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martedì 4 dicembre 2018

ISTRUZIONI PER DIVENTARE FASCISTI di Michela Murgia

Guardo la televisione, leggo notizie, esco, vado in giro, parlo con la gente e mi rendo conto della situazione che c'è in Italia in questo periodo: allarmismo per qualsiasi cosa, facile indignazione, paura un po' per tutto e un continuo incitamento all'odio, con alla base una generale scarsa capacità di ragionamento e spirito critico.
Il perché questo libro sia stato scritto, e perché debba essere letto, per me è molto ovvio e comprensibile, anche Michela Murgia vede la deriva che sta prendendo questo paese e ne vuole discutere; ma a quanto pare non è così per una parte di italiani, che hanno attaccato pesantemente l'autrice sui social, con offese irripetibili e accuse totalmente campate in aria, a mio parere (perché sono convinta che la maggior parte non abbia nemmeno letto il libro in questione).
Quindi, in questo post, mi voglio soffermare principalmente su questa cattiveria gratuita che ho riscontrato ad esempio in molti commenti su Twitter (perché è lì che ho seguito di più la vicenda).
Prima però vi riporto le parole di Murgia, all'interno di Istruzioni per diventare fascisti, per farvi capire come questo saggio parla del fascismo e del pensiero che vi ruota attorno:


"Essere democratici è una fatica immane. Significa fare i conti con la complessità, fornire al maggior numero di persone possibile gli strumenti per decodificare e interpretare il presente, garantire spazi e modalità di partecipazione a chiunque voglia servirsene per migliorare lo stare insieme.
Inoltre non a tutti interessa essere democratici.
A dire il vero, se guardiamo all'Italia di oggi, sembra che non interessi più a nessuno, tanto meno alla politica.
Allora perché continuiamo a perdere tempo con la democrazia quando possiamo prendere una scorciatoia più rapida e sicura? Il fascismo non è un sistema collaudato che garantisce una migliore gestione dello Stato, meno costosa, più veloce ed efficiente?



Tutto ha inizio sotto i tweet di Michela Murgia in cui, giustamente, pubblicizza e parla del suo libro. I commenti sotto sono allucinanti. Niente critiche, perché ammettiamolo: non sappiamo fare critiche, soprattutto costruttive; ma una quantità inimmaginabile di insulti e offese soprattutto sull'aspetto fisico. Una vera bassezza, ma naturalmente quando mancano gli argomenti e la capacità di discutere si va sempre a parare lì, così per zittire l'avversario. Viene addirittura accusata di attaccare tutti gli italiani (tutti??) e i valori su cui si basa la nostra Repubblica.
Accuse assurde, senza senso, buttate lì senza pensarci troppo su, un po' tutte uguali se devo essere sincera, nessuno che si distingua veramente dal coro di nefandezze e volgarità per originalità o fantasia.
Poi arriva la Casa Editrice Einaudi che con un tweet difende la sua autrice, definendo quello di Michela Murgia un pensiero LIBERO e COMPLESSO (complesso sicuramente visto che in molti non l'hanno proprio capito). Si scatena il finimondo nei commenti, gente indignata per la presa di posizione della CE che viene accusata di essere un parassita e di cavalcare l'onda del momento solo per vendere più copie e fare più soldi.

Tutta questa gente che ha sprecato momenti preziosi della loro vita commentando duramente su Twitter, invece di fare qualcosa di più costruttivo o utile per loro e l'umanità, ad esempio stare zitti e fissare un muro (che sarebbe stato sicuramente più utile), hanno perso l'occasione di fermarsi a riflettere su un argomento importante e attuale, che al momento occupa gran parte della nostra quotidianità. Potevano farsi delle domande costruttive, della serie: "Come mi sto comportando?", "Ma questi pensieri li condivido anch'io? E perché?", "Sto sbagliando in qualche modo?"...
E invece no. Perseverando con questo comportamento e con la bassezza delle offese ad autrice e Casa Editrice hanno dimostrato palesemente di non aver capito niente, di non aver colto la provocazione e di non riuscire proprio a riflettere seriamente e consapevolmente sul contenuto di questo libro.
Ma invece si sentono chiamati in causa, punti sul vivo, accusati (a loro dire) di essere dei fascisti che rimpiangono "gli anni d'oro" di Mussolini e quindi cosa fanno? Reagiscono con rabbia, sdegno e indignazione, perché a quanto pare: "Puoi dirmi quello che vuoi, puoi insultarmi, ma non puoi darmi del fascista!!!!111!!!!" aggiungendo ogni tre per due "E allora il PD????" (così perché ci sta sempre bene).
A questo punto è evidente che questa gente associ il fascismo a una cosa negativa, altrimenti non si offenderebbero quando vengono apostrofati con tale epiteto, ma allo stesso tempo condividono con questa ideologia gran parte delle idee, modi di pensare e di agire. Sinceramente faccio fatica a capire il ragionamento logico che sta alla base. È come se una persona che non mangia carne pesce e derivati, ma solo verdura e legumi, non volesse essere etichettata come vegana, arrabbiandosi come una biscia, e sostenendo con veemenza di essere un'onnivora come tutti, ma che non mangia prodotti animali.
Non so voi, ma a casa mia se cammina come un'oca, fa "qua" come un'oca... è un'oca!!

Gente che minaccia di boicottare Einaudi per sempre perché pubblica e appoggia pubblicamente Murgia, accusando la Casa Editrice di nefandezze (senza specificare quali), di volerci solo guadagnare (beh, obiettivamente sarebbe anche il suo lavoro), di essere dei traditori della patria (che è un'accusa che gira molto ultimamente, sembra vada di moda) e molto altro; arrivando a concludere dopo affermazioni sparate a casaccio che sono proprio loro a comportarsi peggio dei più tristi regimi dittatoriali, senza rendersi conto di star dicendo un vero e proprio paradosso. Perché in un regime questo libro non avrebbe mai visto la luce purtroppo e autrice e Casa Editrice sarebbero state messe a tacere, probabilmente dopo essere state insultate, "criticate" e denigrate.

Credo che Michela Murgia abbia colpito proprio nel segno con questo saggio, perché se ti senti colpito nel profondo, attaccato sul lato personale e offeso da questo libro... beh, questo dice molto di più su di te che sul libro stesso.
Io personalmente, leggendolo, non mi sono sentita chiamata in causa nemmeno una volta, quelle frasi non mi rappresentano non fanno parte di me, del mio parlato e modo di pensare, sono lontane da me e quindi non mi offendono; ma al contrario riconosco questi comportamenti e pensieri attorno a me, vedo persone ottuse che reagiscono sempre di pancia e mai di testa, che non riescono a ragionare su un concetto, che non hanno una vera opinione ma sputano solo insulti, che ogni volta pretendono di avere ragione, sentendosi in dovere di condividere qualsiasi pensiero attraversi la loro mente e di poter dire assolutamente tutto quello che vogliono (soprattutto offese), millantando una libertà di parola e opinione che, lasciate che ve lo dica, non è certo questa.
Tutto questo mi fa paura. Molta paura.

