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martedì 23 maggio 2017

ROSEMARY'S BABY di Ira Levin

Come vi ho detto la settimana scorsa, l'IndieBBBCafè questo mese è tutto dedicato ad Edizioni Sur, una giovane casa editrice, che ha saputo farsi largo nel mercato dell'editoria proponendo molti prodotti interessanti, di cui io prediligo quelli di narrativa anglo-americana. E di questa categoria fa parte il libro di cui vi parlo oggi Rosemary's Baby di Ira Levin: un romanzo horror, nel senso più blando del termine, ma che sa trasmettere un'incredibile tensione nervosa.

Guy e Rosemary Woodhouse sono una giovane coppia di sposi. Lui è un attore, in attesa della sua grande occasione; lei sogna una normalità borghese fatta di sicurezza economica, una bella casa, tanti figli.
Dopo lunghe ricerche hanno trovato un appartamento nel Bramford - uno storico palazzo nel cuore di Manhatta, circondato da un alone di prestigio sociale, ma anche da sinistre leggende - e di lì a poco la loro vita sembra arrivare a una svolta: Guy ottiene una parte in un'importante commedia e Rosemary rimane finalmente incinta del primo figlio. Ma non tutto è destinato ad andare per il verso giusto.
La gravidanza di Rosemary viene turbata da premonizioni e incubi notturni, da inspiegabili dolori addominali e strani incontri, e soprattutto dall'invadenza di due vicini, troppo premurosi per non risultare sospetti.


Questa volta non mi ero informata più di tanto su questo libro, non avevo nemmeno letto la trama, sapevo solo che era una storia particolare, a tratti horror, un po' inquietante. Volevo che fosse un mistero da scoprire lentamente durante la lettura. Ed è stata tutta una sorpresa, infatti, ho visto tutto attraverso gli occhi di Rosemary, ho dubitato con lei di alcuni personaggi e mi sono fidata di altri, cercando di sviluppare delle mie ipotesi sulla situazione.
E che forti emozioni ho provato! Quelle che ti tengono incollato a un libro e ti fanno saltare sulla poltrona se qualcuno ti sfiora una spalla (storia vera).
Lo stile chiaro, semplice e pulito di Ira Levin mi ha catturata, coinvolta e intrappolata nella lettura fino alla fine. Del tutto incuriosita dalla storia, avrei voluto leggerlo continuamente, senza mai posarlo per tornare alla mia vita reale; infatti l'ho divorato e l'ho finito in pochissimi giorni (ma se avessi avuto l'opportunità l'avrei finito in uno).

L'angoscia e il senso di oppressione che ho provato leggendo questo libro, non mi era mai capitato.
Rosemary ha molti amici e conoscenti che le vogliono bene e tengono a lei, e questo si percepisce da subito, anche se questi non sono molto presenti nella storia; come lettori non si dubita mai delle buone intenzioni dei suoi amici, anche quando le cose diventano complicate è solo Rosemary, confusa e frastornata, a dubitare di loro, ma il lettore non cade nel tranello.
Invece c'è una certa ambiguità, fin dall'inizio, nel comportamento degli anziani vicini di casa, del ginecologo, di altri inquilini del palazzo e, più avanti, anche di Guy il marito della protagonista. Sono gentili, affabili e generosi, sempre presenti, anche nei momenti in cui non te li aspetti, si preoccupano di Rosemary e  delle sue condizioni in modo quasi morboso; ed è proprio questo estremo atteggiamento di accudimento nei suoi confronti che fa rizzare subito le antenne e insospettisce il lettore, che comincia a pensare da subito che le loro intenzioni non siano delle migliori e che abbiano un secondo fine.
Anche se questo secondo fine non sarà chiaro fino alla fine del libro, proprio fino alle ultime pagine, portando a un finale veramente inaspettato.

Un personaggio che ho detestato è stato il marito, Guy, una di quelle persone che compreresti solo per tenerla sul comodino e schiaffeggiarla ogni volta che se ne ha voglia. Egoista, egocentrico e approfittatore, che appare come gentile e amorevole, ma che invece agisce solo per un suo tornaconto personale.
E la povera Rosemary: giovane donna convinta di essere emancipata, consapevole, decisa, forte e atea, ma che si rivela invece una persona ingabbiata nei propri pregiudizi, una ragazza di campagna, trasferitasi in città, che però non accetta e ha paura di ciò che è diverso da lei (omosessuali e neri) ed è confortata dallo stereotipo di una vita borghese e tranquilla di brava mogliettina remissiva, accondiscendente e ingenua.
Ma non posso proprio dirvi altro su questa splendida storia coinvolgente e sconvolgente al tempo stesso, perché non voglio proprio rovinarvi le sorprese, la paura e l'angoscia che troverete al suo interno.

Voglio recuperare tutti i romanzi di Ira Levin, soprattutto La donna perfetta, perché Rosemary's Baby mi ha fatto scoprire uno scrittore incredibile, che sa come tenere incollati i lettori alle pagine. Sono convinta che anche le altre sue opere saranno all'altezza.
Prima però devo recuperare il film del 1968, tratto da questo romanzo, diretto da Roman Polanski e con Mia Farrow nei panni di Rosemary, perché sono veramente curiosa.

martedì 16 maggio 2017

NESSUNO SCOMPARE DAVVERO di Catherine Lacey

Il nostro #IndieBBBCafè dedica l'intero mese di maggio a Edizioni Sur, una casa editrice nata cinque anni fa, che si caratterizza soprattutto per la narrativa latino-americana e anglo-americana. Per conoscere meglio questa realtà editoriale vi rimando all'interessante intervista che ha fatto Paola per elle con zero.
Io ho scelto questo libro quando mi trovavo a Milano per Book Pride. Questa copertina evocativa, un titolo che sembra una promessa e la trama curiosa, sono stati i motivi che mi hanno avvicinata a questo romanzo.

Elyria, ventotto anni, ha un lavoro stabile e un marito a New York; ma un giorno, senza dare spiegazioni, molla tutto e parte con un volo di sola andata per la Nuova Zelanda.
Passerà mesi a vagare in autostop fra le campagne di quel paese sconosciuto, incrociando le vite di altre persone e tentando di dare un po' di pace alla sua. Scopriamo che Elyria ha un passato difficile (una madre alcolizzata, una sorella adottiva suicida, allieva del professore che è poi diventato suo marito), ma la fuga non è causata da crimini o violenze: nasce da un malessere esistenziale tanto profondo quanto difficile da definire; e il romanzo è, di fatto, un viaggio nella mente della narratrice, capace di osservazioni acutissime sul mondo, ma anche preda di improvvisi squilibri; dentro di lei, dice, si muove un bufalo riottoso che non riesce a placare.



Chi non ha mai desiderato partire? Mollare tutto ed andarsene?
Quando le cose sembrano andare male, sembrano troppo grandi e difficili da superare, o semplicemente ci si annoia e la vita sembra sempre la stessa, sembra quasi inevitabile un cambiamento, una scossa, e quindi allontanarsi e lasciare tutto sembra la scelta migliore.
Un pensiero fugace, che appare nel cuore della notte, in un momento in cui l'angoscia e la disperazione si fanno spazio dentro di noi e non ci lasciano dormire. Alzi la mano a chi non è mai successo! Ma poi arriva il mattino e questo malessere lascia il posto alle responsabilità e alla razionalità che ci tengono legati (nel bene e nel male) al posto dove siamo.
A me è successo alcune volte di dire: "Vaff... domani parto e non torno più, cambio la mia vita". Ma invece sono ancora qui, perché non ho il coraggio di fare il salto.
Però ho sempre ammirato tanto chi riesce a farlo, a mollare tutto (affetti, parenti e amici) e andare altrove in cerca di nuove opportunità, un nuovo inizio. E un po' invidio il coraggio di queste persone.
Come fa Elyria, la protagonista di questo romanzo, che dall'oggi al domani lascia lavoro e marito per andare in Nuova Zelanda, con pochi soldi in tasca e uno zaino sulle spalle. Lei lo fa in modo decisamente drastico, perché non avvisa nessuno della sua partenza. E lo fa principalmente perché vuole sparire, ma non si può scappare da sé stessi e sparire del tutto, e il titolo ce lo ricorda bene: Nessuno scompare davvero.

Un libro estremamente scorrevole (poco più di 200 pagine), ha capitoli brevi che si leggono velocemente, lo stile è molto semplice e chiaro.
La maggior parte delle volte i capitoli si alternano: passando dal racconto della situazione attuale che sta vivendo Elyria, raccontando il suo presente, ciò che le succede e le persone che incontra; per passare al capitolo successivo in cui la narratrice racconta ricordi personali della sua vita e si lascia trasportare da flussi di coscienza infiniti, ingovernabili che spaziano in tutte le direzioni e si perdono.
È grazie a questi ricordi che noi lettori veniamo a conoscenza di molte cose riguardanti la protagonista e, un po' alla volta, ci facciamo un'idea sul perché abbia preso questa decisione, di mollare tutto e andarsene.

Elyria se ne va a causa di un malessere interiore che nemmeno lei sa spiegare, ma è sicuramente dovuto a diverse situazioni della sua vita: una madre assente e alcolizzata; una sorella morta suicida; un marito che la ama, ma non la conosce; la presenza di pochissimi veri amici.
Questo inspiegabile malessere si manifesta dentro di lei come un bufalo inferocito, che sente muoversi in modo irrequieto e scatenarsi all'improvviso.
Così, la nostra protagonista, si ritrova dall'altra parte del mondo per chiarirsi le idee (senza grandi risultati in verità) e a ripetere sempre gli stesse schemi: non parla con nessuno, se non strettamente necessario; rimugina costantemente sul suo passato; e scappa ogni volta che le cose diventano insostenibili per lei.

