interno del libro molti argomenti, tutti interessanti, ma che si limiti solo a parlarne velocemente e in modo superficiale, invece di approfondirli con calma (compresi i concetti di paura e morte, fondamentali in tutto il romanzo). Non ha centrato appieno il bersaglio.
Devo ammettere che Klàra mi ha illuminata con le sue riflessioni, mi ha fatto riflettere e valutare tutto da un altro punto di vista. Lei ci spiega, avendo vissuto la cultura statunitense più di noi, come DeLillo e il suo "Rumore bianco" siano tipicamente americani. (Da un suo commento su Facebook che sintetizza un po' il suo pensiero):
"Jack è l'americano medio, a me piace molto il rapporto che ha con i figli: dialoghi fantastici, che pongono i ragazzi e il genitore sullo stesso piano. Accetta un ruolo e si adegua perché così gli viene data un'importanza che lui proprio non sente (gliela dà la toga: ma col pullover turchese anche Murray quasi non lo riconosce). Quanto al rapporto con la moglie, a me non piace per nulla! E' una persona mediamente fragile, probabilmente depressa, vacua al punto giusto (tuta da ginnastica, lezioni di postura). [...] DeLillo mi pare ci racconti una situazione media, che io ritrovo in tantissimi film [...]. E questa situazione io l'ho ritrovata nella realtà: il supermercato come tempio, luogo di vita e di morte (in almeno due punti questa morte che aleggia per tutta la seconda parte del romanzo si trova anche annidata dentro al supermercato...persino alle casse."
"DeLillo è molto cinematografico, ci vedrei bene un film diretto da Tarantino" 
 "Gli americani sono proprio così!!!"
Attraverso i suoi occhi ora anch'io riesco a vedere tutta questa "americanicità" del romanzo, che mi era sfuggita e che adesso comprendo, ma probabilmente solo in parte e non del tutto, perché continuo a credere che in realtà questo libro non mi sia piaciuto più di tanto.
Due cose sono sicure: non abbiamo mai commentato così tanto come con questo romanzo ed è la prima volta che non siamo tutti concordi sul giudizio finale.

mercoledì 4 febbraio 2015

GLI OCCHIALI D'ORO di Giorgio Bassani

Torno a parlavi dei libri letti durante il Giro d'Italia Letterario (concluso a fine 2014).
La regione protagonista questa volta è l'Emilia - Romagna con il famoso scrittore Giorgio Bassani e il suo "Gli occhiali d'oro" e anticipo già che mi è piaciuto molto.

In una Ferrara ricca, affascinante, ma oppressa dal fascismo, un giovane studente ebreo, voce narrante del romanzo, incrocia il suo destino con quello di Athos Fadigati, un maturo medico di chiara fama.
L'amicizia che nasce tra i due farà scoprire al ragazzo che dietro tutta la cultura e la raffinatezza del dottor Fadigati si cela un abisso di solitudine dovuto alla sua presunta omosessualità. Un peccato che l'Italia da allora non contemplava fra quelli che potevano essere redenti...
E gli occhiali d'oro dello stimato professionista diventano il simbolo di una diversità sempre meno tollerata, così come l'appartenenza all'ebraismo del narratore, una diversità che non potrà che andare incontro a una catarsi tragica.




Giorgio Bassani è sicuramente più conosciuto per "Il giardino dei Finzi-Contini", romanzo che devo assolutamente recuperare perché lo stile di questo scrittore mi piace particolarmente, ma anche "Gli occhiali d'oro" è un breve romanzo degno di nota.
Tra il 1956 e 1972 l'autore, oltre ai sopracitati, scrisse altri quattro libri: "Cinque storie ferraresi", "Dietro la porta". "L'airone" e "L'odore del fieno". Insieme, questi sei romanzi creano il ciclo de il romanzo di Ferrara.

Lo stile di Bassani è chiaro, semplice e diretto. La storia è interessante e scorrevole. Anche se sono poche pagine, tutto sembra svolgersi lentamente. Ricco di particolari e descrizioni, è un piacere leggerlo e nonostante sia breve, risulta molto completo. Grazie a tutti questi elementi, incastrati perfettamente, l'ho praticamente divorato in poco tempo.

