Visualizzazione post con etichetta Anche No. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Anche No. Mostra tutti i post

venerdì 13 marzo 2015

SENILITA' di Italo Svevo

Nel Giro d'Italia Letterario, non è stato difficile scegliere un libro per la tappa del Friuli Venezia Giulia. Purtroppo avevamo pochi titoli tra cui decidere: solo due o tre; e quindi "Senilità" di Italo Svevo è stata quasi una scelta "obbligata". Alcuni si sono opposti (diciamolo: Svevo non piace a tutti!!) e così ci siamo ritrovate solo in tre (impavide) lettrici questa volta.

Emilio Brentani, rassegnato a un'esistenza grigia, incontra l'esuberante Angiolina e se ne innamora. Ma la ragazza mal sopporta l'indole introversa dell'ormai maturo spasimante e lo tradisce. Emilio rientrerà nell'arida inerzia della senilità.
In una Trieste allietata dai clamori del Carnevale, è la storia di un "eroe esistenziale" la cui protesta sociale, il cui non ritenersi figlio dei tempi si arrendono all'amore per una donna, miscuglio irresistibile di sensualità e devozione, di grazia e sfacciata volgarità, di egoismo e pietà.
"Senilità" è il secondo libro di Svevo, che segue "Una vita" e precede "La coscienza di Zeno". Pubblicato per la prima volta del 1898 con scarso successo, fu salutato come un capolavoro nel 1927, dopo che Joyce ebbe dichiarato pubblicamente il suo grande apprezzamento per questo libro.



Sembra strano, dato il nome del mio blog, ma non ho preso nessun appunto mentre leggevo "Senilità". Errore mio. Avrei dovuto scrivere qualcosa sul mio quaderno durante la lettura, per evitare di trovarmi nella spiacevole situazione in cui sono ora: cioè che non ricordo molto di questo libro, tranne che è stato difficile portarlo a termine. Per me, questa non è una novità. Ho un brutto rapporto con Svevo (e pensare che l'ho portato anche all'esame di maturità). Non sono mai riuscita a finire "La coscienza di Zeno", ma che dico finire?? Almeno fossi riuscita ad arrivare a metà... purtroppo le due volte che ho provato a leggerlo, non sono mai riuscita a superare pagina 123.

Provata, stanca, ma soddisfatta di essere arrivata alla fine di "Senilità", purtroppo però il mio rapporto con Svevo non è cambiato: mi risulta difficile quello che scrive, come lo scrive e perché lo scrive. Continuo a trovarlo estremamente psicologico e riflessivo nei suoi ragionamenti, al punto da percepirlo complesso e poco chiaro.

Emilio è un personaggio rigido, infelice e quasi antipatico. Intrappolato nel ricordo e nel rimpianto di ciò che non ha ottenuto dalla vita, risulta un povero inetto, logorato dalla sua costante "non vita" che lo rilega al passato e lo rende triste. Ma di tutto ciò egli sembra non rendersene conto, perché la maggior parte delle volte pecca di arroganza e risulta molto esigente verso gli altri, soprattutto verso Angiolina. Quest'ultima, invece, è una donna briosa, sfacciata, al passo coi tempi e piena di vita. Le due personalità, così diverse, cozzano tra di loro in modo prevedibile e Angiolina non riuscirà a resistere al fianco di Emilio molto a lungo.
Un personaggio molto simpatico e interessante è Stefano, amico di Emilio, è l'unico di cui mi sia piaciuto leggere. Ha spessore ed è anche divertente, il che non guasta in un libro del genere, perché se trovi qualcuno che ogni tanto ti fa ridere e alleggerisce la situazione, ti stimola a continuare la lettura.
Personalmente ho trovato più interessante la storia della sorella di Emilio, la poverina precipita nel delirio e poi nella morte a causa di un amore non corrisposto. Sebbene non approfondita e trattata solo superficialmente (perché non è la protagonista) il suo scopo è quello di evidenziare, in un modo un po' stereotipato, le diverse reazioni che i due sessi possono avere di fronte a un amore finito.

Non ho molto altro da dire. Forse non sono abbastanza profonda e per questo non sarò mai affine al caro e vecchio Svevo. Quindi vi lascio con le parole di qualcuno che probabilmente lo comprende molto meglio di me e che vi spiega in poche righe il significato del titolo, che racchiude in sé il senso di tutto il romanzo.
"Senilità, l'oscura parola che dà il titolo al romanzo, sta per "malattia dell'anima", inerzia esistenziale che paralizza ogni libero incontro con le cose della vita. Nell'emozionante indagine letteraria e umana di Svevo, le esistenze virtuali del protagonista Emilio Brentani si stagliano sul palcoscenico della realtà come figure grottesche di inquietante drammaticità, che prendono corpo, si animano e muoiono attraverso la brillantezza accecante di un sogno d'amore mancato."

venerdì 27 febbraio 2015

CRONACHE DAL GRUPPO DI LETTURA #5

Questa volta abbiamo fatto le cose per bene nel GDL scrachmade: abbiamo cominciato con le votazioni per decidere l'autore... ha vinto Don DeLillo... e poi abbiamo fatto il sondaggio per decidere quale libro. Alla fine la decisione è caduta su "Rumore bianco" che ci accompagnerà per tre settimane.

1° TAPPA: dal cap 1 al cap 20 (prima parte) 
2° TAPPA: tutto il cap 21 (seconda parte)
3° TAPPA: dal cap 22 al cap 40 (terza parte) + settimana di bonus se necessario

Jack Gladney è professore di studi hitleriani presso un campus dove i detriti della cultura popolare americana sono diventati la nuova bibbia e il supermarket la sua biblioteca. Come dice Murray J. Siskind, collega di Jack e profeta dell'apocalisse postmoderna, il supermercato è un luogo saturo di onde, radiazioni, lettere e numeri, voci e suoni in attesa di essere decodificati.
Ma la vita rassicurante e consumistica di Jack e della sua famiglia ultramoderna viene improvvisamente inghiottita da una nube letale, l'evento tossico aereo, espressione concreta della miriade di altri eventi tossici onnipresenti tra le mura domestiche: trasmissioni radio, sirene, microonde, la voce incessante della TV.
La paura della morte che accomuna Jack e la quarta moglie Babette diviene così una forza prorompente, un raggio di luce nera in grado di perforare il muro del "rumore bianco" che avvolge questo libro.

1° TAPPA: siamo a metà settimana e Simona (di Letture sconclusionate) apre la prima discussione:
"Da pagina 80 comincerò ad odiarlo questo libro [...] Odio i dialoghi che galleggiano e devi capire chi parla..."
Concordo immediatamente, nemmeno io li sopporto. Si uniscono a noi anche Paola e Justin (di peek a book) con critiche altrettanto valide: si fa fatica a stare dietro agli argomenti dei dialoghi e ci sono troppi figli in questa storia!!!
Le descrizioni di DeLillo quasi eccessive e,  diciamolo, poco comprensibili ci spiazzano. Ora ci sentiamo meno sole in questa avventura, ma la nostra coalizione (e le nostre lamentele) hanno quasi scoraggiato Sonia dal prendere in mano il libro e iniziare. Tranquilla Sonia, come dice Paola:
"Le nostre sono critiche costruttive. Il problema è che DeLillo affronta mille tematiche in poche righe, come fanno sempre gli americani."
Ma le frasi complicate e i termini poco appropriati al contesto continuano a irritare Simona.
Intanto, qualcuno del GDL non ha ancora cominciato a leggere  "rumore bianco", quindi ci sigilliamo la bocca e continuiamo la lettura.