In questo saggio breve ma ricco di spunti di riflessione, Michela Murgia fa un paragone tra democrazia e totalitarismo, e più nello specifico si parla di fascismo, schierandosi ironicamente (parola chiave) a favore di quest'ultimo.
È un'intelligente e accurata provocazione, che ci permette di riflettere su il periodo politico e sociale attuale e su dove tutto questo potrebbe portarci.
Con una massiccia dose di ironia e sagacia Murgia dimostra di conoscere e di saper usare le parole in modo eccelso, c'è una certa maestria e studio nello scegliere sempre i termini giusti, sa unirli e armonizzarli in modo che diventino uno strumento utile per far passare un messaggio importante, ma anche per farli diventare una vera e propria arma che sa quando e come ferire.
Dimostra anche di conoscere la storia, la nostra storia, soprattutto quella parte di storia italiana oscura e sottovalutata che tutti preferiscono ignorare, girando la testa dall'altra parte credendo che così possa sparire... magari è proprio per questo che ci stiamo ricadendo dentro con tutte le scarpe.

martedì 28 marzo 2017

IO SONO MALALA di Malala Yousafzai

Ci sono diritti acquisiti da noi occidentali da talmente tanto tempo, per i quali non abbiamo combattuto in prima persona, che sono diventati scontati, sottovalutati e di poca importanza. Come il diritto all'istruzione, alla cultura, al sapere. Un diritto che non tutti nel mondo hanno, perché moltissimi bambini e soprattutto bambine non possono studiare e la loro istruzione è ostacolata da vari motivi. Questo comporta adulti analfabeti, che non sono in grado di contrastare dittature, soprusi, ingiustizie, imbrogli e propagande sbagliate e scorrette, proprio perché non posseggono i mezzi per farlo.
È fondamentale dare voce a persone come Malala Yousafzai, che ha subito ingiustizie e soprusi, ma ha alzato la voce per farsi sentire da tutto il mondo e denunciare ciò che non andava nel suo Paese, attraverso questo libro "Io sono Malala".
Uno dei doveri più importanti di noi "privilegiati" è dare più spazio possibile e amplificare la voce di persone come Malala.

Valle dello Swat, Pakistan, 9 ottobre 2012, ore dodici. La scuola è finita, e Malala insieme alle sue compagne è sul vecchio bus che la riporta a casa. All'improvviso un uomo sale a bordo e spara tre proiettili, colpendola in pieno volto e lasciandola in fin di vita. Malala ha appena quindici anni, ma per i talebani è colpevole di aver gridato al mondo fin da piccola il suo desiderio di leggere e studiare. Per questo deve morire.
Ma Malala non muore: la sua guarigione miracolosa sarà l'inizio di un viaggio straordinario dalla remota valle in cui è nata fino all'assemblea generale delle Nazioni Unite. Oggi Malala è il simbolo universale delle donne che combattono per il diritto alla cultura e al sapere, ed è stata la più giovane candidata al Premio Nobel per la Pace.
Questo libro è la storia vera e avvincente come un romanzo della sua vita coraggiosa, un inno alla tolleranza e al diritto all'educazione di tutti i bambini, il racconto appassionato di una voce capace di cambiare il mondo.

Malala racconta con grande affetto e un profondo amore incondizionato il suo Paese, il Pakistan, e più precisamente la sua Valle dello Swat. Una valle stupenda, rigogliosa e pacifica dove lei e le sue amiche andavano a scuola e vivevano una vita tranquilla, come ogni adolescente, prima che arrivassero degli estremisti islamici e cominciassero a vietare e ordinare determinate cose (soprattutto alle donne).
La storia del Pakistan, relativamente recente, è una parte importante e significativa della nostra storia mondiale contemporanea. A racconti e avvenimenti cruciali per la formazione e l'evoluzione di questa nazione complicata, si mescola inevitabilmente la storia personale di Malala e della sua famiglia; e racconta di come tutto è cominciato, di cosa è successo di importante e di come era prima che tutto crollasse, precipitasse. Come una novella Anna Frank, a 11 anni Malala comincia a tenere un diario (ma in linea con i tempi che viviamo, quindi un blog) in cui esprime i suoi pensieri e sentimenti, raccontando com'è la vita sotto le pressioni e le imposizioni dei talebani: una vita dominata dalla paura e dall'ingiustizia.

Malala Yousafzai è un'adolescente che lotta apertamente, in una situazione molto difficile a livello politico, per garantire l'istruzione a tutte le bambine nel suo Paese.
Purtroppo in Pakistan, ancora oggi, molte donne sono analfabete e totalmente dipendenti dagli uomini, Malala, fin da piccola, in tutte le sue interviste a giornali e TV e in tutti i suoi discorsi pubblici di fronte a personaggi illustri ha sempre ribadito l'importante concetto in cui crede fermamente ed è disposta a portare avanti a tutti i costi.
In tutto il libro è spiegata la difficile situazione pakistana e il cambiamento che Malala sogna e spera per la sua popolazione. E nella parte che vi riporto qui sotto è spiegato in modo chiaro il succo di tutta la questione:
"In Pakistan noi abbiamo avuto una donna primo ministro, e a Islamabad avevo incontrato quelle straordinarie donne impegnate nelle professioni, ma resta il fatto che il nostro è un paese in cui quasi tutte le donne dipendono totalmente da un uomo. La direttrice della mia scuola, la signora Maryam, è una donna forte e istruita, ma non può venire al lavoro da sola: deve essere accompagnata dal marito, da un fratello o da un altro parente. In Pakistan, se una donna dice di volere la propria indipendenza, la gente pensa che non voglia più obbedire al padre, ai fratelli o al marito. Ma non è questo il significato della parola. "Indipendenza" significa che vogliamo prendere da sole le decisioni che ci riguardano, che vogliamo essere libere di andare a scuola o al lavoro. Da nessuna parte nel Corano c'è scritto che le donne debbano dipendere da un uomo. Nessuna voce è scesa dal cielo per dirci che ogni donna dovrebbe dare retta a un uomo."
Tutto ciò che Malala ha detto e fatto finora non sarebbe stato possibile se non avesse avuto alle spalle una famiglia che la sosteneva e l'appoggiava in tutto. Molte sue compagne di classe la pensano esattamente come lei e sono convinte che si debba fare qualcosa per cambiare, ma non hanno dei genitori che le supportano e le aiutano.
Quindi una nota di merito va al padre di Malala, Ziauddin, il quale si è impegnato per primo per l'istruzione di tutti nel suo paese, creando una scuola aperta sia a bambini che bambine, portando avanti un ottimo percorso di studi. Prima di tutto è lui il primo attivista, anche politico, della famiglia, un uomo istruito, coraggioso, determinato e amorevole.
Ma anche sua madre, Tor Pekai, è stata importante e fondamentale, mai un personaggio secondario, silenzioso e rinchiuso in casa, ma una donna aperta, generosa, cordiale e rispettosa con tutti ma che non si fa certo mettere i piedi in testa da nessuno, e che sostiene marito e figlia in tutto e per tutto.
Con due esempi così carismatici e incisivi, certo Malala non poteva essere diversa da loro: coraggiosa, determinata, altruista e rispettosa. Lei ha preso esempio e spunto dai suoi straordinari genitori, ma poi ha cominciato a camminare con le proprie gambe, portando avanti il proprio pensiero con determinazione e sicurezza.

Dopo numerose minacce di morte, nell'ottobre del 2012 un talebano sale nel bus che sta portando a casa le ragazze da scuola. Spara tre colpi. Due ragazze vengono ferite lievemente, ma Malala viene colpita gravemente al volto. Quasi non si accorge di ciò che è accaduto, ma da quel momento comincia una lotta tra la vita e la morte che la porterà in tre ospedali diversi del Pakistan e poi in uno a Birmingham, in Inghilterra.
Fortunatamente sopravviverà e tra numerose operazioni e molta riabilitazione, Malala comincerà una nuova vita, una seconda possibilità, in un Paese nuovo (l'Inghilterra), ma anche con una nuova consapevolezza e molto più coraggio e determinazione di prima nel portare avanti la sua idea di un mondo migliore per tutti.