Il finale, che naturalmente non vi racconto, non so se l'ho capito a pieno e se mi ha convinta, ci sto ancora riflettendo. Nel corso del suo viaggio, durato diversi mesi, Elyria cambia molto, perché è inevitabile che un viaggio del genere ti cambi profondamente; ma molte cose non hanno una spiegazione o una conclusione chiara, non trovano una soluzione. E forse va bene così, perché in realtà nella vita vera le cose vanno proprio così: non tutto si sistema da solo, soprattutto scappando, ma le cose cominciano ad andare meglio solo quando le si affronta.

martedì 9 maggio 2017

LUCKY di Alice Sebold

Questo romanzo era nella mia libreria da diverso tempo, non mi decidevo mai ad affrontarlo, probabilmente per il tema, così forte e importante, trattato tra le sue pagine: lo stupro.
L'autrice, meglio conosciuta per Amabili resti, il suo romanzo di maggior successo, Alice Sebold in Lucky ci racconta una storia vera, la sua, di quando fu stuprata una notte di primavere, nel suo primo anno d'università, mentre tornava nel suo alloggio.

"Chi dice che preferirebbe lottare fino alla morte piuttosto che farsi violentare è un idiota... Parlando di scalate o di traversate burrascose certa gente dice di essere diventata tutt'uno con la montagna o con l'acqua..."
Dal buio della galleria abbandonata cosparsa di cocci e bottiglie rotte dove è stata violentata quando aveva diciotto anni, Alice Sebold ci consegna una sconvolgente rivelazione: "Io divenni tutt'uno con quell'uomo. Quell'uomo teneva in mano la mia vita..."
"Sei fortunata" si sentì dire Alice dal poliziotto che raccolse la deposizione dopo lo stupro. "Una ragazza fu stuprata e smembrata in quel luogo tempo fa".
Il senso di questa controversa fortuna è il tema sul quale l'autrice torna sistematicamente nel corso del suo libro che è a un tempo drammatica testimonianza, lucida e spregiudicata indagine sulla violenza e le sue conseguenze e sconcertante ritratto autobiografico, denso di candore, anticonformista e ironico, pieno di dolore e legittima ribellione.
Alice, condannata dalla violenza alla solitudine e alla discriminazione, costretta a vivere in un mondo che ha solo due colori, ciò che è sicuro e ciò che non lo è, "rovinata" agli occhi di familiari, amici e fidanzati, riuscirà con coraggio a superare prove durissime per vivere in un mondo dove orrore e amore convivono.

Alice Sebold apre il libro raccontando subito il momento dello stupro, lo fa nei minimi dettagli senza tralasciare nulla, così che il lettore si trovi di fronte al momento clou del romanzo e sappia fin da subito a cosa sta andando incontro.
Tutto è spiegato così bene e in modo così toccante che io stavo già piangendo a pagina 21.
Lo stile di scrittura è semplice e diretto, l'autrice non ha certo voluto romanzare la vicenda, ha voluto raccontarla proprio così come è avvenuta, come si è svolto tutto dall'inizio alla fine. Certo però il modo non è dei migliori: ci sono parti assolutamente inutili, come alcuni aneddoti della sua infanzia, per nulla rilevanti al fine della narrazione, che sembrano più dei riempitivi messi lì per aumentare il numero di pagine.
Mi aspettavo qualcosa di più da un libro del genere, che tratta un argomento così delicato, ma estremamente importante. Ho trovato la descrizione di molti fatti e tanti dialoghi, ma pochi sentimenti, sensazioni e riflessioni; insomma per nulla introspettivo, ma solo la cronologia dei fatti realmente accaduti.
Esplicita sì, che colpisce duramente allo stomaco nelle sue descrizioni, ma solo perché sono argomenti sensibili e non perché c'è qualche sostanziale risvolto psicologico toccante.

Non bisogna vederla solo come la storia dello stupro, ma è la storia di una ragazza che cerca di rimettere insieme i pezzi della sua vita, dopo un evento terribile. Della sua lotta nel cercare di tornare alla vita di tutti i giorni, della grande difficoltà nell'affrontare tutto quello che viene dopo: il giudizio delle persone, i commenti e gli sguardi inopportuni, il modo diverso di vedere la vita e di valutare le persone che la circondano.
Uno sforzo immenso per riuscire a convivere con questo trauma terribile e tornare alla normalità, che non sarà mai come prima.
Una parte molto interessante è quella che riguarda il processo e le testimonianze di Alice. La tensione di quei momenti, e anche la rabbia che l'autrice prova in determinate situazioni, è palpabile e la si vive in prima persona.
Alice trova diversi modi per combattere i propri demoni, che la opprimono e potrebbero distruggerla; uno di questi è soprattutto il coraggio di affrontare a testa alta il suo violentatore in un aula di tribunale, raccontando in modo chiaro e lucido quello che le è successo. Ma a u certo punto la ragazza cade anche nella spirale di alcool e droghe, per poter soffocare le sue sensazioni e poter sopravvivere
Qui si apre tutta l'ultima parte del libro, che racconta i quindici anni dopo, fino alla decisione di scrivere queste pagine. A mio parere, sono avvenimenti raccontati in modo grossolano e sbrigativo. In poche pagine fa un riassunto di quei quindici anni, giusto per dare un'assaggio di ciò che è accaduto, senza approfondire sentimenti, paure e sensazioni.
Non ha dato per niente il tempo e lo spazio che queste vicende si meritavano.

Un libro veloce e scorrevole nonostante le sue 310 pagine, che vale la pena leggere per la sua capacità di far riflettere sulla situazione delle donne e su come vengano trattate dopo aver subito uno stupro. Molto spesse sono colpevolizzate ingiustamente per quello che è successo e vengono viste come delle persone "rovinate" per sempre.
Nonostante questa vicenda sia accaduta nel 1981, e l'autrice ricostruisca l'accaduto quindici anni dopo, il romanzo rimane ancora estremamente attuale e fornisca svariati punti su cui riflettere.
È determinante che si capisca quanto è importante denunciare queste cose, parlarne e ascoltare le vittime, per aiutare a superarlo e impedire che accada ad altri.
Bisogna dare un volto e un nome alle vittime, altrimenti come dice Alice: "...se resta anonima, la mia storia è solo una storia, non la realtà".

venerdì 31 marzo 2017

ABBIAMO SEMPRE VISSUTO NEL CASTELLO di Shirley Jackson

Non sono molto a mio agio con questo genere di letteratura. Quindi per avvicinarmi e prendere confidenza sto facendo dei piccoli passi (come questo piccolo libro). Soprattutto in previsione di ottobre, mese in cui tutte le mie letture saranno di questo genere, e anche peggio, per festeggiare alla fine Halloween.
Mi sono convinta di leggere Abbiamo sempre vissuto nel castello di Shirley Jackson forte del fatto che non l'avrei letto da sola (perché in queste circostanze ho davvero bisogno di sostegno), ma con il gruppo di lettura di Federica Frezza, su Youtube come Prismatic310 (domenica sera ci sarà la live a riguardo).

La diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l'Estraneo, nella persona del cugino Charles, si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia.
Ma il malessere ci invade via via, disorientandoci.
Anche in queste pagine Shirley Jackson si dimostra somma maestra del Male - un Male tanto più allarmante di quanto non circoscritto ai "cattivi", ma come sotteso alla vita stessa, e riscattato solo da piccoli miracoli di follia.

Il romanzo L'incendiaria di Stephen King si apre con la dedica: "A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce".
E sembra proprio così. La narrazione appare discreta, delicata e sottotono. Una storia che comincia con toni sommessi e tranquilli, per poi scivolare nell'inquietudine e nell'angoscia. Il fatto che tutto si svolga all'interno della casa da anche un certo senso di claustrofobia.

La scrittura di Shirley Jackson è diretta, senza fronzoli, asciutta, ma che sa trasmettere forti emozioni, senza clamore, senza ostentare, senza appunto alzare la voce.
La prima metà è scorrevole, si legge in fretta e avidamente; mentre la seconda metà trasmette un certo senso di panico e angoscia e mi sono ritrovata a centellinare le pagine che mi mancavano, per non finirlo troppo in fretta, ma anche perché avevo bisogno di fare delle pause. Sì, ve l'ho già detto, sono una fifona e mi lascio impressionare facilmente.

La protagonista, Mary Katherine, è un personaggio curioso e sensibile, con il quale si entra in empatia sin dalle prime pagine. Ha una serie di credenze e superstizioni che sono veramente affascinanti e centrali per lo svolgersi della storia. In più è così protettiva nei confronti della sorella maggiore Constance, capendo i suoi sentimenti e le sue preoccupazioni guardando un semplice gesto, che appare veramente tenera e servizievole. La complicità tra le due sorelle è incredibile e quasi palpabile, possono capirsi solo con uno sguardo, e questo le rilega in un mondo tutto loro "la luna" dove si ritrovano sempre e sono tranquille.
Grazie anche ai siparietti simpatici di zio Julian le situazioni acquistano una parvenza di comicità, ma il grande terribile segreto, che accomuna i tre abitanti della casa, aleggia costantemente in tutto il romanzo e non permette mai di lasciarsi andare a vere e proprie risate, ma più che altro a sorrisi maliziosi.
Il personaggio di Charles, il cugino, è veramente odioso e fastidioso; arriva all'improvviso, si comporta da padrone e a te lettore viene solo da chiederti: "ma questo cosa cavolo vuole?".

In tutto il libro non ci sono dei veri personaggi buoni o cattivi. Ognuno di loro, anche quelli che compaiono solo una volta, sono ambigui e c'è un continuo alternarsi di ruoli.
Il romanzo gioca costantemente sul concetto di male, quella cattiveria che è dentro ognuno di noi, che può portarci a commettere atti indicibili se solo la lasciamo andare.
Tutti i personaggi a un certo punto commettono degli atti cattivi, sleali e vili, per poi tentare di tornare sui propri passi e sistemare le cose. Il fatto che a tutti è concessa una seconda possibilità è fondamentale, non dobbiamo limitare il nostro giudizio a una sola azione commessa da qualcuno, ma guardare oltre e permettergli di migliorare la situazione, anche a modo suo.

mercoledì 22 marzo 2017

ROMANZI A PUNTATE: MILDRED PIERCE di James M. Cain


Nel 1941 James M. Cain pubblica questo noir che però si mescola al mélo (melodramma). Mildred Pierce è una donna dal carattere forte, ha un'incredibile capacità di andare dritta allo scopo e un fondato scetticismo nei confronti degli uomini. Molto affine alle tradizionali dark lady che usavano la seduzione per condurre qualsiasi maschio capitasse loro a tiro a forme di distruzione spesso peggiori della morte.
Ma oltre che contro gli uomini, Mildred deve combattere contro la propria figlia, Veda: una creatura subdola e dotata di rara cattiveria.