2° TAPPA: a metà della seconda settimana l'hanno cominciato quasi tutti. I giudizi generali sono: 
"mah"... "boh"... 
DeLillo ci sta  confondendo più del previsto, non siamo convinte.
A Klàra (di Versami un'altra slivovice) piace questo romanzo e non è da sola, le fa buona compagnia Justin che, spiazzando tutti, annuncia che l'ha già finito.
Io sono felice perché finalmente, dopo una lunga introduzione sulla vita di Jack, comincia a succedere qualcosa, la storia sembra decollare, e soprattutto ho trovato una certa vena ironica che non mi dispiace per niente.
Pochi commenti questa settimana, quindi ci concentriamo e riprendiamo la lettura per affrontare l'ultima e decisiva tappa.

3° TAPPA: la settimana si apre con l'epifania di Paola riguardo al titolo e ci comunica che diventa più interessante dopo il 26° capitolo. Ma il giorno dopo, torna sui suoi passi e ammette di essersi sbagliata.
Siamo tutte concentrate sullo sprint finale, il morale è un po' basso, ma restiamo stoiche infondo la settimana è appena cominciata.
Si prospettano alcune recensioni negative...
Durante la settimana non resisto e pubblico un paio di commenti acidi su "Rumore bianco"... non so cosa mi sia preso, ma questo libro risveglia quella piccola zitella acida che dorme dentro di me.
Non è un brutto libro, ma ci sono molti alti e bassi e nei capitoli meno interessanti la mia mente comincia a vagare. Forse DeLillo è troppo per me.
Per fortuna mi sento spalleggiata da Simona e Paola, che hanno già finito il libro, e questo mi da la forza di arrivare alla fine e terminarlo (ostacolata da un po' di influenza).
Abbiamo finito tutte e ora? Come gestiamo la discussione?

Ormai sapete che non siamo un GDL convenzionale (che gusto ci sarebbe??) e che cambiamo continuamente, quindi questa volta la "Suprema Direttrice" del GDL Maria (Scratchbook) propone una discussione in video-chiamata  di gruppo su Skype. Siamo in sette: Maria (la moderatrice del gruppo), Io, Simona, Paola, Carol, Valentina (Justin) e Klàra.

VIDEO-CHIAMATA SU SKYPE: A chi è piaciuto, a chi meno, a chi così così.
Si concorda che il capitolo migliore è il numero 26 (probabilmente perché è il momento che tutte aspettavamo, cioè la confessione di Babette, in tutta la sua "vastità").
Si ha quasi tutte l'impressione che DeLillo butti all'interno del libro molti argomenti, tutti interessanti, ma che si limiti solo a parlarne velocemente e in modo superficiale, invece di approfondirli con calma (compresi i concetti di paura e morte, fondamentali in tutto il romanzo). Non ha centrato appieno il bersaglio.
Devo ammettere che Klàra mi ha illuminata con le sue riflessioni, mi ha fatto riflettere e valutare tutto da un altro punto di vista. Lei ci spiega, avendo vissuto la cultura statunitense più di noi, come DeLillo e il suo "Rumore bianco" siano tipicamente americani. (Da un suo commento su Facebook che sintetizza un po' il suo pensiero):
"Jack è l'americano medio, a me piace molto il rapporto che ha con i figli: dialoghi fantastici, che pongono i ragazzi e il genitore sullo stesso piano. Accetta un ruolo e si adegua perché così gli viene data un'importanza che lui proprio non sente (gliela dà la toga: ma col pullover turchese anche Murray quasi non lo riconosce). Quanto al rapporto con la moglie, a me non piace per nulla! E' una persona mediamente fragile, probabilmente depressa, vacua al punto giusto (tuta da ginnastica, lezioni di postura). [...] DeLillo mi pare ci racconti una situazione media, che io ritrovo in tantissimi film [...]. E questa situazione io l'ho ritrovata nella realtà: il supermercato come tempio, luogo di vita e di morte (in almeno due punti questa morte che aleggia per tutta la seconda parte del romanzo si trova anche annidata dentro al supermercato...persino alle casse."
"DeLillo è molto cinematografico, ci vedrei bene un film diretto da Tarantino" 
 "Gli americani sono proprio così!!!"
Attraverso i suoi occhi ora anch'io riesco a vedere tutta questa "americanicità" del romanzo, che mi era sfuggita e che adesso comprendo, ma probabilmente solo in parte e non del tutto, perché continuo a credere che in realtà questo libro non mi sia piaciuto più di tanto.
Due cose sono sicure: non abbiamo mai commentato così tanto come con questo romanzo ed è la prima volta che non siamo tutti concordi sul giudizio finale.

giovedì 22 gennaio 2015

LA COLLINA DEL VENTO di Carmine Abate

Vi ricordate il Giro d'Italia letterario organizzato da Paola del blog Se una notte d'inverno un lettore, vero?? Bene, il Giro è terminato a dicembre 2014 e Paola, per motivi tecnici, ha cambiato blog e ora la potete trovare su Un baule pieno di gente. Potete trovarci anche su Facebook se volete.
A causa della lunga pausa che ho preso dal blog non sono riuscita a raccontarvi i libri che abbiamo letto. L'anno scorso vi ho parlato solo di due di essi: La paga del sabato (tappa del Piemonte) e Cristo si è fermato a Eboli (tappa della Basilicata).
Ora ho intenzione di recuperare il tempo perduto, quindi riparto da dove mi ero fermata con la Calabria e il suo "La collina del vento" di Carmine Abate.

Impetuoso, lieve, sconvolgente: è il vento che soffia senza requie sulle pendici del Rossarco, leggendaria, enigmatica altura a pochi chilometri dal mar Jonio. Il vento scuote gli olivi secolari e gli arbusti odorosi, ulula nel buio, canta di un antico segreto sepolto e fa danzare le foglie come ricordi dimenticati.
Proprio i ricordi condivisi sulla "collina del vento" costituiscono le radici profonde della famiglia Arcuri, che da generazioni considerano il Rossarco non solo luogo sacro delle origini, ma anche simbolo di una terra vitale che non si arrende e tempio all'aria aperta di una dirittura etica forte quanto una fede. Così, quando il celebre archeologo Paolo Orsi sale sulla collina alla ricerca della mitica città di Krimisa e la campagna di scavi si tinge di giallo, gli Arcuri cominciano a scontrarsi con l'invidia violenta degli uomini, la prepotenza del latifondista locale e le intimidazioni mafiose. Testimone fin da bambino di questa resistenza ai soprusi  è Michelangelo Arcuri, che molti anni dopo diventerà il custode della collina e dei suoi inconfessabili segreti. Ma spetterà a Rino, il più giovane degli Arcuri, di onorare una promessa fatta al padre e ricostruire un secolo di storia familiare che s'intreccia con la grande storia d'Italia.

Non so nemmeno come spiegarvi quanto io ami le saghe familiari. Avete presente quei libroni giganteschi, pesanti, pieni di pagine, in cui è racchiusa la storia di una famiglia (o più), una storia che ripercorre anni, decenni, o anche secoli, dove gli avvenimenti storici sono legati a doppio filo con i personaggi? Ecco, io adoro quei romanzi, mi affascinano e appassionano immensamente.
Tutto questo per dire che "La collina del vento" sembrava un libro così, come vi ho descritto, prometteva una saga familiare spalmata su tutto il Novecento italiano, ma non ha mantenuto appieno la promessa.

Abate propone una saga, a mio parere, un po' sterile, scarna, con molte carenza nella struttura stessa della storia; come ad esempio manca gran parte della contestualizzazione storica tipica di questi romanzi. A parte qualche piccolo accenno alla guerra, non ho trovato altro della storia italiana. Togliendo quei pochi riferimenti storici, la vita della famiglia protagonista potrebbe svolgersi in qualunque posto del mondo e in qualsiasi epoca.