Oggi Malala Yousafzai e la sua famiglia vivono a Birmingham e da quel giorno non sono più tornati in Pakistan, per evitare di essere ancora soggetti di attentati e minacce. Il suo attentatore non è mai stato arrestato. Malala continua a studiare e a essere attiva nei suoi progetti per migliorare la situazione nel suo paese d'origine. Ma il Pakistan le manca immensamente e soprattutto la sua valle.
È stato istituito il Malala Fund, una fondazione che mira a investire denaro in azioni che diano più potere alle comunità locali, sviluppare soluzioni innovative basate su approcci tradizionali e dare a tutti non solo l'alfabetizzazione di base, ma gli strumenti, le idee e le reti che possono aiutare le ragazze a far sentire la loro voce e a creare un domani migliore.
Tutte le informazioni necessarie per contribuire le trovate su www.malalafund.org.

Con la sua storia Malala è un vero esempio di femminismo e una voce in nome e per conto dei milioni di bambine e ragazze in tutto il mondo alle quali è negato il diritto di andare a scuola e di realizzare il loro potenziale.
Questa è la biografia interessante e struggente, di una ragazza speciale che desidera con tutto il cuore di rendere il mondo un posto migliore per tutti, e che si legge in modo scorrevole e appassionante come un romanzo.
C'è un adagio che mi è sempre piaciuto molto, molto significativo, che con le sue poche parole permette di riflettere su come si comporta di solito l'essere umano e come, invece, dovrebbe comportarsi l'umanità intera. Sono rimasta piacevolmente sorpresa di averlo ritrovato in questo libro e ve lo riporto qui sotto, alla fine della mia recensione, in modo che possiate rifletterci e farlo anche un po' vostro:
"Dapprima vennero a cercare i socialisti, e io non dissi niente perché non ero socialista; poi vennero a cercare i sindacalisti, e io non dissi niente perché non ero un sindacalista. Poi vennero a cercare gli ebrei, e io non dissi niente perché non ero ebreo. Poi vennero a cercare i cattolici, e io non dissi niente perché non ero cattolico. Poi vennero a cercare me, e non c'era rimasto nessuno che parlasse in mia difesa."

martedì 14 marzo 2017

DALLA PARTE DELLE BAMBINE di Elena Gianini Belotti

Mi ritrovo a parlarvi di un libro evidentemente diverso dal solito: non un romanzo, non una lettura principalmente di svago; ma un saggio accademico, pubblicato la prima volta nel 1973, che porta alla luce un'interessante teoria sull'influenza della cultura che ci circonda, che determina il nostro modo di essere e di concepire la sfera femminile e quella maschile. Una teoria che ha preso sempre più piede negli studi psicologici e che oggi ha forti basi scientifiche, riconosciuta in tutto il mondo e fondamentale per i gender studies.

La tradizionale differenza di carattere tra maschio e femmina non è dovuta a fattori innati, bensì ai condizionamenti culturali che l'individuo subisce nel corso del suo sviluppo.
Questa la tesi appoggiata da Elena Gianini Belotti e confermata dalla sua lunga esperienza educativa con genitori e bambini in età prescolare.
Ma perché solo "dalla parte delle bambine"? Perché questa situazione è tutta a sfavore del sesso femminile. La cultura alla quale apparteniamo - come ogni altra cultura - si serve di tutti i mezzi a sua disposizione per ottenere dagli individui dei due sessi il  comportamento più adeguato ai valori che le preme conservare e trasmettere: fra questi anche il mito della "naturale" superiorità maschile contrapposta alla "naturale" inferiorità femminile.
In realtà non esistono qualità "maschili" e qualità "femminili" ma solo qualità umane. L'operazione di compiere dunque "non è di formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene.

A dire la verità non c'è molto di più da aggiungere su questo libro dopo questa spiegazione. Tutto ciò di cui tratta Dalla parte delle bambine è racchiuso in questa semplice, concisa e di immediata comprensione sinossi. Questo è ciò che Elena Gianini Belotti ha studiato e osservato per diversi anni, arrivando a queste conclusioni: il condizionamento culturale al quale ognuno di noi è sottoposto fin dalla più tenera età, fin dalla nascita, influisce il nostro modo di concepire, e di essere, maschi o femmine. L'influenza che tutti noi riceviamo da chi ci sta intorno a partire dalla famiglia, dalle insegnanti della scuola materna ed elementare, per arrivare ad amici e conoscenti, determina il nostro essere uomini o donne e ciò che secondo noi "deve essere" e "deve fare" uno o l'altro sesso.
Purtroppo, ancora oggi, la nostra cultura è principalmente patriarcale in diversi e svariati aspetti e questo ci porta ad avere delle idee distorte e piene di pregiudizi su ciò che deve essere una bambina (ma anche un bambino), sottolineando una certa sottomissione e inferiorità delle donne rispetto agli uomini.

Sicuramente figlio del suo tempo, pubblicato negli anni Settanta, ha al suo interno alcuni stereotipi che all'epoca erano ancora molto presenti, ma che oggi fortunatamente ci siamo lasciati alle spalle. Alcune cose descritte nel saggio sono superate o almeno non sono così marcate come all'epoca, ma molte altre invece sopravvivono ancora oggi e condizionano il nostro modo di essere e agire nella società.
Elena Gianini Belotti ci spiega subito, nelle premesse del saggio, quale sia il fine di questa analisi rivolta alle donne:
"Le critica alle donne contenuta in quest'analisi non vuole essere un atto d'accusa, ma una spinta a prendere coscienza dei condizionamenti subiti e a non trasmetterli a loro volta, e contemporaneamente a rendersi conto che possono modificarli."
Il libro è composto da quattro capitoli che analizzano nel dettaglio, e attraverso svariati esempi osservati direttamente sul campo dall'autrice, le quattro fasi in cui questi condizionamenti sono più forti e incisivi nello sviluppo del bambino e della bambina:

  1. L'attesa del figlio. Come in questo periodo di attesa si cominci già a fare una certa distinzione tra maschi e femmine con la scelta dell'arredamento per la cameretta o la scelta dei vestitini, come ad esempio l'assoluta esclusione del colore rose per i bambini, considerato un colore solo  ed esclusivamente per bambine.
  2. La prima infanzia. Come i bambini imparino molto presto la distinzione tra maschi e femmine e attraverso l'imitazione cerchino di identificarsi al loro genere di appartenenza; affrontando anche la così detta invidia del pene da parte delle bambine.
  3. Il gioco, i giocattoli e la letteratura infantile. Di come ci siano giocattoli "giusti" e "sbagliati" per i vari sessi (ad esempio macchinine per i maschi e bambole per le femmine e non viceversa); per non parlare dei vari tipi di giochi, come quelli di movimento e più attivi che sono più accettati per i bambini di quanto non lo sia per le bambine, che invece dovrebbero preferire giochi più tranquilli e statici. E la letteratura infantile, in cui si evidenzia una maggiore presenza di protagonisti maschili rispetto a quelli femminili.
  4. Le istituzioni scolastiche: la scuola infantile, elementare e media. Evidenziando come anche nelle scuole infantili dove ci si propone in primo luogo di rispettare l'individualità di ogni bambino si finisca per riproporre, a volte senza rendersene conto, i consueti modelli di maschio attivo e direttivo e di femmina passiva e subordinata.