La casalinga di Glendale, California, Mildred Pierce viene malamente abbandonata dal marito sognatore e inetto Herbert. Per far fronte alle spese di mantenimento delle due figlie e della casa, oltre a vendere le sue squisite torte a vicini e amici, Mildred si ritrova a fare la cameriera in un ristorante vicino a Hollywood, di nascosto dalla figlia maggiore Veda, che considererebbe disonorevole avere una madre che serve il pranzo per sopravvivere. Ma questo la spinge a prendere un decisione molto importante: mettersi in proprio e aprire un piccolo ristorante.
Mentre Mildred si da da fare per trovare il posto giusto e sbrigare tutta la burocrazia che serve per aprire un'attività, incontra Monty, un annoiato uomo dell'alta borghesia americana. Con lui nasce subito una storia fatta più di passione che di veri sentimenti d'amore; che finisce dopo un po' di tempo perché la donna è convinta che Monty stia allontanando la figlia Veda da lei.
In poco tempo il ristorantino di Mildred ha un enorme successo e ben presto l'ex casalinga si ritroverà a gestire ben tre ristoranti e una pasticceria.
Ma il rapporto con Veda, sempre stato turbolento e conflittuale, si deteriora sempre di più fino al momento della rottura inevitabile e clamorosa. Da quel momento Mildred si impegnerà per riallacciare i rapporti con l'amata figlia e per farlo ricorrerà anche a Monty, che ormai detesta ma che le serve per raggiungere il suo scopo, arrivando a sperperare tutto il suo patrimonio e a non curarsi più dei suoi affari.

Questo romanzo parla del grande Sogno Americano. Vicino al luogo in cui i sogni prendono vita (Hollywood), nel periodo della Grande Depressione, in un Paese dove (sembra) tutto è possibile, Mildred lascia il marito inetto e scansafatiche e, ritrovandosi quasi in bancarotta, prende in mano la sua vita e la rivoluziona totalmente: passando da semplice cameriera a proprietaria di diversi ristoranti caratteristici e di grande successo. Vivendo anche una storia scandalosa con il rampollo di una ricca famiglia californiana, ricca di passione e sensualità, ma povera di veri sentimenti.
Potrebbe sembrare la tipica storia di riscatto, di sapersi rialzare da una situazione terribile per arrivare al successo e alla felicità, ma c'è molto di più tra le pagine di questo libro.

È la storia di due donne, la madre Mildred e la figlia Veda, legate tra loro in modo contorto come due alberi costretti a crescere troppo stretti, in cui entrambi cercano la luce, ma si ostacolano a vicenda costantemente.
Mildred prova un amore ossessivo e quasi perverso (passatemi il termine) per Veda. Alla figlia è tutto concesso, è bellissima e talentuosa, per questo merita tutto. Alla morte della figlia minore Ray, Veda diventa l'unico scopo della vita di Mildred, legandola ancora di più alla ragazza e arrivando a ringraziare Dio per averle risparmiato la figlia preferita.
Assolutamente cieca agli sbagli e alle cattiverie della figlia, Mildred è totalmente conquistato dal modo di fare e di essere di Veda, perdonandole qualsiasi cosa.
Dal canto suo Veda possiede una rara cattiveria ed è viziata come poche, vuole tutto e subito puntando i piedi se non lo ottiene. È una di quelle persone che ha bisogno di denigrare e sminuire gli altri per sentirsi superiore, perché non ha altro: non ha talento, né intelligenza; soltanto una grande altezzosità e arroganza. Cosa evidente per tutti, tranne che per Mildred.
Bersaglio preferito di questi attacchi è la madre, che la ragazza ha sempre considerato inferiore a lei, permettendosi di dirle qualsiasi offesa e umiliandola costantemente.

Un punto importante del libro è anche la lotta di classe: un contrasto che si trovava spesso nei romanzi, soprattutto americani, fino a qualche decennio fa. Un continuo confronto tra l'alta borghesia, quei "vecchi ricchi" che hanno un certo patrimonio famigliare che gli permette di non lavorare; e i "nuovi ricchi" che lo sono diventati grazie alle proprie capacità e abilità, come Mildred. Questi ultimi non sono mai considerati all'altezza di chi, invece, è ricco di famiglia.
Per quanto Mildred possa guadagnare, avere diverse proprietà, e avere tanti soldi da permettersi ogni confort e molto di più; verrà sempre disprezzata dall'alta borghesia, guardata dall'alto in basso, perché la sua fortuna deriva dal lavoro, dallo sporcarsi le mani in prima persona, e per quanto rispettabile sia loro la vedranno sempre come una cameriera, una serva.
Ad esempio, anche quando Monty perde tutto il patrimonio di famiglia e si ritrova a farsi mantenere da Mildred, comunque continua a disprezzarla perché lavora. Un ipocrita che approfitta dei soldi della donna per continuare a fare la bella vita e soddisfare i suoi capricci, ma disprezzando da dove arriva quel denaro.

Con Mildred Pierce si affronta una parabola che sale fino al successo più grande e alla felicità, per poi precipitare velocemente verso la disfatta e il baratro più profondo.
E finalmente alla fine, dopo aver sofferto, aver perso tutto ciò che aveva dai ristoranti agli amici alla figlia stessa (ma poi l'ha mai avuta?), dopo aver perso anche la dignità ed essere crollata emotivamente e fisicamente, e dopo l'ultimo tiro mancino di Veda, finalmente Mildred riesce a tagliare quel cordone ombelicale tossico e distruttivo che la legava troppo stretta alla terribile figlia.

Tra marzo e aprile 2011 va in onda negli Stati Uniti (qui in Italia arriverà a ottobre) la mini-serie "Mildred Pierce" in cinque puntate, prodotta da HBO e diretta da Todd Haynes, già regista di un bellissimo film come Lontano dal paradiso del 2002.
Questa versione televisiva vede nel ruolo della protagonista, Mildred, una straordinaria e bellissima Kate Winslet affiancata da Evan Rachel Wood nei panni della terribile Veda e Guy Pearce in quelli di Monty.

La mini-serie è estremamente fedele al libro per scene e ambientazioni, persino alcuni dialoghi possono essere ritrovati parola per parola nel romanzo.
Così bella e curata nei particolari, dalle scenografie ai costumi, dalla fotografia alla musica, che l'ho vista diverse volte (cinque volte) senza mai stancarmene.
Differenze non ce ne sono, tutto scorre esattamente uguale, quindi decidere di leggerlo prima e guardarlo poi, o viceversa, non cambia molto: vi ritroverete davanti praticamente lo stesso prodotto.
Forse nel libro c'è qualche riflessione in più fatta da Mildred, ci viene spiegato meglio ciò che la donna prova o pensa; ma a dire la verità si capisce benissimo anche nella versione televisiva grazie alla bravura di Kate Winslet. La sua mimica facciale è incredibile, è in grado di trasmettere perfettamente ogni emozione e con un solo sguardo riesce a far capire quello che le passa per la testa, o ciò che prova. Per questo è considerata una vera attrice completa, espressiva e straordinariamente convincente in ogni suo ruolo, e questo non fa certo eccezione.
Una nota di merito a Morgan Turner prima e Evan Rachel Wood poi, per aver interpretato il personaggio di Veda Pierce (la prima da bambina e la seconda da ragazza). A causa del carattere capriccioso, subdolo e arrogante di questo personaggio, la sua trasposizione televisiva rischiava di diventare una caricatura, una macchietta quasi comica e ridicola. Invece le due interpreti sono state bravissime nel calcare la mano su alcuni aspetti e smussarne altri, in modo da creare un personaggio fastidioso e odioso proprio come traspare dal libro (se non peggio), la perfetta antagonista di Mildred.

Per chi se lo fosse perso, esiste anche un film tratto dal libro di James M Cain che si intitola "Il romanzo di Mildred" (1945) diretto dal regista Michael Curtiz, con la sceneggiatura di William Faulkner, che valse un Oscar come Miglior Attrice all'affascinante Joan Crawford.
Io non l'ho ancora visto, ma so che in questa trasposizione cinematografica l'aspetto noir della storia è molto più marcato, la Crawford è una vera e letale dark lady, e per amplificare ancora di più il tutto è stato inserito anche un omicidio, che nell'opera originale non c'è.
Mi incuriosisce molto e credo che prima o poi lo vedrò, per farmi un'idea più precisa e confrontarlo con la serie TV della HBO.

mercoledì 22 febbraio 2017

ROMANZI A PUNTATE: Lemony Snicket UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI


Lemony Snicket è lo pseudonimo usato dall'autore Daniel Handler nei suoi libri per bambini "Una serie di sfortunati eventi" pubblicati tra il 1999 e il 2006. Nonostante la concomitanza con le uscite di quel straordinario fenomeno editoriale che è stato "Harry Potter" (dal 1997 al 2007) questa serie di 13 libri per ragazzi ebbe un discreto successo, soprattutto in America. Che oggi si rinnova grazie a Netflix e alla decisione di lanciare una serie TV ispirata ai romanzi.

Nella classifica delle persone infelici al mondo i fratelli Baudelaire occupano il primo posto, a loro capitano più cose orribili che a chiunque altro. Ma chi sono questi sfortunati?
Violet Baudelaire ha 14 anni ed è uno dei più  grandi inventori del suo tempo. Se la vedete con i capelli raccolti da un nastro, significa che gli ingranaggi e le leve del suo cervello creativo stanno andando a tutta forza.
Klaus Baudelaire è il figlio di mezzo, ha gli occhiali, il che può dare l'impressione che sia un amante dei libri. Impressione assolutamente corretta. Tutto il suo sapere viene dall'aver letto quasi tutti i liobri presenti nella libreria dei suoi genitori.
Sunny Baudelaire è la più giovane dei tre ed è anche una bebè. Ha solo quattro affilatissimi denti, che sono sempre pronti ad entrare in azione per mordere qualsiasi cosa.
I tre poveri ragazzi perdono i genitori in un terribile incendio nella loro casa e vengono affidati al loro tutore il Conte Olaf, un uomo rivoltante, viscido e perfido, il cui scopo è solo quello di mettere le mani sul cospicuo patrimonio dei Baudelaire cercando di eliminare i tre orfani.
Sfuggiti momentaneamente alle grinfie del Conte Olaf nel primo libro, i ragazzi vengono successivamente sballottati da un "parente" ad un altro, sempre rincorsi e raggiunti dal terribile Olaf che si traveste costantemente per non essere riconosciuto.