Altro punto debole sono i personaggi. Apparentemente interessanti e diversi tra loro, ma non abbastanza approfonditi. Non sono ben caratterizzati e questo comporta che non restino impressi nella mente del lettore. Appena terminata la lettura faticavo a ricordarli tutti chiaramente, figuriamoci ora che sono passati mesi.
I personaggi sono fondamentali in qualsiasi romanzo, ancora di più in libri come questo, in cui sono numerosi e quindi il lettore non deve faticare nel riconoscerli; ma anzi dovrebbe capire subito di chi si sta parlando, senza dover ripercorrere a ritroso le pagine, altrimenti la lettura ne risente e diventa pesante.
Vero protagonista, in questo caso, è il Rossarco, tutto gira intorno a questa collina splendida, tutto inizia e finisce in quel luogo. La collina viene descritta molto bene, in ogni suo particolare: dalla terra coltivata al boschetto nelle vicinanze, dal sole che splende al vento che soffia su di essa. Rimane sicuramente impressa ed è così suggestiva e magica da rappresentare quasi un giardino dell'Eden moderno.

Secondo me, le piccole sgrammaticature e parole dialettali presenti lungo la storia, fanno perdere fluidità al racconto e alla lettura, la quale deve rallentare per capire, e a volte "tradurre", frammentando così la storia stessa. Ma forse è una cosa che è accaduta solo a me, non essendo di quella regione e non avendo molta familiarità con il dialetto del posto. Magari una seconda lettura sarebbe più fluida e scorrevole.

Tutto viene spiegato velocemente e sommariamente. Come ad esempio il grande segreto familiare, che ci accompagna per tutto il libro, vero cardine della storia, in realtà ci viene spiegato in tre semplici righe alla fine del romanzo. Liquidato così velocemente perde tutta la sua importanza e lascia il lettore un po' perplesso e deluso.
Il finale sembra scritto di corsa, con poca attenzione, più per chiudere il libro in fretta, che per dare spiegazioni al lettore e dargli una degna conclusione.
Aveva buone possibilità, ma purtroppo è risultata una lettura un po' deludente e che lascia poco una volta sfogliate tutte le pagine e chiuso definitivamente il libro.

mercoledì 26 dicembre 2012

BREAKING DAWN di Stephenie Meyer

Ecco l'ultimo capitolo della saga di "Twilight". Dopo aver letto i libri e visto tutti e cinque i film, non ho più molto da dire. La mia opinione, su questa saga, resta sempre la stessa: non l'ho amata particolarmente, non mi ha appassionata e i film mi sono piaciuti ancora meno. Quindi ultime battute e poi chiuderò per sempre con Edward, Bella, la famiglia Cullen, i licantropi e tutto il mondo della Meyer.
 
Bella ed Edward coronano il loro amore con un sontuoso matrimonio e partono per la loro luna di miele in Brasile. Ora Bella è al bivio decisivo: entrare nel mondo degli immortali, o continuare a condurre un'esistenza umana. Da questa scelta, dipenderà l'esito del conflitto tra il clan dei vampiri e quello dei licantropi. Ma il momento della trasformazione deve essere rimandata, perché un evento inaspettato cambia le carte in tavola e forse i destini di tutti. Dalle decisioni di Bella si scatena una sorprendente catena di eventi che cambieranno per sempre la vita di tutti coloro che la circondano; e quando il tempo a sua disposizione sembrerà essere esaurito e la strada da prendere già stabilita, Bella andrà incontro a un futuro dal quale non potrà più tornare indietro.
 
Con questo romanzo si conclude la quadrilogia della Meyer, la quale non voleva lasciare i suoi lettori con l'amaro in bocca, con qualche delusioni o insoddisfazioni, e quindi si è impegnata a scrivere un libro molto più lungo rispetto agli altri (682 pagine). Ha confezionato un finale con i fiocchi per chi non voleva ancora abbandonare la piovosa cittadina di Forks, ha voluto complicare ulteriormente la storia, inserendo al suo interno molti avvenimenti concatenati tra loro, che hanno dato vita a una valanga potenzialmente distruttiva per Edward e Bella. Ha creato un dramma di enormi dimensioni (per poi provocare conseguenze pari allo scoppio di una bolla di sapone di fronte ad un muro...) e ha infiocchettando il tutto con una conclusione allo zucchero filato. A mio parere, una trama molto annacquata, e mal gestita, per poter dare tante pagine da leggere agli appassionati della saga.
 
L'autrice, come già detto nelle precedenti recensioni, è molto brava a creare la tensione, soprattutto quella sessuale. Nemmeno qui si smentisce. Mentre continua ad alimentare l'aspettativa del lettore riguardo la prima notte insieme dei due innamorati, è brava a trasmettere le sensazioni di tensione e di desiderio tra i due, ma senza riuscire a concludere il tutto e glissando totalmente sul sesso. Infatti in tutti i libri, compreso l'ultimo, il sesso non esiste; cosa che invece hanno dovuto inserire negli ultimi due film per dare un po' di pepe. Evitiamo di parlare di tutta la luna di miele in Brasile, perché è uno dei momenti più tristi che io abbia mai visto (e letto).
"Breaking Dawn" è un continuo produrre tensioni, aspettative, vorrebbe tenerti sulle spine e appassionarti (come ad esempio: la loro prima volta,  il parto e la trasformazione di Bella, la battaglia finale) per poi, però, deluderti clamorosamente; perché l'autrice sembra partire con il piede giusto, ma si brucia sempre sul finale.
 
Ora vorrei concentrarmi su due punti che non ho proprio mandato giù. Primo: Bella incinta. Ma come è successo???? Edward è un vampiro e anche la scuola della Meyer insegna che: non dorme, non mangia, non ha necessità di respirare né di sbattere le palpebre, non deve nemmeno andare in bagno, il suo cuore non batte, il sistema circolatorio non funziona, è freddo cadaverico... Allora... mia cara Meyer, mi spieghi come cavolo fa a mettere incinta Bella??? Poi Edward e Carlisle fanno delle ricerche per capire come sia successo e non trovano niente, nessuna spiegazione... e ti credo, è impossibile!!! Naturalmente la Meyer non ritorna sull'argomento, non da spiegazioni e lascia cadere tutto nel dimenticatoio (è successo e basta). Secondo me, si era accorta di aver scritto una stupidaggine e voleva salvarsi con la scusa dello Spirito Santo, ma si è ricordata che quella l'avevano già usata da un'altra parte e sarebbe stato troppo azzardato copiarla, così ha lasciato tutto in sospeso.
Mi sta bene un po' di mistero, un po' di magia, a volte va bene non spiegare proprio tutto in un libro, ma allora questo mi porta al punto numero due che non ho digerito.
 
Secondo punto: i vestiti di Jacob quando si trasforma in un licantropo. La Meyer ci spiega, non come i vampiri riescano a riprodursi, ma che i licantropi si spogliano prima di trasformarsi, e cosa se ne fanno degli indumenti?? Se li legano con una corta alla zampa posteriore!!!! Così si possono vedere questi branchi di lupacchiotti che corrono felici nel bosco, ognuno con il proprio paio di jeans che svolazza dietro di lui. Stephenie perché ti burli di me? Non mi spieghi una gravidanza apparentemente impossibile, però ti perdi a dirmi sta cretinata???? Per fortuna che nei film questa cosa non l'hanno messa.
E' come se ti spiegassero che Hulk, quando è nella sua forma umana di Robert Bruce Banner, gira per le strade con uno zainetto sulle spalle che contiene un paio di pantaloni, taglia XXXXXXL, da indossare quando si trasforma e anche un cambio per quando torna uomo. Così si perderebbe la magia. A nessuno interessa sapere come mai a Bruce si strappano tutti i vestiti, quando diventa Hulk, tranne la parte dei pantaloni che va dalla vita alle ginocchia.
Insomma, forse la Meyer doveva ispirarsi un po di più ai personaggi di Stan Lee, e un po' meno a quelli della Bibbia.
 