Il fatto che sia un libro principalmente accademico non lo rende noioso e di difficile comprensione. L'autrice l'ha concepito perché fosse alla portata di tutti e fruibile a un vasto pubblico, compresi quelli che non hanno fatto studi riguardanti questo settore. Grazie all'innumerevole quantità di esempi e avvenimenti reali, osservati direttamente dalla Belotti, la lettura è scorrevole e interessante. Da questa lettura piacevole si può naturalmente prendere spunto per diverse riflessioni, ma anche osservare più da vicino e con maggiore consapevolezza quei condizionamenti che ci capita di subire o esprimere durante la nostra quotidianità; in modo da prenderne atto e poterli modificare come suggerito dall'autrice stessa.
Come già spiegato all'inizio, non è un comportamento che si attua solo con le bambine, ma anche i maschi sono sottoposti a condizionamenti, pressioni e influenze che li portano ad attuare un determinato modo di essere considerato idoneo al loro sesso. Non permettendo nemmeno a loro di essere e fare ciò che veramente vogliono.

Vi lascio con una riflessione sulla parità e l'uguaglianza tra i sessi, che Elena Gianini Belotti fa proprio all'inizio del libro, ma che io preferisco metterla qui, alla fine della mia recensione, per spingervi a riflettere e spero che queste parole risuonino dentro di voi come hanno fatto dentro di me:
"Non può esistere un colloquio autentico tra persone che stiano tra loro in posizione da dominante a dominato, occorre che si sentano pari. Così anche l'uomo, per ascoltare quello che la donna ha da dire su se stessa, deve sentirla uguale a sé. Ma se l'uomo avesse voglia di ascoltare quello che le donne hanno da dire su se stesse, gran parte dei problemi tra i sessi sarebbe già risolta, cosa che è ben lontana dall'essere vera."

venerdì 10 marzo 2017

ALLE FANCIULLE E ALLE FIGLIE DEL POPOLO di Anna Maria Mozzoni

Voglio continuare con questi libretti di Caravan Edizioni, perché sono veramente veloci da leggere, curati e interessantissimi, ma soprattutto mi hanno fatto conoscere delle figure importantissime per quanto riguarda il femminismo e l'emancipazione delle donne in generale.
Donne intelligenti e coraggiose, che tutti dovremmo conoscere e prendere a esempio.
Vi ho già parlato di Elizabeth Stanton e Lucretia Mott e la loro Dichiarazione dei sentimenti, ora è il momento della lettera di Anna Maria Mozzoni.

Nel 1884 Anna Maria Mozzoni scrive l'opuscolo Alle fanciulle, diviso nei due capitoli: Alle fanciulle che studiano e Alle figlie del popolo. Poche pagine dove spiega alle giovani, qualunque sia la loro condizione sociale, perché sia fondamentale per il benessere delle generazioni a venire impegnarsi nella battaglia emancipazionista e più in generale per il riconoscimento e la tutela dei diritti dei più deboli di fronte a quello Stato, l'Italia, appena nato.
Sono le donne, madri anche di quegli uomini che le opprimeranno, a dover combattere unite per una società equa.

Anna Maria Mozzoni nasce nella provincia lombarda nel 1837, da una famiglia colta e nobile per parte di madre. Il padre era studioso di fisica e la madre fu colei "che l'educò al libero pensiero".
Di quell'unità d'Italia, che lei visse in prima persona, non ne fu soddisfatta a pieno. Proveniva dalla Lombardia, territorio dell'Impero asburgico, a cui le riforme dell'Imperatrice Maria Terese avevano contribuito alla riforma del catasto, all'istruzione elementare impartita teoricamente anche dalle maestre, alla razionalizzazione dell'agricoltura, a un minimo diritto di voto per le donne possidenti che sceglievano i propri amministratori. Insomma, l'impero asburgico aveva avuto dei meriti, mentre l'unità significò per le donne del Lombardo Veneto un parziale regresso.

Già più di 150 anni fa, Mozzoni lottava per una società più equa, per la parità dei sessi, per l'emancipazione femminile e non solo attraverso questa lettera Alle fanciulle e alle figlie del popolo, ma anche con l'opera La donna e i suoi rapporti sociali (1864) in cui evidenziava le pessime condizioni delle operaie e delle lavoratrici in generale; pubblicò nel 1865 La donna in faccia al progetto del nuovo Codice civile italiano rivendicando il diritto di voto amministrativo e politico delle donne; tradusse The Subjection of Women, del filosofo liberale inglese John Stuart Mill, diventato la Bibbia dell'emancipazionismo e del suffraggismo; collaborò a La donna di Padova, uno dei primi giornali all'avanguardia nella lotta per i diritti delle donne; e nel 1878 pronunciò il discorso inaugurale al Congresso Internazionale per i diritti delle donne a Parigi.

Una donna molto impegnata nel difendere i suoi ideali, i valori in cui credeva e denunciare i tanti limiti imposti alle donne in quegli anni. Una vera e propria combattente che spese più di quarant'anni della sua vita a lottare perché le donne fossero più considerate e ottenessero di più in diversi campi, dal lavoro, alla famiglia, alla sfera politica.
Oggi, nel 2017, molti traguardi sono stati raggiunti e lasciati alle nostre spalle, ma non  bisogna dimenticarli e soprattutto non bisogna dimenticare le innumerevoli donne, come Anna Maria Mozzoni, che hanno permesso tutto ciò; che si sono impegnate negli anni per ottenere quei diritti che a volte noi diamo per scontati.

Molto importante per lei era l'istruzione: gran parte del discorso fatto in  Alle fanciulle e alle figlie del popolo sta proprio nello spingere le ragazze a studiare, a costruirsi un'istruzione e a farla valere.
Ma nella sua lunga carriera da attivista c'era anche un altro punto per lei molto importante, quello delle lavoratrici. Operaie, contadine, maestre tutte sottovalutate, sfruttate e sottopagate, che venivano considerate molto inferiori agli uomini.
Una battaglia lunga più di 150 anni, in parte molto attuale, perché ancora oggi non c'è parità tra i sessi nell'ambito lavorativo: a parità di lavoro, una donna viene ancora pagata meno e più si sale nella gerarchia aziendale e meno donne si trovano.
Ci sono ancora delle lotte da portare avanti e dei traguardi da raggiungere per tutte noi donne, una di queste riguarda sicuramente più diritti nell'ambito lavorativo.
Vi lascio con una frase premonitrice di Anna Maria Mozzoni, che si trova all'interno di questo saggio, e che spero vi porterà a riflettere sulla situazione:
Operaie, non chiedete tutela, esigete giustizia.

martedì 7 marzo 2017

DOVREMMO ESSERE TUTTI FEMMINISTI di Chimamanda Ngozi Adichie

Domani è la Festa della Donna, 8 marzo, e per l'occasione voglio consigliarvi questo piccolissimo libricino, un libro di appena quaranta pagine, che potrete leggere tranquillamente mentre aspettate che bolla l'acqua per la pasta, ma che al suo interno racchiude un messaggio importantissimo per tutti, perché dovremmo essere TUTTI femministi.