Una lettura piacevole e scorrevole, mi azzarderei anche a definirla leggera se non fosse per i temi trattati in questa storia. La sfortuna e le disavventure della vita sono presenti, ma non sono il tema principale, di questa saga. Tutto gira intorno al concetto della morte e più precisamente all'elaborazione del lutto. I ragazzi Baudelaire cercano di superare la perdita degli amati genitori, affrontando le sfide e le difficoltà che la vita mette loro davanti, attraverso la loro intelligenza, inventiva e tenacia. Le abilità di questi giovani ragazzi, rappresentano le strategie che una persona può mettere in atto per superare le difficoltà e i tiri mancini che la vita può presentare.
Il senso di malinconia  e tristezza che pervade tutti i libri è contrastato da un forte senso dell'umorismo, molto nero e gotico, che non si trova molto spesso nelle storie per ragazzi.
È sicuramente una saga leggera, ma che fa riflettere, grandi e piccini, su temi importanti della vita e ha la straordinaria caratteristica, come Harry Potter, di crescere insieme ai suoi lettori.

Sono libri per bambini ideali per loro, perché sono anche estremamente istruttivi ed educativi: il narratore spesso si sofferma a spiegare termini più difficili, modi di dire ed espressioni del linguaggio comune. Il tutto è fatto senza diventare noioso o prolisso, ma mantenendo la narrazione fluida e stimolante, dando la possibilità ai bambini di imparare parole nuove senza quasi accorgersene.
Gli adulti potrebbero trovare questi romanzi comunque appassionanti, anche se confezionati per un pubblico più giovane, e al loro interno potrebbero trovare anche molti riferimenti letterari che ai bambini invece sfuggirebbero. Ad esempio lo stesso nome dei tre protagonisti fa riferimento al poeta maledetto Charles Baudelaire; i figli del signor Poe si chiamano Edgar e Allan; e ogni libro è dedicato a una donna di nome Beatrice, amata dall'autore e purtroppo precocemente scomparsa, che ricorda la Beatrice di dantesca memoria.
L'autore ama inserire all'interno dei suoi libri, oltre che riferimenti letterari e colti in generale, anche molti giochi di parole. Una curiosità è che tutti i titoli dei libri (tranne l'ultimo, La fine) contengono delle allitterazioni, e queste le si trova anche in molte espressioni all'interno dei romanzi (ad esempio Spiaggia Salmastra e Magnatte Magnose).

Il concetto di sfortuna è centrante e ricorrente in tutta la storia. Partendo dal titolo della serie, in cui c'è proprio la parola "sfortunati", al narratore che comunica sin dall'inizio che la storia che si andrà a leggere non ha nulla di allegro e divertente, ma anzi è triste e caratterizzata dalla malasorte, infatti l'inizio è proprio eloquente:
"Se vi interessano le storie a lieto fine, è meglio che scegliate un altro libro. In questo non solo non c'è lieto fine, ma nemmeno un lieto inizio, e ben poco di lieto anche in mezzo."
Gli orfani Baudelaire non sono per nulla fortunati, fin dall'inizio accade di tutto a questi poveri ragazzi: dalla morte dei genitori, alla persecuzione del Conte Olaf, alla morte di vari parenti uno dopo l'altro. Una situazione triste e disperata, aggravata dal fatto che Violet, Klaus e Sunny sono sempre lasciati a loro stessi perché circondati da adulti incapaci e stupidi, mai all'altezza della situazione, e quindi sono costretti a salvarsi da soli e a sistemare le cose.
Anche la numerologia è importante in questa storia. Il 13 è un numero ricorrente: 13 sono i libri che compongono questa serie e ognuno di loro ha 13 capitoli al suo interno. Per la cultura anglosassone, ma anche per molte altre culture nel mondo (un po' anche in quella italiana) questo è il numero della superstizione, che "porta sfortuna" e di cattivo augurio; in più nei Tarocchi è il numero associato alla carta della Morte.
Anche la serie TV ha voluto rimarcare questo importante simbolo, infatti Netflix ha messo online le otto puntate della prima stagione proprio venerdì 13 gennaio 2017.

La serie TV Netflix è creata da Mark Hudis e l'autore dei libri, Daniel Handler, figura tra i produttori esecutivi.
Tra gli interpreti riconoscerete sicuramente Neil Patrick Harris (il Barney Stinson della sitcom "How I Met Your Mother") che veste i panni di uno straordinario Conte Olaf.
Anche i ragazzini che interpretano gli orfani Baudelaire (Melina Weissman e Louis Hynes), sebbene alla loro prima esperienza recitativa, sono molto bravi e convincenti.
Per ora sono disponibili gli otto episodi che compongono la prima stagione, i quali coprono la storia dei primi quattro libri della saga (due episodi per ogni libro).
La scenografia è veramente accurata, dimostrando una grande attenzione per i dettagli. Anche se la colonna sonora non lascia certo il segno, è la sigla il punto forte. All'inizio fastidiosa, ma che vi rimarrà impressa come poche e vi ritroverete a canticchiarla continuamente, dopo averla sentita solo due volte.

Come i libri, la serie alterna momenti cupi e drammatici a momenti più leggeri e divertenti, per questo è adatta anche ai bambini. È in grado di parlare di temi importanti come l'elaborazione del lutto, la morte e l'affrontare le difficoltà, con sincerità, lucidità e un pizzico di ironia.
Un prodotto che piacerà sicuramente agli amanti dei romanzi, per la sua incredibile fedeltà all'opera letteraria, ma che può essere apprezzata anche da chi non conosce la storia e si avvicina a essa per la prima volta.

Se i primi due episodi vi sembreranno un po' lenti e noiosi, cercate di tenere duro e continuare nella visione, perché poi la situazione si movimenta di più e tutto appare più interessante e scorrevole.
Per mantenere il più possibile la sensazione della narrazione dei libri, in cui il narratore si rivolge direttamente al lettore, nella serie è stato introdotto il ruolo di Patrick Warburton che interpreta proprio Lemony Snicket e che, guardando dritto verso la telecamera, si rivolge allo spettatore, adottando il meccanismo di rottura della quarta parete.
Il passaggio dai libri al piccolo schermo porta con se qualche modifica, che è d'obbligo in questi casi per mantenere una narrazione efficace. Ci sono molte anticipazioni della trama che, invece, nei libri appaiono molto più avanti. Per questo io vi consiglio di leggere prima tutta l'intera saga e non, magari, di farlo in contemporanea con la visione della serie TV (come ho fatto io) per evitare di spoilerarvi alcuni avvenimenti (anche molto importanti) che troverete nei libri successivi. Mi rendo conto che sono 13 romanzi, ma vi assicuro che sono molto veloci ed estremamente corti (non dimentichiamo che sono indirizzati ad un pubblico molto giovane), li leggerete in un baleno.

Per chi se lo fosse perso, esiste anche il film Lemony Snicket - Una serie di sfortunati eventi del 2004 con Jim Carrey nei panni di un divertentissimo Conte Olaf, diretto da Brad Silberling (e con una straordinaria Maryl Streep - ma che ve lo dico a fare - che interpreta la zia Josephine).
Questo film si basa solo sui primi tre libri della saga, adattando la trama e mescolando un po' le vicende degli orfani Baudelaire.
Nonostante io l'abbia trovato molto carino e divertente, la critica lo stroncò definitivamente e non ci furono seguiti alla prima pellicola.
Ma potrete vederlo anche per poter fare dei paragoni e notare le innumerevoli differenze con i libri e con la serie TV disponibile su Netflix.

venerdì 27 maggio 2016

POMODORI VERDI FRITTI AL CAFFè DI WHISTLE STOP di Fannie Flagg

Vidi il film "Pomodori verdi fritti alla fermata del treno" molti anni fa, ero ancora una bambina e mi piacque molto. Ancora  oggi lo riguardo con piacere ogni volta che lo trasmettono in TV. Quindi mi sembrava il momento per leggere il romanzo di Fannie Flagg dal quale è stato tratto il film.
Se devo essere sincera mi aspettavo qualcosa di diverso. Non fraintendetemi, mi è piaciuto, e molto, ma è diverso dal film in molti punti (punti fondamentali, a mio avviso). E grazie a questo molte cose che conosco su Whistle Stop ora, sono diverse da ciò che ho creduto e intuito dal film negli ultimi anni... Ma andiamo con ordine.

Evelyn Couch è infelice. Ha quarantotto anni e si considera una donna delusa e insoddisfatta dal matrimonio e dalla vita. Poi un giorno, nel corso di una visita alla suocera ricoverata in casa di riposo, fa la conoscenza della signora Ninny Threadgoode: e davanti ai suoi occhi stanchi si spalanca un mondo nuovo. Il mondo di Whistle Stop, una comunità di emarginati, amabili sognatori e stravaganti che cinquant'anni prima la signora Threadgoode ha visto raccogliersi intorno al piccolo Caffè vicino alla stazione. A gestirlo è una singolare coppia al femminile composta dalla dolce Ruth e da Idgie, bisbetica e perennemente in lite con il mondo.
Il romanzo racconta di come il Caffè divenne l'unico locale in Alabama frequentato sia dai negri che dai membri del Ku Klux Klan; di come Bill Ferrovia, il bandito senza volto, continuò per anni a rubare cibo dai treni merci per donarli alle vittime della Grande Depressione; di come Idgie e Big George furono accusati e processati per omicidio...
Ma è soprattutto la storia di come Idgie, Ruth e gli altri personaggi che affollano i ricordi della signora Threadgoode riescano ad entrare nella vita di Evelyn. La forza della loro esistenza si trasmetterà alla donna, e l'esempio del calore e del mutuo rispetto che li hanno animati riuscirà a restituire un senso alla sua esistenza.