Dopo questo viaggio, poco affascinante, attraverso lo strano mondo di creature immortali che popolano Forks, posso dire con molta sicurezza e convinzione che non leggerò altro di Stephenie Meyer. Quindi "L'ospite" (il suo ultimo libro) lo lascio a voi e fatemi sapere se l'avete letto e perché.
 
VOTO: 6/10

sabato 22 dicembre 2012

ECLIPSE di Stephenie Meyer

Terzo episodio della saga scritta dalla Meyer. Secondo me, questo poteva essere il libro conclusivo. Con qualche taglio e sistemata qui e là sarebbe stato un finale decente, schivandoci così quella tragedia che è "Breaking Dawn" (ma di questo parleremo nel prossimo post), per ora occupiamoci di "Eclipse".

Mentre Seattle è funestata da una serie di strani omicidi; una vampira malvagia continua a dare la caccia a Bella, che si trova ancora una volta in serio pericolo. Per lei è arrivato il momento delle decisioni e dei sacrifici: basterà il fidanzato Edward a farle dimenticare il migliore amico Jacob? Troverà il coraggio necessario a diventare una Cullen? Obbligata a scegliere tra l'amore e l'amicizia, è consapevole che la sua decisione rischia di riaccendere la millenaria lotta tra vampiri e licantropi. Nel frattempo l'esame di maturità è alle porte e per Bella il momento della verità si avvicina.
Io, questo terzo libro, l'ho trovato luuuuuungooooo... Non so se fossi stanca di leggere questa saga, stanca oramai della scrittura e della trama; oppure fosse un problema della Meyer: persa nel totale vuoto creativo in cui era scivolata anche nei precedenti romanzi e, quindi, incapace di scrivere qualcosa di avvincente. Precisamente non riesco a capire di chi sia la colpa (probabilmente  ero stanca io di leggere), ma "Eclipse" sembra non arrivare mai da nessuna parte. Si trascina per pagine e pagine, descrivendo questo fastidioso triangolo amoroso Edward-Bella-Jacob, per poi arrivare finalmente al momento d'azione (la battaglia tra Edward e Victoria) e liquidarla in un capitolo molto breve.
 
Il personaggio di Edward riesce a dare il meglio di sé (sono ironica...). Diventa un rompi scatole  all'ennesima potenza, una palla al piede, si sente perennemente in colpa per i pericoli che incombono su Bella e sfodera, nei confronti di quest'ultima, un'attenzione e una protezione che sfiorano il livello patologico.
Lei, per non smentire l'immagine di personaggio insulso, non riesce in nessun modo a calmarlo e a tranquillizzarlo. Non fa e non dice mai niente per poter rassicurare Edward, anzi, butta benzina sul fuoco sfidandolo e non comprendendo le sue preoccupazioni.
Per quanto riguarda Jacob, sembrava il più interessante e maturo di tutti, finché non si è rivelato un bambino capriccioso anche lui, insistendo in modo esagerato e infantile per avere Bella tutta per sé. Il suo atteggiamento è pesante e asfissiante, è testardo e non si capisce nemmeno perché sia innamorato di Bella, visto che non ha avuto l'imprinting con lei (ma ci siamo abituati alle poche spiegazioni che ci propina la Meyer: è così e basta).
 
Anche la storia che Bella ami tutti e due non sta in piedi. Non può amare due persone allo stesso modo. Solo il fatto che lei scelga Edward, che voglia diventare un vampiro come lui, che voglia sposarlo, dimostra che è innamorata di lui e non di Jacob. Era meglio se l'autrice evitava di metterla sul piano del triangolo amoroso e la spacciava solo come una grande amicizia (senza sentimenti romantici da nessuna delle due parti) messa a repentaglio perché lui è un licantropo e lei vuole diventare un vampiro. Bastava così e avrebbe funzionato lo stesso. Invece no, la Meyer ha voluto inserire il dramma amoroso, ma non lo ha gestito bene, perché sembrano solo due bambini che si litigano un giocattolo, solo per il semplice gusto di litigare.
 
Mi è piaciuto il ritorno in scena di Victoria, la sua vendetta costruita in modo intelligente e calcolato crea interesse nel lettore; in più è un collegamento con gli altri due libri e la chiusura di un cerchio, che in un romanzo (e soprattutto in una saga) è fondamentale.
Arrivata a questo punto, l'autrice poteva: prima di tutto accorciare tutta la parte del dilemma "amoroso" di Bella; fare una battaglia come si deve, un po' più lunga e sostanziosa; alla fine far sposare i due innamorati e per concludere far vedere un po' della vita da vampira di Bella. E vissero tutti felici e contenti per l'eternità. Sarebbe stato un buon finale, per gli appassionati forse un po' troppo sbrigativo, ma in linea con tutta la storia e accettabile. Invece no, la Meyer ha voluto mettere il carico da cento, sfidare sé stessa (e anche noi lettori) e ha scritto "Breaking Dawn"!!!!!
 
VOTO: 6/10

giovedì 20 dicembre 2012

NEW MOON di Stephenie Meyer

Sebbene il primo romanzo della Meyer non mi sia piaciuto molto, soffro di una stranissima malattia: non riesco ad abbandonare un libro a metà (anche se lo trovo terribile). Non ci riesco proprio, è più forte di me...prima o poi dovrò farmi vedere da uno bravo!! Se poi è una saga la cosa si complica e la mia "malattia" mi obbliga a leggerela tutta. Diciamo che, questa volta, mi è andata anche bene, perché i romanzi in questione sono solo quattro.
 
Bella ed Edward sono innamorati, tutti sono a conoscenza della loro relazione e possono finalmente vivere il loro amore alla luce del sole (...non proprio...).
Ma amare un vampiro è più pericoloso di quanto Bella immagini. Il loro amore rappresenta comunque una minaccia per tutto quello che hanno di più caro; sono talmente fragili che anche un incidente domestico può avere conseguenze enormi e mettere a repentaglio la loro storia.
All'improvviso Edward se ne va, senza troppe spiegazioni, lasciando Bella i balia della tristezza e della malinconia.
E' qui che entra in gioco Jacob, amico d'infanzia di Bella e innamorato di lei da quando erano bambini, tenterà di persuadere la ragazza a dimenticare il vampiro.
 
Devo essere sincera e dire che mi è piaciuto un po' di più rispetto al primo. Anche questo è scritto male, in fondo la scrittrice è sempre la stessa, e le carenze stilistiche di "Twilight" si sentono anche in "New moon".
Trovo che la narrazione in prima persona funzioni meglio in questo caso: diventando, il precedente libro, un monologo interminabile di Edward, perché Bella non era una grande oratrice (né pensatrice); questo romanzo, eliminando il vampiro quasi subito dalla trama, rivela una Bella un po' più consapevole dei suoi sentimenti, non ancora in grado di dare pienamente voce a ciò che prova, ma capace di porsi domande e fare riflessioni. Non aspettatevi una Bella più matura, spigliata e positiva, anzi, è sempre la solita insipida protagonista; ma si intravede un barlume di crescita interiore tra le pagine e questo è sempre un lato positivo.

L'argomento trattato in "New moon" è l'abbandono. Dopo la partenza di Edward, Bella è devastata, quasi si fa annientare dallo sconforto e dalla tristezza. Il tema è trattato e descritto bene dalla Meyer, che riesce a rendere l'idea del terribile periodo che può passare una ragazza (adolescente e non) dopo essere stata lasciata. A tutte è capitato, chi prima chi dopo, ed è un duro colpo per chiunque.
L'unica nota stonata sta nel modo in cui Edward abbandona Bella. Insomma, fino al giorno prima è tutto un "ti amo", un "non posso vivere senza di te", "ti aspettavo da tutta la vita", "niente riuscirà a dividerci", etc... E poi una mattina si alza, le dice che se ne va con la sua famiglia, che non la ama più e lei cosa fa??? Ci crede!!! Bella, ma sei scema? Ti accontenti di due parole e lo lasci andare via così? Lei non fa quasi niente, a parte piangere. Non tenta di convincerlo a restare; non prova a capire come mai lui se ne vada; non gli rompe le scatole, come farebbe una ragazza normale, tempestandolo di domande e suppliche. Sta ferma e in silenzio lasciandoselo scivolare tra le mani.
Questo, per me, dimostra quanto Bella sia un personaggio insipido e con poco carattere.