Questo saggio è la versione rivista di un intervento che Chimamanda Ngozi Adichie ha tenuto nel dicembre 2012 alla TEDXEuston Conference, un incontro annuale dedicato all'Africa in cui oratori provenienti da varie discipline pronunciano brevi discorsi con l'obiettivo di scuotere e ispirare un pubblico formato da africani e amici dell'Africa.

Chimamanda Ngozi Adichie è nata in Nigeria nel 1977 e ha studiato negli Stati Uniti. Già vincitrice di importanti premi con L'ibisco viola e Metà di un sole giallo, con Americanah ha conquistato la critica aggiudicandosi il National Book Critics Circle Award 2013 e giungendo tra le finaliste del Baileys Women's Prize for Fiction 2014.

In un discorso fluido, scorrevole, a tratti divertente, e per nulla prolisso o noioso, in cui Adichie cerca di spiegare, e far capire il più chiaramente possibile, cosa voglia dire essere una donna oggi. Attingendo molto spesso alla sua vita privata, portando ad esempio alcuni degli avvenimenti accaduti personalmente. Tre assolutamente eloquenti e significativi:
  • Quando alle elementari prese il voto più alto della classe in un compito e per questo aveva l'opportunità di diventare capoclasse, come aveva promesso la maestra; ma poi, la stessa maestra, le disse che il capoclasse doveva essere un maschio. Lo aveva dato per scontato.
  • Oppure quando, entrando in uno dei migliori alberghi della Nigeria, fu fermata dalla guardia che le chiese come si chiamava l'uomo che aspettava. Perché se una donna nigeriana entra in un albergo da sola, è una prostituta, non può essere assolutamente un'ospite che paga la propria stanza. Se un uomo entra nello stesso albergo, non viene fermato.
  • O ancora come le fu fatto notare che la rabbia non si addice a una donna. Se sei una donna, non ci si aspetta che tu esprima rabbia, perché è minacciosa
Nel suo saggio tocca molti punti importanti, per spiegare come nel nuovo Millennio ancora non si sia arrivati a uno stato di parità tra uomini e donne. Basti pensare alla maggior parte dei posti di potere e di prestigio che sono occupati da uomini, perché più si sale nella scalata al successo e meno donne si trovano.
Di come si sbagli ad insegnare alle ragazze a preoccuparsi di cosa pensano i ragazzi, a spingerle a competere tra loro per un uomo e per chi è la più bella, invece di sostenerle ad essere loro stesse e a competere per essere qualcuno nel mondo. Ci preoccupiamo a insegnare alle ragazze a non essere aggressive, toste o arrabbiate, perché non sta bene. Dall'altra parte però sbagliamo anche a educare i maschi. Con un idea ristretta e stereotipata di virilità, a cui diamo un'importanza spropositata, soffochiamo l'umanità e la sensibilità dell'uomo, che si ritrova rinchiuso in un modo di essere che magari non gli appartiene fino in fondo, invece di lasciarlo libero di esprimersi come vuole.

Ma femministi si nasce o si diventa? Per Chimamanda Ngozi Adichie probabilmente il femminismo è venuto naturale, fin da bambina lo era, da quando il suo migliore amico le disse "Sei proprio una femminista", e lei tacque perché ancora non sapeva cosa volesse dire quella parola; per poi arrivare a definirsi ironicamente "una Femminista Felice Africana Che Non Odia Gli Uomini e Che Ama Mettere il Rossetto e i Tacchi Alti Per Sé e Non Per Gli Uomini".
Per altri invece è diverso, è forse più difficile, ma femministi lo si può diventare. Basta riflettere accuratamente, anche grazie a questo libricino, sul ruolo di svantaggio che questa società riserva alla donna. Anche se sono stati fatti molti passi avanti dal secolo scorso, ancora non siamo arrivati a un livello di parità che gioverebbe a tutti, anche agli uomini, e non solo alle donne.

Questo piccolo libro, con le sue potenti parole all'interno porta una ventata di aria fresca a un femminismo stantio e visto attraverso numerosi stereotipi inutili e dannosi. Apre la strada a una definizione del termine più giusta e includente, per il XXI secolo:
"Femminista è una persona che crede nell'eguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi."
Ma allora perché si parla ancora di femminismo? E non più in generale di diritti umani?
È la stessa autrice a rispondere: "Perché non sarebbe onesto. Il femminismo è ovviamente legato al tema dei diritti umani, ma scegliere di usare un'espressione vaga come quella, vuol dire negare la specificità del problema del genere. Vorrebbe dire tacere che le donne sono state escluse per secoli. Vorrebbe dire negare che il problema del genere riguarda le donne, la condizione dell'essere umano donna, e non dell'essere umano in generale."

È importante che ognuno di noi legga questo piccolissimo libro, è importante quello che troverete tra le sue pagine, ed è importante ciò che porterete con voi.
Voglio lasciarvi con una frase che a me ha fatto riflettere molto, la frase con cui Chimamanda Ngozi Adichie chiude il suo discorso, la frase da cui può partire una riflessione costruttiva per cambiare un punto di vista:
"La cultura non fa le persone. Sono le persone che fanno la cultura. Se è vero che la piena umanità delle donne non fa parte della nostra cultura, allora possiamo e dobbiamo far sì che lo diventi."


Come l'anno scorso che, nei giorni precedenti la Festa della Donna, uscì nelle sale cinematografiche "Suffragette" (che se non avete visto, è il momento di recuperare); anche quest'anno, in questi giorni, potrete andare a vedere un'altro film che parla di femminismo e parità: "Il diritto di contare".
La storia, fino poco tempo fa sconosciuta, delle donne nere che lavorarono alla Nasa e che, attraverso i loro calcoli e le loro capacità, contribuirono a mandare l'uomo nello spazio. Un film su donne forti, tenaci, in un epoca in cui essere donne e nere voleva dire valere meno di zero; e che con caparbietà hanno lottato e combattuto piccole battaglie giornaliere: dei piccoli passi per delle donne capaci, dei grandi passi per l'uguaglianza e l'integrazione.

venerdì 3 marzo 2017

DICHIARAZIONE DEI SENTIMENTI (e risoluzioni) di Elizabeth Stanton e Lucretia Mott

Dato che a marzo c'è la Festa della Donna, ho deciso di dedicare tutto il mese a letture sulle donne e più precisamente sul femminismo: che cos'è; come è nato; chi coinvolge; e perché è così importante ancora oggi.
È un termine bistrattato, erroneamente a volte coincide con "odiamo tutti gli uomini, le donne vengono prima di tutti e tutto". Ma in realtà femminismo vuol dire semplicemente parità di genere, nessuno è superiore a nessun'altro e si tratta sostanzialmente di lottare perché tutti, minoranze etniche/religiose/di orientamento sessuale comprese, uomini e donne, possano arrivare a una completa parità di diritti.
Importante è capire da dove nasce questa corrente, questo pensiero, e per questo ci viene in aiuto un libricino piccolo, ma potente, che si intitola "Dichiarazione dei sentimenti", pubblicato nella collana Segnavia di Caravan Edizioni.