Fannie Flagg narra le vicende degli abitanti di Whistle Stop attraverso la voce della signora Threadgoode: arzilla vecchietta con una memoria molto lucida, ma che si confonde ogni tanto a causa dell'età.
Il continuo passaggio tra passato, raccontando un arco di tempo che va più o meno dagli anni Venti agli anni Sessanta, e il presente, che si svolge negli anni Ottanta, viene spesso alternato da un simpatico bollettino settimanale scritto dalla signora Dot Weems, che risulta utile anche per capire alcuni piccoli avvenimenti e la vita della comunità dell'Alabama di quegli anni.
La storia del Caffè, di Whistle Stop e dei suoi abitanti non è lineare, ci sono molti salti avanti e indietro e io vi consiglio di tenere d'occhio le date che vi aiuteranno a collegare tutti gli avvenimenti (anche se io ho notato che alcune date non coincidono e non so se è un'errore della scrittrice o della traduzione). Mentre le vicende di Evelyn Couch, la parte ambientata nel presente anni Ottanta, sono raccontate passo passo e si può seguire facilmente la sua crescita ed evoluzione. Perché avrà una grande trasformazione. Una donna timida e remissiva di 48 anni, la cui vita le è scivolata davanti senza che lei se ne accorgesse; un po' depressa per aver fatto tutto ciò che la società si aspettava da lei e ritrovandosi, alle soglie della menopausa, con la terribile sensazione di non aver vissuto per niente, costretta in una specie di limbo incapace di andare avanti. L'amicizia con la signora Threadgoode, le sue storie appassionanti caratterizzate da personaggi forti e indipendenti, la aiuteranno a mettersi di fronte a uno specchio e decidere di cambiare il proprio futuro.

Scritto in modo scorrevole e con capitoli molto brevi e veloci, riesce a tenervi incollati alle pagine, appassionandovi alla storia di Idgie e Ruth e di tutti quei simpatici e curiosi personaggi che ruotano intorno a loro. La curiosità di scoprire le loro vicende e cosa accade vi spingerà a leggere questo romanzo tutto d'un fiato, incapaci di posarlo. E una volta finito anche voi, come Evelyn, sentirete una certa nostalgia per quei tempi passati e quelle persone che non ci sono più.
La bravura della Flagg sta anche nel riuscire a parlare di argomenti importanti e complicati con naturalezza e semplicità, senza tanti giri di parole, e allo stesso tempo far passare messaggi incisivi che vi porteranno a grandi riflessioni.

Questo romanzo, anche se ambientato in epoche diverse tra loro e dalla nostra, resta comunque molto attuale. Le tematiche trattate sono comuni ancora oggi, sotto alcuni punti di vista.
E' sicuramente un romanzo femminista. Ad esempio, a metà libro c'è un momento catartico per Evelyn, molto significativo e con molte riflessioni, che la portano a una svolta. La protagonista arriverà finalmente a prendere in mano la sua vita, rivoluzionandola completamente. Si creerà anche un divertente alter ego, Towanda, paladina delle ingiustizie e del femminismo; a volte un po' troppo estremista nelle sue idee, ma è comprensibile che la cosa le sfugga di mano ogni tanto dopo tutti gli anni di "repressione" che ha vissuto. Fatto sta che più tardi aggiusterà meglio il tiro e questo la porterà ad essere una donna più consapevole di sé e del mondo che la circonda, più equilibrata e positiva.
Il messaggio finale è sicuramente che non esiste un modo giusto per essere donna (ma vale anche per gli uomi, eh), l'importante è non fare le cose perché te lo dice qualcuno o perché è quello che la società si aspetta da te, ma dobbiamo essere noi a decidere come vivere la nostra vita e ogni scelta va bene, basta che ci renda felici. Non esiste una via giusta, esiste solo la via fatta per noi.

Si parla anche di uguaglianza. Idgie e Ruth, nel loro Caffè, trattano tutti allo stesso modo, senza distinzioni, senza pregiudizi. La stessa relazione omosessuale tra loro due è ben accetta da tutti, da subito, senza scenate o accuse, senza isolarle, e soprattutto senza giudizi non richiesti.
E' strano credere che questo possa essere successo nella chiusa e bigotta comunità del profondo sud degli Stati Uniti, intorno agli anni Trenta e Quaranta. E' strano perché è una cosa che fatica a succedere anche oggi che siamo nel 2016 (purtroppo!!!). Ma vi assicuro che la cosa appare estremamente naturale e inevitabile, che non faticherete a credere che le cose possano essere andate veramente così, anche in quegli anni.

Altro argomento trattato, e molto importante, è quello del razzismo. La situazione degli afroamericani in quel periodo non era certo delle migliori e l'autrice non lo nasconde affatto. Le cose erano molto complicate e pericolose (anche solo per la presenza del Ku Klux Klan), le persone di colore venivano trattate diversamente, poco considerate e isolate dal resto della popolazione, costrette a fare i lavori più umili e vivere in baracche. Ma Fannie Flagg crea una sorta di paradiso su carta, una sorta di zona franca, che è il Caffè di Whistle Stop, gestito da Idgie e Ruth, due donne emancipate e intelligenti, pronte a sfidare le convenzioni sociali e accogliere chiunque nel loro locale a braccia aperte.
"Pomodori verdi fritti al Caffè di Whistle Stop" insegna a non giudicare una persona dal colore della pelle, dal sesso, o dall'orientamento sessuale. E volete dirmi che non è estremamente attuale??!!!

Qualche veloce paragone e considerazione sul film che ne è stato tratto agli inizi degli anni Novanta (e il cui titolo è stato modificato in "Pomodori verdi fritti alla fermata del treno"). Ci sono molti punti in comune tra le due opere, il senso generale della storia è lo stesso, ma hanno anche molte cose che le differenziano.
Quella che nella versione cinematografica è una semplice amicizia, se pur forte e molto stretta, ma sempre e comunque un'amicizia tra Idgie e Ruth; nel romanzo è una relazione intima, una vera e propria storia d'amore. Il rapporto tra le due ragazze nasce immediatamente, e non tramite il fratello di Idgie (Buddy) come viene raccontato nel film. Infatti Idgie scappa di casa e si isola dal resto del mondo a causa della partenza di Ruth, e non per la morte del fratello (motivazione data nel film).
I personaggi nel libro sono moltissimi, e tanti non vengono nemmeno citati nel film, tutti ben delineati ed estremamente realistici, con i loro pregi e soprattutto i loro difetti. Ognuno di loro, a suo modo, è importante per la storia e il suo svolgimento.
Nel film sembra succedere tutto molto velocemente, più o meno in una quindicina di anni, e poi non si sa più nulla delle vite dei protagonisti; mentre il romanzo copre un arco temporale di quasi quarant'anni (con qualche accenno al presente), in questo modo al lettore è permesso di seguire l'intera vita (o quasi) dei personaggi.
In più il finale è diverso, e mi fermerò qui perché non voglio aggiungere altro e rovinarvi la magia e l'incanto di questo splendido libro, o film se preferite (io ora li amo entrambi!!)

Con un titolo del genere mi aspettavo che il cibo avesse una parte rilevante, e per alcuni versi è così, visto che Evelyn non fa altro che ingozzarsi di cibo spazzatura per tutta la storia; ma in qualche modo credevo che sarebbe stato più presente nei racconti della signora Threadgoode, nella vita delle due protagoniste e nel loro Caffé. In compenso però, alla fine del libro potrete trovare la ricetta originale dei famosi pomodori verdi fritti, tanto apprezzati dagli abitanti di Whistle Stop. Da provare assolutamente!!

Mi voglio concentrare di più su libri come questo: che riescono a parlare di argomenti importanti, ma sotto una luce più tenue e meno noiosa, accessibile a tutti; che fanno riflettere su idee e pregiudizi che nessuno dovrebbe più avere ai giorni nostri, ma che purtroppo resistono ancora; libri che con le loro pagine leggere e le delicate parole possono abbattere muri pesanti ed eretti troppo tempo fa; che ti avvolgono nei loro messaggi positivi e ti fanno sperare in un mondo migliore per tutti. Da ora in poi le cose possono (e devono) solo migliorare.

mercoledì 24 febbraio 2016

ALLEGIANT di Veronica Roth

E' ora di fare il punto della situazione, tirare le fila della storia, perché siamo alla fine della trilogia di Veronica Roth. Dopo Divergent e Insurgent, ora è il momento di Allegiant. E poi abbiamo finito, ve lo prometto, perché non leggerò "Four", mi rifiuto (e probabilmente capirete il perché leggendo la recensione).
Questa volta non mi tratterrò dal fare spoiler, perché ho alcuni sassolini nella scarpa che mi devo togliere ad ogni costo. Quindi lettore avvisato, mezzo salvato.
Il film di Allegiant non è ancora uscito nelle sale (9 marzo 2016) e quindi non potrò fare un confronto tra pellicola e romanzo, ma qualcosina sono riuscita a captare qui e là e ve ne parlerò.
Vediamo ora la trama, per ricordarci dove eravamo rimasti e cosa succederà adesso.

Dopo la proiezione del video di Edith Prior, in cui rivelava alla popolazione dell'esperimento messo in atto dalle persone fuori le mura della città e dell'importanza dei Divergenti, scoppiano dei piccoli tumulti velocemente sedati.
Jeanine Matthews è stata uccisa, il sistema di fazioni non esiste più e il controllo della città è in mano a Evelyn (madre di Tobias) e agli Esclusi.
Il clima non è dei più pacifici, anzi. Alcuni vorrebbero il ripristino delle fazioni e si uniscono tra loro, facendosi chiamare Alleanti, per deporre gli Esclusi dal potere.
Tris e Tobias, insieme a Christina Peter e Caleb, decidono di uscire dalla città e capire finalmente cosa si nasconde oltre la recinzione, come è il mondo all'esterno.
Quello che scopriranno cambierà per sempre la loro visione del mondo. Una volta accolti al "Dipartimento di sanità genetica" il gruppo scopre che il governo è ormai molto debole a causa di una guerra civile, che aveva visto contrapporsi persone geneticamente modificate a persone dai geni "puri". Dopo la guerra, il Dipartimento tentò di ripristinare la purezza genetica con degli esperimenti, in varie città, come quello di Chicago. Tris viene a conoscenza anche del passato di sua madre. Ora tutto è più chiaro e il Dipartimento sembra un buon posto dove finalmente fermarsi, ma non è proprio così e la loro città, il loro mondo, l'unico mondo che conoscono (e che in fondo amano) è di nuovo in pericolo. La minaccia questa volta viene dall'esterno e promette di essere terribile.