Questo romanzo l'ho trovato un po' anacronistico; soprattutto quando a Bella vengono regalati, per il compleanno, una macchina fotografica con rullino e un lettore CD. Insomma, io sono di una generazione che andava in gita scolastica ancora con il lettore CD e 3/4 rullini da cambiare alla macchinetta fotografica. Ma la Meyer sta parlando alle nuove generazioni. I libri li ha scritti dopo il 2000, cioè dopo l'avvento della generazione MP3 e delle macchinette digitali... I ragazzi di oggi non credo sappiano dove e come si usi un rullino nella macchina fotografica.

Ora vogliamo parlare di Jacob? Che già tra queste pagine rivela una natura ossessiva e asfissiante, tipica del suo personaggio nei successivi due libri?! Meglio di no, mi lascio qualche critica da parte per la recensione di "Eclipse".

VOTO: 6/10

lunedì 3 dicembre 2012

TWILIGHT di Stephenie Meyer

Adesso che al cinema è uscito l'ultimo capitolo della saga è ora che anch'io dica la mia sul fenomeno Twilight. Ho visto tutti i film e ho letto anche tutti i libri, quest'ultimi ormai più di un anno fa, e ora mi sento pronta per queste recensioni (ne farò una per ogni libro).
Dopo aver letto i primi tre/quattro capitoli di Twilight, ho spento la luce e mi sono messa a dormire, ignara del sogno che mi aspettava. Ho sognato una riproduzione onirica di me stessa (naturalmente più bella, più alta, più magra e forse più intelligente) che mi diceva: "Ma sei impazzita a leggere Twilight??? Devi leggere Dracula di Bram Stoker, no sta schifezza!!!"
Forse il mio subconscio cercava di dirmi qualcosa?

Quando Isabella Swann (per gli amici Bella) decide di lasciare l'assolata Phoenix per la fredda e piovosa cittadina di Forks, dove vive suo padre, non immagina certo che la sua vita di teenager timida e introversa conoscerà presto una svolta improvvisa, eccitante e mortalmente pericolosa. Nella nuova scuola tutti la trattano con gentilezza, tutti tranne uno: il misterioso e bellissimo Edward Cullen. Edward non dà confidenza a nessuno, ma c'è qualcosa in Bella che lo costringe dapprima a cercare di starle lontano e poi ad avvicinarla. Tra i due inizia un'amicizia sospettosa che man mano si trasforma in un'attrazione potente, irresistibile. Fino al giorno in cui Edward rivela a Bella il suo segreto...
 
Partendo dal fatto che quasi sempre i libri sono meglio dei film (provate a pensarci bene e vedrete che ci sono pochissimi, se non nessuno, casi in cui valga il contrario), mi sono resa conto che questo è vero anche per la saga di Twilight. Per quanto non mi siano piaciuti i romanzi, le versioni cinematografiche sono ancora peggio, soprattutto a causa di attori che non sanno proprio recitare. Quindi, se sei appena uscito da una caverna dove ti avevano rinchiuso negli ultimi dieci anni e non conosci il fenomeno scaturito dalla penna della Meyer, tra le due opzioni è meglio che tu legga i libri.
 
Ma ora parliamo del primo romanzo. La scrittura non è delle migliori, anzi. A volte è troppo semplice e banale; le descrizioni dei personaggi e dei luoghi sono carenti se non assenti del tutto: Edward viene descritto come bellissimo, i suoi fratelli bellissimi, le sorelle bellissime...Stephenie, ma qualche spiegazione in più? Per caso sei andata nella stessa scuola "niente aggettivi né sinonimi" di E. L. James?
 
Si tratta di un racconto in prima persona, la storia dal punto di vista di Bella, e secondo me era meglio in terza persona; è la prima volta che mi capita di non essere d'accordo con la scelta della voce narrante, ma Bella è un personaggio che parla e, soprattutto, pensa molto poco così diventa un lungo ed interminabile monologo di Edward.
Lui non ne esce proprio male da questo primo libro: è abbastanza misterioso, romantico e protettivo da piacere alle adolescenti; non proprio il principe azzurro, ma un buon sostituto per il ventunesimo secolo.
Lei purtroppo è insipida, assolutamente vuota di opinioni e pensieri. Sembra lo stereotipo dell'adolescente: arrabbiata (non si sa con chi), testarda, capricciosa e piagniucolosa. A dire la verità, è più simile ad una bambina che a una giovane donna.
 
Posso capire perché ai giovani questo libro piaccia. La storia si basa molto sulla chimica che c'è tra i due protagonisti, l'atrazione tra loro è soprattutto fisica, è quasi primitiva e primordiale. Infatti l'amore a quell'età è vissuto così, con tutti gli ormoni impazziti che offuscano la mente e compromettono la lucidità. Crescendo si perde un po' questa visione, dando più peso ad aspetti del carattere e della personalità dell'individuo che ci sta di fronte.
Se proprio vogliamo dare un punto a favore a questa povera scrittrice, devo ammettere che è molto brava a descrivere la tensione sessuale tra i due personaggi.
I motivi per cui Edward e Bella si piacciono, oltre all'atrazione "fisica", vengono tralasciati completamente dalla Meyer e tu, che l'adolescenza l'hai passata da un po', non riesci a capire come possano stare insieme questi due.
 
Non si tratta sicuramente di un capolavoro della letteratura, ma è più che altro una lettura tranquilla e leggere, per passare qualche ora senza doversi concentrare troppo.
 
VOTO: 6/10

giovedì 1 novembre 2012

CINQUANTA SFUMATURE DI GRIGIO/NERO/ROSSO di E. L. James

Ebbene sì, mi sono lasciata tentare dal caso letterario dell'estate. Prometteva erotismo, passione, sconvolgimento; prometteva la realizzazione di ogni più sordido desiderio dell'animo femminile, tutto avvolto e consegnato nel bel pacchetto dell'uomo ideale, il sogno erotico di ogni donna: Mr Grey!! Io non ho trovato niente di tutto ciò, anzi uno come Christian Grey non lo vorrei vicino nemmeno per tutto l'oro del mondo. Ma andiamo con ordine.
 
Anastasia si sta per laureare e per una serie di vicende incontra Mr Grey, uomo d'affari giovane, ambizioso, molto riservato e incredibilmente affascinante. Sebbene lui stesso le dica che non è l'uomo che fa per lei, l'attrazione è troppo forte e ha la meglio. Così iniziano una relazione che non è quello che Anastasia si aspettava. Giovane ragazza inesperta, non ha mai avuto un ragazzo, non è per niente preparata a quello che quest'uomo le sta per proporre. Infatti Christian non desidera una storia romantica, un rapporto convenzionale; lui vuole una relazione tra dominatore e sottomessa. Anastasia, all'inizio poco convinta, si lascia trascinare dagli eventi e questa relazione, nell'arco di pochi mesi (diluiti in tre libri), la porterà a stravolgere completamente la vita che conosce e anche la vita del granitico Grey.