A casa di Jenny Hunt, durante un tè tra amiche, Elizabeth Stanton, Lucretia Mott e Martha Wright parlarono della condizione della donna in quegli anni. Era il 1848, l'America stava dando vita ai primi tumulti contro la segregazione razziale e le donne cominciavano a muoversi per poter avere più diritti, tra cui quello più importante per l'epoca, e cioè il diritto al voto.
Tra una chiacchiera e una tazza di tè, queste quattro donne nemmeno si accorsero di aver dato il via a un fenomeno che avrebbe rivoluzionato la condizione della donna negli anni a venire e che continua tutt'ora a raggiungere traguardi importantissimi per tutte le donne del mondo.
Prima che scendesse la notte, Elizabeth Stanton e Lucretia Mott misero per iscritto quella che passò alla storia come la "Dichiarazione dei sentimenti": un manifesto, rivolto a tutti gli uomini, che in poche parole dichiarava che le donne si erano stufate di non essere ascoltate e di essere considerate inferiori agli uomini, elencando tutte le situazioni in cui le donne non avevano diritti, ma solo doveri nei confronti degli uomini; per poi mettere per iscritto le loro condizioni e i cambiamenti che avrebbero voluto vedere, ad esempio:

  • che la donna è uguale all'uomo
  • che le donne devono essere messe al corrente delle leggi che le governano
  • che lo stesso grado di virtù, delicatezza e raffinatezza del comportamento richiesto alla donna nella società dovrebbe essere richiesto anche all'uomo, e che le stesse trasgressioni vengano valutate con equa severità nei confronti degli uomini e delle donne
  • che l'uguaglianza dei diritti umani deriva necessariamente dal fatto che la razza umana è una nelle capacità e nelle responsabilità
  • che è dovere delle donne di assicurarsi il proprio sacro diritto al voto elettorale

Divenne il primo manifesto del femminismo americano, specchio di un movimento per i diritti civili e politici delle donne. Fu letto per la prima volta, di fronte a una numerosa folla, dalle due firmatarie in persona il 18 luglio 1848.
Da quel momento il movimento si diffuse molto rapidamente: per la prima volta le donne venivano messe al centro, non più considerata solo figlie, mogli e madri, ma persona dotate di coscienza e autonome, cui spettavano gli stessi diritti degli uomini.

Il movimenti prese il via da donne bianche, del ceto medio, ben informate sugli eventi, intelligenti e coraggiose. Considerate privilegiate rispetto ad una grande fetta del paese che viveva di poco e niente e a persone, prevalentemente nere, che erano ancora considerati schiave dell'uomo bianco. Nonostante questo, loro presero coscienza della loro situazione e combatterono per i diritti delle donne e il suffragio, ma al tempo stesso si impegnarono anche molto per il movimento abolizionista, unendo le forze per poter ottenere di più, potendo contare su un reciproco sostegno.

Il femminismo americano, che nacque da questa dichiarazione, era diverso da quello che contemporaneamente nasceva in Europa. Le quattro amiche, e tutte le abolizioniste e suffragiste statunitensi, avevano formato la loro identità politica sui documenti delle rivoluzionarie francesi e delle rivendicazioniste inglesi, come Mary Astell e Mary Wollstonecraft.
Anche la preponderanza del protestantesimo rendeva la società statunitense molto diversa da quella europea e questo si rifletteva non solo sul lessico e sul simbolico, ma anche sul ruolo concreto delle donne nella società.
Nella Francia del 1848, le donne della corrente del socialismo utopista di Robert Owen e Charles Fourier parlavano del lavoro femminile in termini di diritto e di equità sociale e retributiva, oltre che di parità giuridica, di voto e di divorzio.
Mentre in Europa si sviluppavano i femminismi socialista, utopista e marxista, in America nasceva il femminismo liberale, diventato uno dei principali filoni del femminismo ottocentesco.

Un piccolissimo saggio, che si legge in un ora al massimo, che racchiude una accurata e dettagliata introduzione di Maria Paola Fiorensoli intitolata "Come prendere un tè e fondare il movimento femminista liberale", dove racconta la storia di come è nato tutto: da quel tè tra amiche, fino alla morte delle due donne da cui è partito questo movimento, passando per le vicende in Europa (francesi, inglesi e italiane), per i movimenti abolizionisti di metà Ottocento e per la loro prima Convenzione sui diritti delle donne.
Di seguito all'introduzione, viene riportata l'intera Dichiarazione dei sentimenti e le Risoluzioni scritte e firmate da Elizabeth Stanton, Lucretia Mott, Martha Wright e Mary Ann McClintock.

Quattro semplici donne che hanno dato vita a un movimento che è vivo ancora oggi, considerato dannoso e poco utile solo perché spesso frainteso nelle sue intenzioni e principi. Ma se ci informiamo in modo adeguato e capiamo cosa c'è alle spalle di questo femminismo, capiremo che è indispensabile sorreggere questo modo di pensare ancora oggi, perché tantissima strada è stata fatta da donne coraggiose e forti, ma tanta altra strada è ancora da fare e oggi tocca a noi.

venerdì 27 maggio 2016

POMODORI VERDI FRITTI AL CAFFè DI WHISTLE STOP di Fannie Flagg

Vidi il film "Pomodori verdi fritti alla fermata del treno" molti anni fa, ero ancora una bambina e mi piacque molto. Ancora  oggi lo riguardo con piacere ogni volta che lo trasmettono in TV. Quindi mi sembrava il momento per leggere il romanzo di Fannie Flagg dal quale è stato tratto il film.
Se devo essere sincera mi aspettavo qualcosa di diverso. Non fraintendetemi, mi è piaciuto, e molto, ma è diverso dal film in molti punti (punti fondamentali, a mio avviso). E grazie a questo molte cose che conosco su Whistle Stop ora, sono diverse da ciò che ho creduto e intuito dal film negli ultimi anni... Ma andiamo con ordine.

Evelyn Couch è infelice. Ha quarantotto anni e si considera una donna delusa e insoddisfatta dal matrimonio e dalla vita. Poi un giorno, nel corso di una visita alla suocera ricoverata in casa di riposo, fa la conoscenza della signora Ninny Threadgoode: e davanti ai suoi occhi stanchi si spalanca un mondo nuovo. Il mondo di Whistle Stop, una comunità di emarginati, amabili sognatori e stravaganti che cinquant'anni prima la signora Threadgoode ha visto raccogliersi intorno al piccolo Caffè vicino alla stazione. A gestirlo è una singolare coppia al femminile composta dalla dolce Ruth e da Idgie, bisbetica e perennemente in lite con il mondo.
Il romanzo racconta di come il Caffè divenne l'unico locale in Alabama frequentato sia dai negri che dai membri del Ku Klux Klan; di come Bill Ferrovia, il bandito senza volto, continuò per anni a rubare cibo dai treni merci per donarli alle vittime della Grande Depressione; di come Idgie e Big George furono accusati e processati per omicidio...
Ma è soprattutto la storia di come Idgie, Ruth e gli altri personaggi che affollano i ricordi della signora Threadgoode riescano ad entrare nella vita di Evelyn. La forza della loro esistenza si trasmetterà alla donna, e l'esempio del calore e del mutuo rispetto che li hanno animati riuscirà a restituire un senso alla sua esistenza.