Una volta terminato, mi è rimasto un dubbio non spiegato dall'autore (ma forse era questo il suo intento): personalmente ho dedotto che il narratore fosse omosessuale, come il dottor Fadigati. Bassani non lo dice mai esplicitamente, ma ci sono delle parti, dei piccoli particolari che inducono il lettore a crederlo.
Stupefacente come venga trattato il tema dell'omosessualità, in un modo così diretto e semplice, in un periodo in cui non solo non se ne poteva parlare, ma nemmeno pensarci.
Proprio per l'argomento trattato, il romanzo è intriso di solitudine e sofferenza. Un connubio che porta inevitabilmente a un finale drammatico e triste.

"Gli occhiali d'oro" è il quarto libro, letto per il Giro d'Italia Letterario, in cui si parla della Seconda Guerra Mondiale e del periodo fascista in Italia, anche gli altri tre romanzi ne facevano riferimento in un modo o nell'altro. Argomento sicuramente interessante e su cui si potrebbero scrivere migliaia di libri, mi fa sempre piacere leggere romanzi di questo genere, ma quattro di fila sono stati un po' troppi.

Ribadisco che mi è piaciuto molto. Non amo particolarmente i romanzi brevi, perché mi sembra sempre che mi lascino sul più bello, ma questo è decisamente completo e non necessita di pagine in più.
Purtroppo ho fatto una recensione più corta del solito, perché non ho molto altro da dire se non: leggetelo perché merita!!

martedì 27 gennaio 2015

LA MIA AMICA EBREA di Rebecca Domino

Il 27 Gennaio è una data importante, una giornata importantissima, che tutti noi dovremmo ricordare e celebrare: è il Giorno della Memoria. Per non dimenticare mai, mai e poi mai le atrocità commesse durante la Seconda Guerra Mondiale. Per non dimenticare lo sterminio di uomini, donne e bambini innocenti. Perché se tutti noi ricordiamo, la Storia non si ripete.
Ogni anno, in questa occasione, vi propongo un libro che riguarda questo argomento, e quest'anno vi voglio parlare di questo romanzo, ancora poco conosciuto, di una giovane e brava scrittrice italiana.

Amburgo, 1943. La vita di Josepha, quindici anni, trascorre fra le uscite con le amiche, le lezioni e i sogni, nonostante la Seconda Guerra Mondiale. Le cose cambiano quando suo padre decide di nascondere in soffitta una famiglia di ebrei. Fra loro c'è Rina, quindici anni, grandi e profondi occhi scuri.
Giorno dopo giorno sboccia una delicata amicizia fra una ragazzina ariana, che è cresciuta con la propaganda di Hitler, e una ragazzina ebrea, che si sta nascondendo da quello che sembra essere il destino di tutta la sua gente.
Ma quando Josepha dovrà rinunciare improvvisamente alla sua casa e dovrà lottare per continuare a sperare e per cercare di proteggere Rina, l'unione fra le due ragazze, in una Amburgo martoriata dalle bombe e dalla paura, continuerà a riempire i loro cuori di speranza.
Un romanzo che accende i riflettori su uno dei lati meno conosciuti dell'Olocausto, la voce degli "eroi silenziosi", quelli che hanno aiutato gli ebrei in uno dei periodi più bui della Storia.