Anastasia, per gli amici Ana (che in un libro sul sadomaso non sembra una casualità...vabbè), è una ragazza insicura, inesperta della vita, estremamente goffa e maldestra, sconclusionata nei pensieri e caotica. Passa metà del tempo a farsi paranoie mentali e l'altra metà ad essere annebbiata da Mr Grey. Sembra non aver carattere, zero personalità, non è in grado di prendere una decisione che sia tale, e rimugina su qualsiasi cosa; è proprio un personaggio insipido e senza spessore.
Lui, Christian Grey... O Mio Dio!!! Un uomo con un complesso edipico irrisolto, maniaco del controllo, iper protettivo a livelli patologici, ossessionato e ossessionante, lunatico, paranoico, con una forte carenze nella sfera empatica, riservato e poco propenso al dialogo, con un ego spropositato, ingombrante e fastidioso come un elefante nel salotto di casa. E come se tutto questo non bastasse, oltre ai suoi gusti sessuali discutibili, non vuole farsi toccare da nessuno, perché non lo sopporta.
Allora io mi chiedo: è questo l'erotismo? E' questo l'uomo che tutte sognano? Uno che ha paura del contatto fisico e dei sentimenti e che ha sbalzi d'umore peggio di una donna in sindrome premestruale? No, non può essere, no, no e ancora no!!!
Questi due personaggi non vi ricordano qualcuno? Se non vi viene in mente nessuno vuol dire che, probabilmente, siete stati fortunati e avete schivato un altro caso letterario di qualche anno fà. Ma se la vostra prima risposta, alla mia domanda, è stata: Edward e Bella, allora anche voi, come me, avete avuto la sfortuna di leggere "Twilight". Le somiglianze tra le due saghe non si fermano qui: anche l'aspetto fisico dei protagonisti è simile (Grey ha i capelli color rame...guarda un po'!!!); in oltre sono scritte entrambe male, i dialoghi sono stupidi, paradossali e il tutto risulta alquanto scadente. Diciamo che "Cinquanta sfumature" è un "Twilight" per adulti...ma neanche tanto per adulti, visto che i contenuti non sono poi così scabrosi.

Dopo anni di lotte femministe ci ritroviamo ancora, nel ventunesimo secolo, a leggere di donne così sciocche e insipide, determinate a cambiare un uomo, a salvarlo. Perché questo è la missione di Anastasia; è pronta, fin da subito, a indossare la cuffietta da crocerossina e correre in aiuto di quel povero caso disperato che è Mr Grey. Ma chi ti ha chiesto niente? Per quale arcano motivo tu sei la donna che risolverà i suoi problemi? Il problema più grande è che tantissime donne hanno questa idea malsana: "non importa quanto lui sia stronzo, traditore e con un'allergia ai rapporti di coppia, con me sarà diverso, per me cambierà e si innamorerà veramente".
Se sui libri questa formula funziona e alla fine lo stronzo si redime e vissero tutti felici e contenti, nella vita reale raramente le cose cambiano e uno che è nato quadrato non morirà certo tondo, indipendentemente da quanto sexy e convincente sia la tua divisa da crocerossina.
E poi basta con queste storie di ragazze assolutamente fuori dal mondo che, letteralmente, inciampano nell'uomo della loro vita appena escono per la prima volta di casa. In più queste storie d'amore nascono veramente dal niente, senza motivo e senza spiegazioni, che il lettore si ritrova a chiedersi come abbiano fatto questi due ad innamorarsi l'uno dell'altra.

Il primo libro è un po' noioso: più della metà è incentrato sui dettagli del contratto che Christian vuole far firmare ad Ana. La scrittura è molto ripetitiva. Possibile che la James non abbia trovato dei sinonimi per "erezione"? Nella stesura di tre romanzi non si è mai fermata un attimo a consultare il vocabolario dei sinonimi e contrari? La cosa mi ha infastidito non poco. Anche le sensazioni che Ana prova sono sempre le stesse e descritte sempre con le stesse parole; per non parlare delle scene di sesso. Mediamente questi due finiscono a letto insieme una volta ogni capitolo; teoricamente, in tre libri, avrebbero potuto esplorare tutto il Kamasutra e oltre, invece lo fanno sempre nello stesso modo, aggiungono un frustino qui una barra divaricatrice là, ma per il resto è sempre la solita minestra.

Il secondo libro si apre con una totale e improvvisa inversione di marcia di Mr Grey, il motivo non è molto chiaro e il lettore non riesce a capire il perché di tale decisione. Per il resto non cambia molto. La storia passa da una scena di sesso a una paranoia di Ana e ritorno, avanti e indietro così per tre lunghi libri. Tutto il resto come gli altri personaggi di contorno, insipidi e poco rilevanti, e gli avvenimenti, sbrigativi e a volte lasciati in sospeso, sembrano un po' buttati lì per coprire i buchi di una trama che fa acqua da tutte le parti.

Il terzo e ultimo libro mi ha fatto venire le bolle. La discussione che Christian e Ana hanno sul fatto che lei voglia mantenere il suo cognome dopo il matrimonio, è assolutamente irritante. Lui è irritante. Se fossi stata in lei avrei chiesto il divorzio immediatamente. Lui è ossessionante, oppressivo e soffocante. Mr Grey è sempre stato così, allora perché ora Ana si arrabbia e vuole che lui sia diverso? Ma soprattutto perché l'ha sposato? Non lo capisco proprio.
Per fortuna le scene di sesso diminuiscono, probabilmente la James aveva esaurito la sua già scarsa fantasia; ma gli ultimi capitoli sono assolutamente inutili e ancora più irritanti del resto del romanzo. Non ho trovato per niente interessante la scelta dell'autrice di farci ritornare all'inizio della storia raccontandola, però, dal punto di vista di Christian.

Come sicuramente si è capito, questa trilogia non mi è piaciuta. Se avete voglia, fatemi sapere la vostra opinione, anche e soprattutto se diversa dalla mia.

VOTO: 5/10

venerdì 7 settembre 2012

IL SUPERSTITE di Wulf Dorn

Non pensate neanche lontanamente che ora mi dedichi solo alla recensione di psico-thriller, ma "La psichiatra" mi aveva talmente convinto (per la recensione clicca QUI), che ho deciso di leggere anche il secondo romanzo di Wulf Dorn. Non temete, a breve tornerò ai generi letterari che preferisco; anche perché questa volta il signor Dorn non mi ha catturato per niente nella sua rete.

In una notte d'inverno un'auto sbanda, il guidatore è gravemente ferito. Aveva appuntamento con lo sconosciuto che poche ore prima aveva rapito suo figlio Sven, mentre era fuori casa con il fratello maggiore. Adesso tutto è inutile: l'uomo sa che sta per morire e anche suo figlio morirà.
Dopo ventitré anni lo psichiatra Jan Forstner vive con l'angoscia della scomparsa del fratellino. Tutto ciò che gli resta sono un registratore dove sono incise le ultime parole di Sven: "Quando torniamo a casa?"; e gli incubi che da quella notte non hanno smesso di tormentarlo.
Jan ha studiato psichiatria come suo padre, si è specializzato in criminologia e ora è tornato al punto di partenza: alla Waldklinik, la clinica dove lavorava il padre e dove adesso lavorerà anche lui. Vorrebbe ricominciare a vivere, lasciarsi alle spalle l'incubo; ma quando una paziente della clinica si suicida, Jan si troverà coinvolto in un'indagine che svelerà un segreto atroce rimasto sepolto per ventitré anni.

L'argomento principale è sempre la mente con tutte le sue sfaccettature e le violenze, reali o presunte, sui bambini. In questo c'è più depravazione ed è più crudo del libro precedente.
L'ambientazione è uguale, stessa clinica e stesso paese, ma le somiglianze con il primo libro finiscono qui, perché non sembra nemmeno scritto dallo stesso autore de "La psichiatra": la trama non è costruita in modo lineare e scorrevole e non è per niente coinvolgente, anzi. All'inizio è troppo confuso, racconta troppe storie parallele e per più di metà non si capisce dove voglia andare a parare; continua a raccontare diverse storie, accadute in tempi diversi, aggiungendo in continuazione dettagli, ma non riuscendo a dare nessun indizio per sbrogliare l'intera matassa. A lungo andare diventa pesante e noioso, perché non si capisce cosa sia successo veramente.