Torniamo un attimo indietro e ricapitoliamo alcuni punti. Anche perché ci sono delle differenze evidenti tra film e romanzi.
Il video. Nel romanzo il video è già nelle mani di Jeanine, si capisce anche che lei l'ha visto, sa di cosa si tratta e non vuole che nessuno ne venga a conoscenza. Ok, ma allora perché non lo distruggi? Visto che interferisce con i tuoi piani di "concvista di mondo" e uccisione di tutti i Divergenti, perché non te ne liberi? E poi, hai rotto le scatole per due libri interi, in cui volevi essere la regina suprema di tutto l'universo, e mi muori da cretina, uccisa da una che non è nemmeno la protagonista, ma una comparsa che passava in quel momento...
Nel film, a parte il fatto che Jeanine non muore (presumo che la rivedremo nel terzo), lei è in possesso di una strana scatola tutta incisa, che si apre solo quando Tris, catturata e torturata perché una Divergente al 100%, risulta idonea a tutte le fazioni (più o meno). Una volta aperta, questa scatola proietta automaticamente il video di Edith Prior in tutta Chicago. Questo ha un suo senso, perché in questo modo si vede anche la sorpresa di Jeanine nell'ascoltare questo messaggio, non se lo aspettava, non aveva idea che le cose fossero così. Se l'avesse saputo, probabilmente, avrebbe distrutto la scatola, no?
Non so, ma secondo me questa cosa ha più senso nel film che nel romanzo.
E poi, questo filmato avrebbe dovuto scatenare la terza guerra mondiale: insomma, ti dicono che il tuo mondo è tutto una farsa, è tutto studiato a tavolino per poter creare più Divergenti possibili; io un minimo di panico e caos generale me lo aspettavo... e invece, niente. Calma più totale. Sì, qualcuno prova a ribellarsi, ma non con molta convinzione e viene presto zittito.
Tris, che dovrebbe essere la più coinvolta visto che quella nel video probabilmente è una sua antenata, chiamandosi Prior, non fa una piega. Il suo primo pensiero in mezzo a tutta sta confusione qual è??? Ma naturalmente uscire per un vero appuntamento con Tobias, perché non hanno mai avuto la possibilità di farlo... (pausa per reazione).

Finalmente qualcuno comincia a pensare che è meglio uscire dalla recinzione e capire che cavolo sta succedendo là fuori. Cioè seguire le indicazioni di Edith Pior. Ma ce lo fanno sudare questo momento, perché prima ci sono un sacco di cose assolutamente trascurabili che l'autrice ci vuole raccontare. Naturalmente Tris e Tobias si offrono per andare loro in cerca della verità  e qui qualcuno mi deve spiegare perché ci portiamo dietro anche Caleb e Peter. Due personaggi che stanno sulle scatole a tutti e che non fanno nulla per farsi voler bene. In più non hanno questa grande utilità nel corso della storia. E allora perché non li lasciamo a casa a cuocersi nel loro brodo?

Appena arrivati al "Dipartimento di sanità genetica" (una sorta di gigantesco Grande Fratello, che tutto sa e tutto vede), senza tanti preamboli e sorprese, ci viene spiegato tutto quello che è successo, nel momento esatto in cui ce lo aspettiamo.
L'autrice usa il metodo dello "spiegone": cioè un personaggio X a caso, magari appena comparso, comincia a parlare e attraverso il suo luuuungo discorso ci spiega tutti gli avvenimenti importanti che ci hanno portati fino a quel punto.
Non so se sarebbe stato meglio metterci a conoscenza dei fatti in un altro modo, ma almeno avrebbe potuto renderlo più interessante e meno piatto. Infondo stiamo parlando del momento clou, in cui tutte le carte vengono svelate e si scoprono gli altarini, almeno non farmi sbadigliare mentre lo leggo.
E dopo questo? Niente. Torniamo a far girare i pollici ai personaggi ancora per qualche capitolo.
A questo punto la Roth introduce un personaggio assolutamente inutile, Matthew, ma affetto da un'evidente diarrea verbale, che spiattella a Tris e Tobias qualsiasi cosa riguardi il Dipartimento, l'esperimento e il mondo esterno. Ma statti zitto un po' e fammi scoprire le cose man mano, no? E non parliamo del personaggio di Nita (all'anagrafe Juanita), vogliamo parlarne? No dai, non fatemi dire nulla su quella ochetta inconcludente.

In questo terzo capitolo c'è un cambio di registro. Non leggiamo solo il punto di vista di Tris, ma anche quello di Tobias (due paranoici invece di uno). A capitoli alterni, possiamo scoprire anche ciò che pensa e vive Tobias, e qui Veronica Roth mi rovina drasticamente il ragazzo. Speravo di riuscire a conoscerlo meglio e a scoprire alcuni suoi lati oscuri, invece risulta un personaggio poco interessante e pieno di pippe mentali, che lo rendono insicuro, noioso e bidimensionale. Nel momento in cui scopre di non essere un Divergente, apriti cielo, si trasforma in un paranoico depresso e fastidioso. E cosa fa per esorcizzare questa delusione? per dimostrare che comunque lui vuole essere intelligente, coraggioso, altruista, onesto e pacifico? Si unisce a un gruppo di ribelli incazzosi che vogliono far saltare in aria tutto.
Era decisamente meglio visto attraverso gli occhi di Tris. Per questo motivo non ho nessuna intenzione di leggere anche il quarto romanzo intitolato "Four", perché se Tobias è così non ce la posso fare a sopportarlo per un altro libro.

Mi è piaciuto il finale (che non vi rivelerò, perché non sono così bastarda), l'ho trovato coerente e ideale per il libro. Voci di corridoio mi hanno detto che nel film verrà cambiato e sono curiosa di vedere come faranno e se funzionerà allo stesso modo. Ma dovremo aspettare fino al 2017, perché come sapete, l'ultimo capitolo è stato diviso in due parti. Sono comunque curiosa di vedere la prima parte, perché solo dal trailer mi sono accorta di molti cambiamenti più drastici, forse, rispetto a Insurgent.
Nel romanzo, avrei evitato volentieri l'Epilogo. Di solito mi piace sapere cosa accade ai protagonisti ad anni di distanza, ma in questo caso avrei fatto anche a meno, perché il finale andava bene così, senza aggiungere altro.

Tris mi è sembrata un personaggio meno incisivo del solito, poco incline a porsi delle domande e a cercare le risposte; una volta scoperto qualcosa sul passato di sua madre, chi se ne frega del resto.
Comunque questo terzo romanzo è migliorato rispetto al secondo, che come sapete l'avevo trovato noioso e vuoto. Almeno in questo sembra esserci un po' più di azione e sostanza, viene finalmente spiegata la storia della guerra civile e del perché Chicago sia divisa in fazioni. Non mi aspettavo certe rivelazioni, ma come al solito Veronica Roth non ha sfruttato appieno tutto il materiale che ha messo sul piatto. Questo romanzo, ma anche tutta la trilogia, poteva essere molto di più. Il mio preferito rimane sempre il primo, forse perché era la novità.
In Allegiant il tema cruciale è lo scontro tra chi vuole il cambiamento e chi invece preferisce rimanere nel passato, in un sistema rassicurante che si conosce. Ma a volte il cambiamento è inevitabile, perché gli equilibri presenti precedentemente si sono ormai rotti e i tempi sono fertili per una rivoluzione. In questo caso bisogna affrontarlo e sapersi adattare al nuovo mondo che si dipana davanti.

lunedì 22 febbraio 2016

INSURGENT di Veronica Roth

Continuiamo con la trilogia di Divergent di Veronica Roth parlando del secondo capitolo, Insurgent. Vi anticipo che non è il mio preferito, anzi. Se già il primo non mi aveva convinto fino in fondo, questo ha diminuito molto il mio interesse per tutta la storia. In più credo che non sarà una recensione priva di spoiler, qualcosa mi scapperà sicuramente, quindi fermatevi qui se non volete rischiare.
Ma andiamo con ordine e ripartiamo da dove avevamo lasciato Tris e i suoi compagni.

Dopo aver interferito con i piani di Jeanine Matthews e aver bloccato la simulazione che costringeva gli Intrepidi ad uccidere gli Abneganti; Tris e Tobias/Quatto, insieme a Caleb Marcus e Peter, si rifugiano dai Pacifici, fuori le mura della città.
Quando arriva una delegazione di Intrepidi ed Eruditi per catturarli, i protagonisti riescono a scappare, per nascondersi presso gli Esclusi. Qui Tobias farà una sconvolgente scoperta: la leader degli Esclusi è sua madre, Evelyn, che lui credeva morta.
Dopo essere stati arrestati, processati e in seguito liberati dai Candidi, Tris e Tobias collaborano con gli altri Intrepidi per fare un attentato agli Eruditi; trasferendosi tutti di nuovo nel quartier generale degli Intrepidi, non avendo più bisogno della protezione dei Candidi.
E' qui che Tris, insieme a Christina e altri Eruditi, e all'insaputa di Tobias, decide di aiutare Marcus a entrare nel quartier generale degli Eruditi per cercare un video molto importante per tutta la società, che forse potrebbe spiegare la smania di potere di Jeanine. Ma non sarà semplice trovarlo, perché nessuno sa della sua esistenza e la leader degli Eruditi è disposta a proteggerlo a costo della sua vita.