Come il "Diario di Anna Frank" questo romanzo, della giovane Rebecca Domino, potrebbe essere letto dai ragazzi di tutto il mondo, che si stanno avvicinando a questo argomento così delicato e doloroso.
Racconta la storia della vita di una adolescente come tante, da tutti chiamata Seffi, divisa tra amici e famiglia, con le sue emozioni, i suoi pensieri e i suoi sogni, con convinzioni che le hanno insegnato e che ritiene giuste, finché la Seconda Guerra Mondiale (e tutto ciò che ne consegue) non la spingeranno a metterle in discussione.
L'età della protagonista è un'età critica per tutti, rappresenta quel momento della vita in cui si comincia a pensare con la propria testa e il mondo che ci circonda comincia a cambiare il suo aspetto, perché noi cambiamo, la nostra mente cambia. Tutto questo, per la povera Seffi, è accentuato dalla guerra che incombe e anche estremamente accelerato. Lungo tutto il romanzo la vediamo crescere, maturare, abbattere barriere nella sua mente e sostituirle con idee nuove. Purtroppo tutto questo la porterà a distaccarsi dalle persone intorno a lei, come le sue amiche d'infanzia, ma questo è il prezzo da pagare per chi la pensa diversamente dagli altri.
Naturalmente, il fatto che la protagonista sia una adolescente, non vuol dire che questo libro debba essere ghettizzato nella sezione "giovani lettori" e che non sia adatto ad un pubblico più maturo, al contrario, è perfetto per persone di qualunque età.

Gli altri personaggi sono ben caratterizzati. Il padre è un personaggio importantissimo: silenzioso e pacato, ma la sue idee e pensieri riescono a penetrare all'interno della mente di Seffi, cambiandola per sempre. Al contrario la madre e il fratello sono estremamente scontrosi, ottusi e imprigionati nelle loro convinzioni sbagliate, e ciò comporta una certa ostilità verso di loro da parte del lettore.
Bella e sfruttata molto bene la corrispondenza tra Seffi e Rina, da un lato è utile per farle avvicinare e capire di non essere così diverse tra loro, dall'altro purtroppo sarà la causa della loro separazione.

Il concetto di morte aleggia come un fantasma su tutte le pagine del romanzo, e credo che rispecchi molto bene lo stato d'animo delle persone in quel determinato periodo. Ma è anche presente la speranza, perché dopo tutta quella morte, la medicina ideale per l'anima è l'amore puro e semplice, è necessario, quasi indispensabile. Il desiderio di vivere una vita normale è sempre presente in Seffi, non la abbandona mai, tanto da spingerla a fidarsi di chi non dovrebbe.
Il finale è sconvolgente, non me lo aspettavo proprio, e vi lascerà senza fiato.

"La mia amica ebrea" è un racconto di fantasia, ma Rebecca Domino ha fatto un enorme lavoro di documentazione su questo periodo storico, come si può notare pagina dopo pagina, che ha aiutato a rendere tutto il libro più realistico e credibile. La finzione costruita su un periodo storico, se fatta bene, può dare il sentore di cosa può essere stato quel periodo. Ed è il caso di questo romanzo.
Un piccolo lato negativo è che alcune volte si trascina un po', diventa ridondante, e alcune cose sembrano essere messe lì per allungare il brodo, ma la storia rimane comunque interessante e appassionante.

giovedì 22 gennaio 2015

LA COLLINA DEL VENTO di Carmine Abate

Vi ricordate il Giro d'Italia letterario organizzato da Paola del blog Se una notte d'inverno un lettore, vero?? Bene, il Giro è terminato a dicembre 2014 e Paola, per motivi tecnici, ha cambiato blog e ora la potete trovare su Un baule pieno di gente. Potete trovarci anche su Facebook se volete.
A causa della lunga pausa che ho preso dal blog non sono riuscita a raccontarvi i libri che abbiamo letto. L'anno scorso vi ho parlato solo di due di essi: La paga del sabato (tappa del Piemonte) e Cristo si è fermato a Eboli (tappa della Basilicata).
Ora ho intenzione di recuperare il tempo perduto, quindi riparto da dove mi ero fermata con la Calabria e il suo "La collina del vento" di Carmine Abate.