Per tutto il romanzo dice che il protagonista, Jan, è ossessionato dalla scomparsa del fratellino e che questa tragedia, avvenuta ventitré anni prima, ha condizionato tutta la sua vita, ma non viene specificato come; non entra mai ne particolari, né spiega cosa abbia fatto Jan, negli anni precedenti, per scoprire la verità sulla sparizione improvvisa del fratello. Non capisco perché si soffermi a descrivere situazioni che non hanno molto a che fare con la risoluzione del mistero, mentre altre cose, che potrebbero essere più importanti o incisive, vengano solo accennate e poi perse lungo il cammino.

Ora parliamo del grande colpo di scena finale. Si tratta veramente di un gigantesco colpo di scena, uno di quelli che ti lascia a bocca aperta. Nel momento in cui viene rivelato il colpevole di tutto, io sono rimasta un po' sconcertata perché non avevo capito che era lui, avevo pensato a tutt'altra persona. Subito ho pensato che questa enorme sorpresa era dovuta al fatto che mi ero un po' distratta dalla trama, per il  fatto che non mi piaceva il libro; ma ripensandoci non credo che sia per quello, ma per il semplice fatto che l'autore non te lo fa capire in nessun modo durante il romanzo. Ho avuto l'impressione che persino Jan sia rimasto più scioccato di me nel fare questa scoperta, non se l'aspettava nemmeno lui. Questa incredibile rivelazione, risvegliandomi dal torpore, mi ha invogliato a proseguire e a saperne di più sulle vicende narrate; purtroppo questo è avvenuto negli ultimi tre/quattro capitoli e, per quanto mi riguarda, non ha aiutato a salvare il libro.

Mi dispiace dirlo, ma non mi è piaciuto, non è intrigante e appassionante, ma solo sconclusionato e irritante per questo. Molte volte ho avuto l'impellente desiderio di abbandonarlo, ma è una cosa che raramente riesco a fare con un libro, anche se non mi piace continuo a leggerlo fino alla fine (spesso con molta difficoltà). Forse perché dentro di me continuo a sperare che vada meglio, che migliori pagina dopo pagina, ma raramente accade. In questi casi, una delle soluzioni che adotto, è leggere un altro libro insieme, così quando il libro in questione mi annoia troppo, passo all'altro. Infatti, "il superstite" l'ho "diluito" con un romanzo totalmente diverso (non potrebbero essere più agli antipodi di così), la cui recensione sarà nel blog a breve.

VOTO: 6/10

lunedì 27 agosto 2012

PICCOLI UOMINI di Louise May Alcott

Devo ammettere tutta la mia ignoranza, ma non sapevo che "Piccoli uomini" fosse la continuazione di "Piccole donne crescono". Non so dire se mi aspettassi una versione al maschile delle piccole donne, oppure un romanzo completamente diverso, ma di certo non avrei mai pensato che fosse il seguito della storia.

La zia March è da poco scomparsa, lasciando Jo unica erede della tenuta di Plumfield con la sua vasta e comoda casa. Jo respinge il consiglio di tutti, che in apparenza sarebbe il più pratico: venderla subito; perché ha dei progetti su quella casa. Ora che è diventata la moglie del professor Fritz Bhaer, sa che ha trovato in lui un alleato prezioso per trasformare la casa di zia March in un luogo di accoglienza, di educazione e di studio per bambini diseredati. Aiuteranno a sostenere le spese di una gestione che si prevede onerosa alcuni ospiti paganti, che con la loro presenza assicureranno al convitto anche un equilibrio sociale con la convivenza di ragazzi di educazione e cultura diversa. Infatti, oltre ad ospitare i gemelli della sorella Meg, Jo e suo marito accolgono anche ragazzi provenienti dalla strada, ribelli e ladruncoli. Naturalmente i Bhaer saranno sostenuti dalla collaborazione di tutta la comunità, in particolare dal cognato Laurie.

Non vorrei parlare male di questo romanzo, anche perché "Piccole donne" mi era piaciuto molto (leggi la recensione QUI), ma in realtà "Piccoli uomini" l'ho trovato noioso, pesante e poco stimolante. Mi dispiace molto per la Alcott, che con i primi due libri mi aveva conquistata, ma con questo mi ha deluso molto.
Non c'è una vera e propria trama, e questo lo dice anche l'autrice quasi a metà del libro, infatti è un elenco continuo e interminabile di avvenimenti che accadono a questi ragazzi ospiti a Plumfield. Quasi dei piccoli racconti, collegati tra loro da un debole filo, ma che non portano a niente. La storia si svolge in un arco di tempo di sei mesi, ma a me sono sembrati molto di più mentre leggevo. Ci sono stati dei momenti in cui volevo abbandonarlo, chiuderlo, rimetterlo nella libreria e non rivederlo mai più; ma ho resistito, ogni volta convincendomi che dovevo dagli ancora una possibilità. Ho fatto molta fatica a finirlo e la noia e la delusione mi hanno accompagnato fino all'ultima pagina.

In questa storia la protagonista è Jo con i suoi bambini, quindi le altre sorelle March (Meg e Amy) e gli altri personaggi, che avevamo conosciuto e amato nei romanzi precedenti, passano in secondo piano comparendo pochissime volte; questo mi ha rattristato un po', ma non è la cosa peggiore che sia capitata. La cosa che mi ha deluso più di tutto è la rinuncia, da parte di Jo, di diventare una scrittrice. Questa decisione era già stata accennata alla fine di "Piccole donne crescono", ma speravo ci ripensasse ... e invece rinuncia al sogno di una vita per aprire una scuola. Non fraintendetemi, aprire una scuola e aiutare dei ragazzi in difficoltà è bellissimo, ma non mi sembra una cosa da Jo: lei non doveva essere una donna all'avanguardia? Una scrittrice famosa e di successo, in un periodo della storia in cui la penna la impugnavano solo gli uomini? Forse ho sbagliato io a puntare troppo su di lei e la sua carriera, portandomi a sbattere contro una cocente delusione.

Un punto a favore, e sicuramente una nota distintiva, di questo romanzo è l'originalità della scuola dei coniugi Bhaer. Si tratta di un progetto veramente all'avanguardia per quel periodo; un ambiente, prima di tutto, familiare e poi scolastico ed educativo. Un metodo che riunisce in sé alcuni dei sistemi educativi che noi usiamo oggi, a più di 150 anni di distanza. Il metodo Montessori, ma anche il semplice uso delle classi miste, sono solo alcuni esempi dei metodi utilizzati da Jo e Fritz per educare i loro ragazzi. Sicuramente l'idea di scuola della Alcott anticipava molto i tempi.
Come nei romanzi precedenti, non mancano molte situazioni alla "Mulino bianco", come mi piace chiamarle. Tutti sono felici, allegri, si comportano bene, si amano immensamente e tutto andrà a finire per il meglio. Tutto. Ma proprio tutto va sempre nel verso giusto. Anche il metodo educativo adottato non fallisce mai, ma porta sempre a risultati ottimi. A lungo andare questo estremo buonismo e perenne ottimismo mi urtano leggermente i nervi, io preferisco libri un po' più realistici.

Per concludere, l'agonia è stata tale che mi ha impedito di proseguire nella lettura degli altri capolavori di Louisa May Alcott, infatti mi mancano: "I ragazzi di Jo" (seguito naturalmente di "Piccoli uomini") e "Un lungo, fatale inseguimento d'amore" (di questo, alcune fonti mi dicono che sia completamente diverso dal solito stile Alcott, un po' più crudo, ma tale notizia non mi ha ancora spinto a leggerlo). Per ora il segnalibro è fermo all'ultima pagina di "Piccoli uomini" e credo che non si muoverà da lì ancora per molto tempo.