Oltre ad alcune scelte di parole accostate in modo discutibile, come ad esempio quando descrive l'odore di Tobias, in questo libro non succede praticamente nulla. Come in Divergent, l'evento clou è alla fine, negli ultimi capitoli, ma almeno nel primo libro c'era tutta la sua evoluzione e l'addestramento per diventare un'Intrepida. Qui non fanno altro che farsi un sacco di pippe mentali, prendere decisioni stupide e dire quanto è figo Tobias/Quattro. Che, credetemi, mi piace Tobias (soprattutto l'attore che lo interpreta nel film), sono del movimento "più Tobias per tutti!!", ma qui, quelle poche volte che compare, è una specie di oggetto sessuale per Tris. Che poi, questo tira e molla tra i due è snervante: se non vuoi dargliela, smettila di saltargli addosso ogni tre per due come un polipo in calore e poi allontanarti piagnucolando!!

In più, finalmente entrano in scena gli Esclusi e, come ci ha già abituati, la Roth non si dilunga per niente nelle descrizioni. Nemmeno un minimo di accenno alla loro organizzazione sociale e politica, oppure a cosa fanno, pensano o dove vivono. L'unica cosa in cui si perde è lo svilente rapporto tra Tris e Evelyn (madre di Tobias) in cui nessuna delle due ne esce bene, perché sembrano sterili litigate tra nuora altezzosa e suocera stronza, per decidere chi è più importante nella vita di Tobias.

Alla fine sembra un gran minestrone, succede tutto frettolosamente, ma anche in modo piatto e poco avvincente. Secondo me, è stato gestito meglio nel film, infatti, mentre leggevo credevo di aver visto il film sbagliato, perché le differenze sono molto evidenti. In quest'ultimo sono riusciti a sfoltire il romanzo di tante cose inutili, pur mantenendo intatta la trama e il significato della storia, e tutto appare più scorrevole e incisivo.

Resta comunque una storia interessante, ma non è stata sviluppata appieno ancora una volta. L'autrice avrebbe potuto approfondire alcuni argomenti cruciali, dare qualche nozione in più, spiegare cosa sono 'sti benedetti Divergenti!!
Invece di far girare i pollici ai protagonisti per gran parte del romanzo, poteva far in modo che Tris si informasse e scoprisse di più sui Divergenti e tutta la società delle fazioni, farla studiare e far uscire di più il suo lato Erudita, che invece si limita solo a farla essere un po' più logica rispetto a tutti gli altri.

Della trilogia, Insurgent è quello che mi ha colpito e piaciuto di meno, e per questo mi è rimasto anche meno impresso. Ma il messaggio che traspare da queste pagine è sempre importante e potente: la lotta contro il potere di pochi sui molti; l'importanza di opporsi al totalitarismo, in qualsiasi forma si manifesti; di credere in se stessi e nelle proprie convinzioni, se si è dalla parte del giusto.

mercoledì 17 febbraio 2016

DIVERGENT di Veronica Roth

Finalmente arrivo anch'io a questa trilogia. Ne hanno parlato anche i sassi ormai e tra poco uscirà al cinema il terzo capitolo (prontamente diviso in due per aumentare gli incassi). Ma lo sapete benissimo che io arrivo sempre dopo, raramente sono sul pezzo, è la mia caratteristica, amatemi anche per questo.
Fatto sta che ora sono qui a parlarvi di "Divergent": primo capitolo della trilogia (che per me resterà una trilogia, non sarà mai una saga, e il motivo ve lo spiegherò nella recensione di "Allegiant").

Beatrice Pior vive a Chicago in un futuro post apocalittico imprecisato. Per proteggersi dalle minacce esterne, la popolazione ha costruito una recinzione tutt'intorno alla città. All'interno la società è divisa in cinque fazioni, ognuna delle quali è consacrata a una virtù: i Candidi, onesti e sempre sinceri, si occupano della legge; i Pacifici, gentili e mai aggressivi, sono assistenti sociali, consulenti e coltivatori di terre; gli Eruditi, dedicano la vita alla conoscenza e alla cultura, fanno gli insegnanti, gli scienziati e i ricercatori; gli Abneganti sono altruisti e al servizio degli altri, per questo gli è stato affidato il governo; gli Intrepidi, coraggiosi e forti, si occupano dell'ordine e della sicurezza della città.
Esiste anche un altro gruppo, gli Esclusi, coloro che non appartengono a nessuna delle altre fazioni e vivono nei sobborghi in povertà, assistiti solo dagli Abneganti.
Beatrice, Abnegante di nascita, ora che ha sedici anni deve decidere a quale fazione apparterrà per il resto della sua vita, con il rischio di rinunciare per sempre alla sua famiglia. Ma il test che dovrebbe indirizzarla verso l'unica strada a lei adatta si rivela inconcludente; in lei non c'è un solo tratto dominante, ma addirittura tre. Beatrice è una Divergente e lo deve tenere segreto, perché questa "anomalia" potrebbe costarle la vita. Nonostante questo, Beatrice decide di seguire il suo istinto ed entrare negli Intrepidi, cambiando il suo nome in Tris e impegnandosi al massimo per far parte di questa fazione così diversa da quella dei suoi genitori.

Dopo le prime pagine, le parole e lo stile di Veronica Roth spariscono dietro alle immagini mentali che appaiono durante la lettura. Non che il modo di scrivere dell'autrice sia brutto, è solamente semplice e passa in secondo piano rispetto alla storia. Presi dalle vicende di cui si sta leggendo, non si nota come è scritto il libro.
Con la lentezza della narrazione del romanzo, rispetto al film, i personaggi vengono caratterizzati meglio. Alcune cose che non capivo perché accadessero nel film, nel libro sono più chiare e sensate; come ad esempio la storia d'amore tra Tris e Quattro, che possiamo veder nascere e crescere con più particolarità rispetto a ciò che ci viene mostrato nella pellicola.
Il tutto è molto lento, ma credo che abbia un senso. La Roth spende molti capitoli a descrivere l'addestramento di Tris per diventare un'Intrepida, ma questo ci fa capire quanto sia difficile per lei e ci aiuta anche a comprendere meglio tutto il mondo degli Intrepidi. Purtroppo tutto questo va a discapito di una improvvisa accelerazione nel finale, dove tutto precipita e succede molto velocemente.
Nel film il ritmo mi sembra più costante e fluido. Anche il finale è leggermente diverso dal libro e, personalmente, l'ho preferito, trovandolo più avvincente.

Tris viene considerata tanto intelligente e matura, dai personaggi del romanzo e dall'autrice stessa (e la maggior parte delle volte lo è veramente), ma a volte è estremamente in contraddizione con queste sue caratteristiche. Come quando si bacia per la prima volta con Quattro e non capisce che non possono sbandierare il loro amore davanti a tutti, comportandosi così come una bimbetta delusa e isterica, perché lui non la caga e si comporta solo come il suo istruttore.
Una cosa che ho notato è quanto a Tris venga naturale vestire i panni di Intrepida, pensare e ragionare come un Erudita, mentre non le è così spontaneo agire da Abnegante. Per farlo deve sempre pensare a cosa farebbero i suoi genitori, non è automatico per lei come invece dovrebbe essere. Siamo sicuri che in lei ci siano tre tratti dominanti? Qualche dubbio viene e secondo me, l'autrice doveva porre più attenzione a questo fatto.

Un'ottima idea di partenza, ma Veronica Rith non la porta fino in fondo. Ci troviamo di fronte a un distopico che si crede tale, ma non lo è del tutto. Alcune cose non vengono approfondite (come la storia dei Divergenti, o che guerra ha portato a questa situazione, oppure da chi o da cosa la barriera ci protegge?), tutto viene buttato dentro nella storia e lasciato un po' in sospeso, per dare più spazio alla vita adolescenziale e piena di paturnie di Tris. Per questo è un libro confinato tra le letture per adolescenti, quando invece avrebbe potuto avere tutte le carte in regola per essere preso in considerazione anche dagli adulti, se solo si fosse fatta più attenzione ad alcuni particolari.
Voi direte: "Beh...è una trilogia, le cose le spiegherà sugli altri capitoli". Non è proprio così, ma ne riparleremo più avanti nelle altre recensioni.

Nonostante questo, Tris mangia i risi in testa a Katniss (di Hunger Games). Dove quest'ultima risulta più una pedina in mano ai potenti, Tris prende le sue decisioni  autonomamente, assumendosi le sue responsabilità e rischiando in prima persona tutto ciò che ha, ribellandosi a chi comanda, per le giuste ragioni.
Divergent ci parla del lottare per qualcosa in cui si crede, che si ritiene giusto, quando si è dalla parte del bene. Di quanto questo sia difficile e che pretenda un prezzo da pagare, a volte molto alto. Che la diversità non è qualcosa da temere o eliminare, ma da accogliere e valorizzare. Che si deve sempre contrastare la cattiveria umana, l'ignoranza e la smania di potere di alcuni.
Perché il pensare fuori dagli schemi ti può rendere libero, unico e magnifico.

martedì 22 dicembre 2015

CALENDARIO DELL'AVVENTO LIBROSO #22

- 3 giorni a Natale

Siamo agli sgoccioli, mancano pochissimi giorni, e stiamo aprendo le ultime finestrelle del nostro Calendario dell'Avvento Libroso.
Vi sentite già pervadere tutto il corpo dallo spirito natalizio? Siete in trepidante attesa del momento in cui scarterete i regali sotto l'albero? Pregustate già i deliziosi manicaretti di cui sarà imbandita la tavola? Sorridete immaginando gli occhi sgranati dei bambini di fronte ai doni la mattina di Natale?
Godetevi appieno questi ultimi giorni, perché questo è il periodo dell'anno che quasi tutti aspettano impazientemente e poi ci accorgiamo che passa sempre troppo in fretta per i nostri gusti. Arrivato il 25 dicembre, in un attimo sarà Capodanno e poi con l'Epifania, tutte le feste verranno portate via...

Il libro di oggi è:

"POLAR EXPRESS" di Chris Van Allsburg

E' la notte di Natale e tutta la città ormai dorme.
Un bambino sale sul treno che sembra attendere solo lui: il Polar Express, diretto al Polo Nord.
Quando arriva a destinazione, Babbo Natale promette al bambino di donargli qualunque cosa desideri e lui si limita a chiedere un campanellino della slitta.
Durante il viaggio di ritorno smarrisce il dono, che ritroverà la mattina successiva.
Sua madre ammira l'oggetto, ma crede che sia rotto, perché chi non crede a Babbo Natale non può sentirne il suono.
Età di lettura consigliata: dai 4 anni in su.