Fannie Flagg narra le vicende degli abitanti di Whistle Stop attraverso la voce della signora Threadgoode: arzilla vecchietta con una memoria molto lucida, ma che si confonde ogni tanto a causa dell'età.
Il continuo passaggio tra passato, raccontando un arco di tempo che va più o meno dagli anni Venti agli anni Sessanta, e il presente, che si svolge negli anni Ottanta, viene spesso alternato da un simpatico bollettino settimanale scritto dalla signora Dot Weems, che risulta utile anche per capire alcuni piccoli avvenimenti e la vita della comunità dell'Alabama di quegli anni.
La storia del Caffè, di Whistle Stop e dei suoi abitanti non è lineare, ci sono molti salti avanti e indietro e io vi consiglio di tenere d'occhio le date che vi aiuteranno a collegare tutti gli avvenimenti (anche se io ho notato che alcune date non coincidono e non so se è un'errore della scrittrice o della traduzione). Mentre le vicende di Evelyn Couch, la parte ambientata nel presente anni Ottanta, sono raccontate passo passo e si può seguire facilmente la sua crescita ed evoluzione. Perché avrà una grande trasformazione. Una donna timida e remissiva di 48 anni, la cui vita le è scivolata davanti senza che lei se ne accorgesse; un po' depressa per aver fatto tutto ciò che la società si aspettava da lei e ritrovandosi, alle soglie della menopausa, con la terribile sensazione di non aver vissuto per niente, costretta in una specie di limbo incapace di andare avanti. L'amicizia con la signora Threadgoode, le sue storie appassionanti caratterizzate da personaggi forti e indipendenti, la aiuteranno a mettersi di fronte a uno specchio e decidere di cambiare il proprio futuro.

Scritto in modo scorrevole e con capitoli molto brevi e veloci, riesce a tenervi incollati alle pagine, appassionandovi alla storia di Idgie e Ruth e di tutti quei simpatici e curiosi personaggi che ruotano intorno a loro. La curiosità di scoprire le loro vicende e cosa accade vi spingerà a leggere questo romanzo tutto d'un fiato, incapaci di posarlo. E una volta finito anche voi, come Evelyn, sentirete una certa nostalgia per quei tempi passati e quelle persone che non ci sono più.
La bravura della Flagg sta anche nel riuscire a parlare di argomenti importanti e complicati con naturalezza e semplicità, senza tanti giri di parole, e allo stesso tempo far passare messaggi incisivi che vi porteranno a grandi riflessioni.

Questo romanzo, anche se ambientato in epoche diverse tra loro e dalla nostra, resta comunque molto attuale. Le tematiche trattate sono comuni ancora oggi, sotto alcuni punti di vista.
E' sicuramente un romanzo femminista. Ad esempio, a metà libro c'è un momento catartico per Evelyn, molto significativo e con molte riflessioni, che la portano a una svolta. La protagonista arriverà finalmente a prendere in mano la sua vita, rivoluzionandola completamente. Si creerà anche un divertente alter ego, Towanda, paladina delle ingiustizie e del femminismo; a volte un po' troppo estremista nelle sue idee, ma è comprensibile che la cosa le sfugga di mano ogni tanto dopo tutti gli anni di "repressione" che ha vissuto. Fatto sta che più tardi aggiusterà meglio il tiro e questo la porterà ad essere una donna più consapevole di sé e del mondo che la circonda, più equilibrata e positiva.
Il messaggio finale è sicuramente che non esiste un modo giusto per essere donna (ma vale anche per gli uomi, eh), l'importante è non fare le cose perché te lo dice qualcuno o perché è quello che la società si aspetta da te, ma dobbiamo essere noi a decidere come vivere la nostra vita e ogni scelta va bene, basta che ci renda felici. Non esiste una via giusta, esiste solo la via fatta per noi.

Si parla anche di uguaglianza. Idgie e Ruth, nel loro Caffè, trattano tutti allo stesso modo, senza distinzioni, senza pregiudizi. La stessa relazione omosessuale tra loro due è ben accetta da tutti, da subito, senza scenate o accuse, senza isolarle, e soprattutto senza giudizi non richiesti.
E' strano credere che questo possa essere successo nella chiusa e bigotta comunità del profondo sud degli Stati Uniti, intorno agli anni Trenta e Quaranta. E' strano perché è una cosa che fatica a succedere anche oggi che siamo nel 2016 (purtroppo!!!). Ma vi assicuro che la cosa appare estremamente naturale e inevitabile, che non faticherete a credere che le cose possano essere andate veramente così, anche in quegli anni.

Altro argomento trattato, e molto importante, è quello del razzismo. La situazione degli afroamericani in quel periodo non era certo delle migliori e l'autrice non lo nasconde affatto. Le cose erano molto complicate e pericolose (anche solo per la presenza del Ku Klux Klan), le persone di colore venivano trattate diversamente, poco considerate e isolate dal resto della popolazione, costrette a fare i lavori più umili e vivere in baracche. Ma Fannie Flagg crea una sorta di paradiso su carta, una sorta di zona franca, che è il Caffè di Whistle Stop, gestito da Idgie e Ruth, due donne emancipate e intelligenti, pronte a sfidare le convenzioni sociali e accogliere chiunque nel loro locale a braccia aperte.
"Pomodori verdi fritti al Caffè di Whistle Stop" insegna a non giudicare una persona dal colore della pelle, dal sesso, o dall'orientamento sessuale. E volete dirmi che non è estremamente attuale??!!!

Qualche veloce paragone e considerazione sul film che ne è stato tratto agli inizi degli anni Novanta (e il cui titolo è stato modificato in "Pomodori verdi fritti alla fermata del treno"). Ci sono molti punti in comune tra le due opere, il senso generale della storia è lo stesso, ma hanno anche molte cose che le differenziano.
Quella che nella versione cinematografica è una semplice amicizia, se pur forte e molto stretta, ma sempre e comunque un'amicizia tra Idgie e Ruth; nel romanzo è una relazione intima, una vera e propria storia d'amore. Il rapporto tra le due ragazze nasce immediatamente, e non tramite il fratello di Idgie (Buddy) come viene raccontato nel film. Infatti Idgie scappa di casa e si isola dal resto del mondo a causa della partenza di Ruth, e non per la morte del fratello (motivazione data nel film).
I personaggi nel libro sono moltissimi, e tanti non vengono nemmeno citati nel film, tutti ben delineati ed estremamente realistici, con i loro pregi e soprattutto i loro difetti. Ognuno di loro, a suo modo, è importante per la storia e il suo svolgimento.
Nel film sembra succedere tutto molto velocemente, più o meno in una quindicina di anni, e poi non si sa più nulla delle vite dei protagonisti; mentre il romanzo copre un arco temporale di quasi quarant'anni (con qualche accenno al presente), in questo modo al lettore è permesso di seguire l'intera vita (o quasi) dei personaggi.
In più il finale è diverso, e mi fermerò qui perché non voglio aggiungere altro e rovinarvi la magia e l'incanto di questo splendido libro, o film se preferite (io ora li amo entrambi!!)

Con un titolo del genere mi aspettavo che il cibo avesse una parte rilevante, e per alcuni versi è così, visto che Evelyn non fa altro che ingozzarsi di cibo spazzatura per tutta la storia; ma in qualche modo credevo che sarebbe stato più presente nei racconti della signora Threadgoode, nella vita delle due protagoniste e nel loro Caffé. In compenso però, alla fine del libro potrete trovare la ricetta originale dei famosi pomodori verdi fritti, tanto apprezzati dagli abitanti di Whistle Stop. Da provare assolutamente!!