VOTO: 5/10

venerdì 23 marzo 2012

ZIA MAME di Patrick Dennis

Questo è un libro uscito nel 1955, guadagnandosi una recensione molto scettica sulle pagine letterarie del "New York Times".  I lettori manifestarono un clamoroso dissenso rispetto all'opinione dell'autorevole organo di stampa, infatti venti giorni dopo, "Zia Mame" conquistò il primo posto nella classifica dei libri più venduti stilata dal giornale, mantenendo tale posizione per due anni.

Il piccolo Patrick, di dieci anni, rimane orfano e viene affidato alla sorella di suo padre, la zia Mame. Educato in modo rigido e conservatore, Patrick viene catapultato nel mondo estremamente appariscente e privo di regole della zia, popolato da personaggi frivoli e chiassosi, nella New York di fine anni venti.
Dopo il primo periodo caotico e divertente in cui zia e nipote si conoscono e lui impara a vivere secondo i ritmi di Mame, tutto cambia e Patrick viene mandato a studiare in un collegio, ma continua a trascorrere le vacanze nel lussuoso appartamento della strana zia a Manhattan. In questo modo è comunque partecipe delle molte avventure della zia: il suo matrimonio felice, ma breve; la stesura di un libro; l'aiuto offerto a una giovane incinta; la ricerca di un lavoro (perché la crisi del '29 colpirà anche lei); e l'adozione di alcuni orfani.
Patrick cerca di raccontare la sua adolescenza in compagnia di questa donna impertinente, sfacciata ed assolutamente allergica a qualsiasi forma di riverenza bigotta; uno spirito libero che lui accetta così com'è, senza mai giudicarla.

Si tratta di una lettura piacevole e leggera, ma che sicuramente non rientra tra i miei libri preferiti. Nel commento sul retro della copertina, Rosalind Russell scrive che il personaggio di Mame ha molto in comune con altre eroine della letteratura come Lorelei Lee, Blanche DuBois e Scarlett O'Hara. Credo che sia stato questo a spingermi a leggere il libro, ho pensato: "Se questa zia Mame è incredibile anche solo la metà di Rossella in Via col vento, allora vale la pena di leggerlo". Il paragone si è letteralmente sgretolato tra le mie mani mentre leggevo il romanzo. Zia Mame è lontana anni luce da Rossella e da molte altre protagoniste della letteratura che a me piacciono.
Questa zia viene descritta come una donna con un feroce senso dell'umorismo e il libro promette di essere molto ironico e divertente. Io non ho riscontrato niente di tutto questo; alcuni avvenimenti sono simpatico, ma niente di più. Non l'ho trovato divertente, anzi a volte è anche noioso, ma forse è un umorismo che non mi appartiene e quindi non lo capisco...mah.

Ho trovato zia Mame una donna svampita, egocentrica e molto frivola, a volte stupida e con poca personalità ; è un personaggio che mi ha molto infastidito in alcune scene e innervosito in altre. Facevo fatica a sopportare i momenti in cui questo povero bambino, Patrick, è costretto a sopportare le sciocchezze della zia, senza essere ascoltato o preso in considerazione. Non mi piace il modo in  cui Mame prende il sopravvento in tutte le situazioni e il nipote, ormai adulto alla fine del libro, non riesca mai, o meglio, non provi mai a "contenerla".

Una cosa che mi succede poche volte è trovarmi a chiedere: ma dove vuole arrivare questo libro? Cosa che mi è capitata leggendo questo romanzo. Mi è sembrata solo una lunga descrizione di situazioni vissute dai due protagonisti, ma che non arrivava mai da nessuna parte, mai ad uno scopo. Una serie di avvenimenti messi semplicemente in ordine cronologico. Arrivata a metà libro ho pensato: "Ok, hai una zia strana...e allora?!? Dimmi qualcosa di più!!".

Mi dispiace perché sembra che mi stia accanendo su questo romanzo, ma purtroppo non mi è piaciuto. Ripeto: forse è un problema mio; ma dubito che gli darò una seconda possibilità. Finirà in fondo alla mia libreria e tanti saluti.

VOTO: 6/10

giovedì 16 febbraio 2012

IL MONDO DI RHETT di Donald McCarg

Terzo e ultimo capitolo di "Via col vento". Prometto che è l'ultimo, e poi comincerò a parlare anche di altri libri ed altri argomenti.
Anche questo promette di dare un seguito, e una fine, al primo romanzo; ma prima ripercorre (abbastanza velocemente) tutta la storia dando, però, il punto di vista di Rhett Butler... E qui comincia il dramma...

Rhett è un ragazzino ribelle, insofferente alle rigide norme che regolano il comportamento dei bianchi del Sud; è amico dei neri ama le paludi che circondano la piantagione dei Butle e si rifiuta di sottostare al giogo paterno. Diventerà un uomo determinato, con un forte senso degli affari e una profonda lealtà nei confronti di quelli che ama. Attraverso i suoi occhi ritroviamo i personaggi di "Via col vento", visti con uno sguardo diverso: quello dei sentimenti e delle emozioni che gli hanno suscitato. Prima fra tutte Rossella. La storia in questo romanzo va ben oltre quella che conoscono i lettori del capolavoro di Margaret Mitchell e riserva alcune sorprese: ad esempio il legame che unisce Rhett a Bella Watling.

Il libro è diviso in tre parti, rispettivamente: la giovinezza di Rhett; la sua vita durante le guerra e insieme a Rossella; e l'ultima parte racconta cosa fa Rossella dopo che lui se ne è andato.
Personalmente non è all'altezza di "Via col vento" e del modo di scrivere di Margaret Mitchell. Non si dilunga molto nelle descrizioni, e nei dettagli, dei personaggi e delle situazioni in cui essi si trovano.
C'è una cosa che mi ha dato fastidio: le parti che coincidono con il romanzo della Mitchell, non sono descritte nello stesso modo e molte volte i dialoghi tra i personaggi cambiano; è una cosa che non mi piace proprio, almeno quelle parti poteva lasciarle come nell'originale.

Inoltre Rhett non è il mio Rhett. Leggendo questo libro mi sono accorta che l'alone di mistero, che la Mitchell lascia, per quanto riguarda gli spostamenti di Rhett durante le guerra e i suoi affari, aiutano a renderlo affascinante e creare quelle caratteristiche del personaggio che piacciono tanto.
Nemmeno Rossella è la stessa, soprattutto nella parte finale del romanzo. Non è testarda e avventurosa come dovrebbe essere. Nell'ultima parte l'autore fa trasferire Rossella a Tara e la lascia lì in attesa del ritorno di Rhett. Lei non è proprio un personaggio che resterebbe stabile in un posto, ad aspettare. Per quanto amasse la sua terra, non  sarebbe mai rimasta per il resto della sua vita a Tara; era la sua casa, ma non la sua vita. Avrebbe cercato Rhett in capo al mondo, non si sarebbe mai seduta ad aspettare che lui cambiasse idea e che tornasse da lei; per questo apprezzo di più il romanzo di Alexandra Ripley "Rossella", che le conferisce un po' più di carattere e di senso dell'avventura.

"Il mondo di Rehtt" è un romanzo carino, semplice e scorrevole, ma assolutamente trascurabile per gli appassionati di "Via col vento". A mio parere, sarebbe risultato più carino se si fosse concentrato di più solo sul prima e dopo (pre e post Via col vento), approfondendo con dettagli e descrizioni i personaggi, gli ambienti e il periodo storico, saltando a piè pari la parte centrale.

VOTO: 4/10