Non dimentichiamoci che i veri protagonisti di questo periodo di festa sono i bambini. E cosa c'è di meglio per loro se non un'avventura straordinaria, su un treno diretto nel luogo che ogni bimbo sogna di visitare: la casa di Babbo Natale. Poter conoscere il vecchietto vestito di rosso in persona e ricevere un regalo direttamente dalle sue mani. Sarebbe fantastico, e forse non solo per i piccoli, ma magari qualche adulto sta ancora sognando un viaggio emozionante come questo.
Dopo aver letto insieme ai vostri bambini questa magica storia illustrata, potrete sedervi tutti insieme davanti alla televisione per vedere il film tratto da questo libro. Una splendida pellicola girata con la formula dell'animazione digitalizzata in 3D, ma con l'ausilio di attori in carne ed ossa; con il bravo Tom Hanks che in questo caso interpreta più ruoli.
Tornate un po' bambini, credete nella magia. Il treno diretto al Polo Nord sta aspettando solo voi. Buon viaggio!!

Ultimissimi giorni anche per iscrivervi all'evento su Facebook Calendario dell'Avvento Libroso, dove sono postati tutti i libri che vi ho consigliato, e potete trovarli anche su Twitter con l'hashtag #CalendariodellAvventoLibroso.

lunedì 21 dicembre 2015

CALENDARIO DELL'AVVENTO LIBROSO #21


- 4 giorni a Natale

Ancora pochi giorni e festeggeremo il Natale.
Se siete ancora in giro a cercare regali, voglio darvi un consiglio: regalate libri, tanti libri!!
Non vi aspettavate un consiglio del genere da una lettrice compulsiva, vero?
Per un lettore veterano (e parlo per esperienza) ricevere un romanzo, un saggio, una raccolta di racconti, un'intera saga letteraria, un classico, o qualsiasi altro tipo di libro, è un regalo assai gradito. Per i bambini, questo dono, può essere un trampolino di lancio per sviluppare la fantasia. Per i giovani lettori, come lo sono gli adolescenti, può essere un buon inizio per diventare lettori navigati.
Cercate di trovare per ognuno il libro giusto, che faccia vibrare le sue corde, e vi sarà riconoscente per sempre. Nel caso foste in difficoltà potete consultare il Calendario dell'Avvento Libroso, per trovare l'idea giusta, tra quelle che vi ho consigliato in questi giorni.

Il libro di oggi è:

"IL GRINCH" di Dr. Seuss


Il Grinch è un mostriciattolo perfido che vive nella città di Chi-non-so. Essendo solitario, brutto e cattivo, non ama il Natale e decide che il suo scopo quest'anno sarà guastare le feste ai suoi concittadini Non-so-chi.
Travestito da Babbo Natale, e accompagnato dal suo fido cane come renna, ne combinerà di tutti i colori, fino ad arrivare al punto di rubare tutti i regali sotto l'albero dei Non-so-chi, per sbarazzarsene buttandoli giù da un dirupo.
Età di lettura consigliata: dai 6 anni in su.







I bellissimi libri del Dr. Seuss sono molto famosi negli Stati Uniti: generazioni di bambini li hanno letti in passato e continueranno a farlo in futuro.
Da noi, in particolare questo breve romanzo illustrato, è stato reso famoso da un film di successo con Jim Carrey, che io mi guardo ogni anno, più o meno in questi giorni, spaparanzata sul divano, avvolta in una coperta calda e con una ciotola straripante di popcorn.
Una storia divertente e istruttiva, tutta raccontata in rima, adatta ai piccoli lettori. I più grandi (e quindi anche gli adulti) potranno immergersi in questa ambientazione attraverso la trasposizione cinematografica, che è fatta molto bene, e decisamente più adatta al pubblico adulto. Si tratta di un tipico film di natale: pieno di buoni sentimenti, grandi lezioni di vita e un lieto fine che strappa qualche lacrima... Potrebbe aiutare anche il più cinico a ritrovare un po' di spirito natalizio in fondo al proprio cuore.

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sabato 19 dicembre 2015

CALENDARIO DELL'AVVENTO LIBROSO #19

- 6 giorni a Natale

Siamo entrati ufficialmente nell'ultima settimana che ci separa dal Natale. Da qui al 25 dicembre sarà come un battito di ciglia, non ce ne accorgeremo nemmeno.
Tutto intorno a noi si illuminerà a festa. Le vie dei paesi sembrano piste di atterraggio per la slitta di Babbo Natale. All'interno di negozi, bar e ristoranti sentite risuonare tutte le canzoni natalizie che siano mai state incise, e che vi martelleranno il cranio fino alla Befana. I supermercati sono fornitissimi di dolci e leccornie, come se non esistesse altro cibo al mondo. E a casa, tra famigliari e amici, affrontate la discussione sul solito dilemma: Panettone o Pandoro? E se scegliamo il Panettone: con i canditi o senza?
Quindi è cominciata la settimana di full immersion nell'atmosfera natalizia; e anche con il Calendario dell'Avvento Libroso voglio immergermi nel mood giusto, con storie di Natale che più Natale di così non si può, per arrivare preparata al grande giorno.

Il libro di oggi è:

"LET IT SNOW" di John Green, Moureen Johnson e Lauren Myracle

Vigilia di Natale a Gracetown. Scende la neve, i regali sono già sotto l'albero e le luci brillano per le strade. Sembra tutto pronto per la festa, ma una tormenta arriva a sparigliare le carte.
Così si può rimanere bloccati su un treno in mezzo al nulla e vagare per una città fino a incontrare un intricante sconosciuto. Oppure prendere la macchina per raggiungere una festa che promette di essere memorabile, per scoprire che l'amore è più vicino di quanto pensassimo. O ancora ritrovare qualcuno che si credaeva perduto, ma solo dopo una giornata piena di imprevisti e di... maiali.
Grazie a John Green, Maureen Johnson e Lauren Myracle la magia delle vacanze splende su questi tre racconti d'amore, che si intrecciano tra loro mettendo in scena baci appassionati e avventure esilaranti.


Mi perdonerete spero, ma ho scelto di mettere nel post la copertina dell'edizione inglese di questo libro, perché quella italiana è veramente orribile (non vi metto nemmeno il link di dove andarla a vedere, per salvaguardare la vostra vista). Questa è decisamente più carina e meno fastidiosa.
Anche se i tre autori in questione sono specializzati nella narrativa Young Adult, questo è un libro adatto a tutti. I temi trattati sono universali, ma in più i tre racconti sono ambientati a Natale, il che rende tutto più speciale.
Se state cercando un regalo per un adolescente, credo che questo faccia al caso vostro. John Green è molto amato tra i giovani lettori (a me personalmente i suoi romanzi non sono piaciuti molto, ma forse io sono troppo vecchia per quel genere di storie), e i giovani sono anche la fascia d'età della popolazione italiana che legge di più, quindi apprezzeranno sicuramente.

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venerdì 18 dicembre 2015

CALENDARIO DELL'AVVENTO LIBROSO #18

- 7 giorni a Natale

Fin da piccola sono sempre rimasta affascinata da quell'usanza, che si vede spesso nei film di Natale statunitensi, in cui file e file di bambini (per mano a genitori e nonni) attendono pazientemente di sedersi in braccio a uno sconosciuto travestito da Babbo Natale. In quei giganteschi e affollati centri commerciali, quei poveri cristi passano ore e ore ad ascoltare centinaia di bambini che chiedono loro di portargli questo o quello per Natale, concludendo l'incontro con una bella foto sorridente.
Accanto a loro, come fidi aiutanti, ci sono uomini e donne (probabilmente neo-laureati) vestiti da elfi natalizi, costretti ad essere sempre gentili e sorridenti, che distribuiscono caramelle e parole dolce per calmare gli animi dei bambini più irrequieti.
Da adulta non so dire se la trovi più una cosa dolce e simpatica, o pacchiana e triste. Sono combattuta. Ma devo ammettere che da bambina sognavo di trovare Babbo Natale in un centro commerciale, per farmi fare una foto sulle sue ginocchia, e vantarmi con i miei amichetti di averlo conosciuto di persona.

Il libro di oggi è:

"HOLIDAYS ON ICE" di David Sedaris


Il debutto di David Sedaris avviene all'inizio degli anni '90 con la lettura alla radio dei racconti della sua esperienza come elfo natalizio in un grande magazzino di New York: una serie di scene esilaranti e corrosive che fotografavano impietosamente le icone sacre del mondo di oggi; il mito del Natale affogato nei consumi, il muto naufragio dei bambini, vittime inconsapevoli dell'insensatezza della festa, la surreale crudeltà dei rapporti di lavoro e di famiglia, il vuoto e la solitudine che la valanga scintillante dei regali non può nascondere...
Questo libello sul falso luccichio del Natale rivelò il talento di questo giovane umorista, comico spietato e sottilissimo, implacabile osservatore delle follie della modernità.



C'è sempre un'altra faccia della medaglia, anche durante le feste. Ma non serve deprimersi guardando il lato negativo delle cose, possiamo anche riderci su, con ironia, umorismo sottile e irriverenza come fa David Sedaris in questo piccolo libro (solo 78 pagine).
Proviamo a guardare con un certo occhio critico questo periodo dell'anno, che ci acceca con le sue luminarie e la sua allegria chiassosa; prendendo atto del fatto che Natale non è per tutti un periodo felice.
La realtà che Sedaris ci sbatte in faccia, facendoci ridere e divertire, potrà sembrare famigliare a qualcuno, e ci permetterà di riflettere su quale sia il vero significato di questa festa che aspettiamo tutto l'anno e che importanza vogliamo dargli.
Ho visto, soprattutto su Amazon, che questo libro in formato cartaceo (se riuscite a trovarlo) si fa pagare non poco. Per fortuna arriva in nostro soccorso l'ebook, ad un prezzo abbastanza ragionevole.

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