Impetuoso, lieve, sconvolgente: è il vento che soffia senza requie sulle pendici del Rossarco, leggendaria, enigmatica altura a pochi chilometri dal mar Jonio. Il vento scuote gli olivi secolari e gli arbusti odorosi, ulula nel buio, canta di un antico segreto sepolto e fa danzare le foglie come ricordi dimenticati.
Proprio i ricordi condivisi sulla "collina del vento" costituiscono le radici profonde della famiglia Arcuri, che da generazioni considerano il Rossarco non solo luogo sacro delle origini, ma anche simbolo di una terra vitale che non si arrende e tempio all'aria aperta di una dirittura etica forte quanto una fede. Così, quando il celebre archeologo Paolo Orsi sale sulla collina alla ricerca della mitica città di Krimisa e la campagna di scavi si tinge di giallo, gli Arcuri cominciano a scontrarsi con l'invidia violenta degli uomini, la prepotenza del latifondista locale e le intimidazioni mafiose. Testimone fin da bambino di questa resistenza ai soprusi  è Michelangelo Arcuri, che molti anni dopo diventerà il custode della collina e dei suoi inconfessabili segreti. Ma spetterà a Rino, il più giovane degli Arcuri, di onorare una promessa fatta al padre e ricostruire un secolo di storia familiare che s'intreccia con la grande storia d'Italia.

Non so nemmeno come spiegarvi quanto io ami le saghe familiari. Avete presente quei libroni giganteschi, pesanti, pieni di pagine, in cui è racchiusa la storia di una famiglia (o più), una storia che ripercorre anni, decenni, o anche secoli, dove gli avvenimenti storici sono legati a doppio filo con i personaggi? Ecco, io adoro quei romanzi, mi affascinano e appassionano immensamente.
Tutto questo per dire che "La collina del vento" sembrava un libro così, come vi ho descritto, prometteva una saga familiare spalmata su tutto il Novecento italiano, ma non ha mantenuto appieno la promessa.

Abate propone una saga, a mio parere, un po' sterile, scarna, con molte carenza nella struttura stessa della storia; come ad esempio manca gran parte della contestualizzazione storica tipica di questi romanzi. A parte qualche piccolo accenno alla guerra, non ho trovato altro della storia italiana. Togliendo quei pochi riferimenti storici, la vita della famiglia protagonista potrebbe svolgersi in qualunque posto del mondo e in qualsiasi epoca.

Altro punto debole sono i personaggi. Apparentemente interessanti e diversi tra loro, ma non abbastanza approfonditi. Non sono ben caratterizzati e questo comporta che non restino impressi nella mente del lettore. Appena terminata la lettura faticavo a ricordarli tutti chiaramente, figuriamoci ora che sono passati mesi.
I personaggi sono fondamentali in qualsiasi romanzo, ancora di più in libri come questo, in cui sono numerosi e quindi il lettore non deve faticare nel riconoscerli; ma anzi dovrebbe capire subito di chi si sta parlando, senza dover ripercorrere a ritroso le pagine, altrimenti la lettura ne risente e diventa pesante.
Vero protagonista, in questo caso, è il Rossarco, tutto gira intorno a questa collina splendida, tutto inizia e finisce in quel luogo. La collina viene descritta molto bene, in ogni suo particolare: dalla terra coltivata al boschetto nelle vicinanze, dal sole che splende al vento che soffia su di essa. Rimane sicuramente impressa ed è così suggestiva e magica da rappresentare quasi un giardino dell'Eden moderno.

Secondo me, le piccole sgrammaticature e parole dialettali presenti lungo la storia, fanno perdere fluidità al racconto e alla lettura, la quale deve rallentare per capire, e a volte "tradurre", frammentando così la storia stessa. Ma forse è una cosa che è accaduta solo a me, non essendo di quella regione e non avendo molta familiarità con il dialetto del posto. Magari una seconda lettura sarebbe più fluida e scorrevole.

Tutto viene spiegato velocemente e sommariamente. Come ad esempio il grande segreto familiare, che ci accompagna per tutto il libro, vero cardine della storia, in realtà ci viene spiegato in tre semplici righe alla fine del romanzo. Liquidato così velocemente perde tutta la sua importanza e lascia il lettore un po' perplesso e deluso.
Il finale sembra scritto di corsa, con poca attenzione, più per chiudere il libro in fretta, che per dare spiegazioni al lettore e dargli una degna conclusione.
Aveva buone possibilità, ma purtroppo è risultata una lettura un po' deludente e che lascia poco una volta sfogliate tutte le pagine e chiuso definitivamente il libro.