Mi voglio concentrare di più su libri come questo: che riescono a parlare di argomenti importanti, ma sotto una luce più tenue e meno noiosa, accessibile a tutti; che fanno riflettere su idee e pregiudizi che nessuno dovrebbe più avere ai giorni nostri, ma che purtroppo resistono ancora; libri che con le loro pagine leggere e le delicate parole possono abbattere muri pesanti ed eretti troppo tempo fa; che ti avvolgono nei loro messaggi positivi e ti fanno sperare in un mondo migliore per tutti. Da ora in poi le cose possono (e devono) solo migliorare.

venerdì 22 aprile 2016

LA PASSEGGERA di Daniela Frascati

Mi piacciono molto i romanzi ambientati sulle navi, forse perché nelle mie vene scorre sangue di marinai: mio nonno materno, suo padre e il padre di suo padre prima di lui erano marinai.
L'ambientazione di una storia credo che sia molto importante e, visto che uno dei miei sogni è fare l'attraversata atlantica a bordo di una grande nave, ho accettato subito la proposta fattami da Scrittura & Scritture di leggere questo libro di Daniela Frascati, che si svolge proprio su un transatlantico, ed è pubblicato nella collana Voci, come romanzo moderno.

1914. Il transatlantico Il Paradiso naviga verso il Nuovo Mondo. A bordo, tra i passeggeri di ogni rango sociale, stipata nella terza classe, spicca da subito Aquilina per gli strani poteri di cui sembra essere dotata. Ma non è lei l’unico pensiero dell’integerrimo capitano Zocalo. Sul piroscafo, infatti, scoppia un’improvvisa epidemia dalle cause sconosciute persino al medico di bordo, Nerio Ferrer. Inoltre, viene denunciata la scomparsa di un uomo che, dal racconto del suo accompagnatore, aveva fatto espressa richiesta di cenare al tavolo di Marie Verdier, una francese che viaggia in seconda classe con il marito. L’incontro tra il capitano e la francese si rivela potente almeno quanto la tempesta nella cui balìa cade la nave.
Nessuno forse aveva colto il presagio di una traversata difficile nelle decine di gabbiani agonizzanti schiantatisi sul ponte della nave durante il passaggio nello stretto di Gibilterra.
Quando una cameriera mostrerà al capitano le piume nere disseminate nella cabina di Aquilina, il legame tra i suoi misteriosi poteri e quei fenomeni comincia ad assumere contorni inaspettati. Superstizioni, paure, sogni e passione renderanno il lettore ostaggio di questo intenso romanzo d’atmosfera.

Se mi seguite da molto, sapete che io non leggo molta letteratura italiana e soprattutto pochissimi autori contemporanei; non c'è un vero e proprio motivo in realtà, è solo che le mie scelte di letture si dirigono verso altro. Ma sono felice di aver letto "La passeggera" di Daniela Frascati, perché è stata una vera rivelazione.
All'inizio sembra un romanzo giallo, c'è un omicidio e il punto sembra quello di capire chi sia l'assassino; ma ben presto la storia si tinge di mistero, con avvenimenti surreali e quasi fantastici, grazie all'entrata in scena di Aquilina, bambina taciturna e timida che sembra comparsa dal nulla e in grado di comunicare in un modo tutto suo.
Il transatlantico Il Paradiso parte per la sua attraversata pochi giorni prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Oltre a questa terribile vicenda che aleggia come un fantasma su tutto il mondo, la nave di questa storia non è certo il posto idilliaco che il suo nome suggerisce. Dal momento in cui Il Paradiso si trova in mare aperto scoppia una terribile epidemia, difficile da contenere, un omicidio poco chiaro, una serie di suicidi sconvolgenti e tanto altro, tra cui un'incredibile passione tra il capitano e una passeggera, che rendono impossibile al lettore posare il libro prima di essere arrivato alla fine.

Si resta proprio incollati alle pagine, perché in questa storia c'è di tutto: amore, passione, tragedia, sofferenza, paura, morte, follia, violenza e speranza. Una trama molto fitta e intricata, come una matassa che si srotola pagina dopo pagina.
Un lavoro incredibile che Daniela Frascati porta a termine egregiamente, con uno stile chiaro e scorrevole, ma anche accurato e ricercato quanto basta per rendere la lettura piacevole e interessante.
Il cambio di registro nella narrazione non è per nulla fastidioso. Possiamo vedere i punti di vista dei diversi personaggi grazie all'alternarsi delle loro voci lungo tutto il romanzo, in modo fluido ed estremamente chiaro, che non confonde mai il lettore.
Se proprio dovessi trovare un difetto sarebbe la presenti di poche descrizioni dettagliate della nave, dei personaggi e dell'atmosfera in generale; ma credo sia solo un mio problema, perché lo sapete che sono una drogata delle parti descrittive, ne voglio sempre di più. In realtà si riesce lo stesso ad avere un'immagine mentale chiara e completa di tutta la situazione.
Il libro è disseminato di indizi e rivelazioni, che vi aiutano a svelare ogni mistero che aleggia intorno a Il Paradiso e ai suoi passeggeri. La Frascati vi accompagna per mano fino all'incredibile, e per nulla scontato, finale.

E' solo una storia di fantasia e non un romanzo storico, basato su fatti realmente accaduti, lo so, ma qualcosa tratto dalla realtà c'è e fa riflettere.
Fa riflettere come, all'inizio del secolo scorso, fossimo noi europei i migranti, che salivano sulle navi dirette in America in cerca di un po' di speranze, futuro e una vita migliore. Certo, nulla a che vedere con i barconi che arrivano oggi sulle nostre coste, zeppi di migranti disperati; all'epoca si trattava di grandi transatlantici che trasportavano persone di ogni ceto sociale, ma le cose non erano tanto diverse. Anche all'ora, e forse più di oggi, c'erano passeggeri di serie A, ricchi e benestanti che si potevano permettere certi agi e privilegi, e passeggeri di serie B, per lo più la feccia della società, poveri  disadattati e malati, costretti ad ammucchiarsi in piccole cabine, a volte senza poter vedere la luce del sole per tutto il viaggio. Ed erano quest'ultimi spesso a pagare il prezzo più alto della traversata, basti pensare alla vicenda del Titanic, in cui la maggior parte di quelli che morirono furono proprio i passeggeri di terza classe.
Un paragone azzardato dirà qualcuno, ma io non credo ci siano poi tante differenze tra quello che vissero i nostri antenati e quello che stanno vivendo altre popolazioni oggi. Ciò che li spinge, oggi come all'ora, è il desiderio di una nuova vita in un posto migliore, di un futuro per loro e le loro famiglie, sperando di essere trattati da persone e non come bestie da macello che non valgono nulla.

venerdì 25 dicembre 2015

CALENDARIO DELL'AVVENTO LIBROSO #25

BUON NATALE!!!!

Il grande giorno è arrivato!! Oggi è il 25 Dicembre: il giorno di Natale!! E con oggi si conclude il Calendario dell'Avvento Libroso, che ci ha accompagnato in questo ultimo periodo dell'anno. Spero che questo mio piccolo progetto vi sia piaciuto, vi abbia fatto compagnia e abbia reso il vostro periodo natalizio un po' più speciale e interessante.
Oggi sarete tutti estremamente impegnati, tra pranzi e cene, scambi di regali, visite a parenti e amici per gli auguri e molto altro ancora. Quindi, velocemente, vi auguro una giornata splendida e speciale, piena di gioia e amore, ricca di sorprese e allegria, circondati da chi amate di più!!
In tutta questa baraonda, non dimenticatevi dei LIBRI. Amici preziosi di carta, che i più fortunati di voi troveranno anche sotto l'albero (a me non li regalano mai). Compagni fedeli che non ci abbandonano mai, nemmeno a Natale. Magari questa sera prima di coricarvi, se non siete troppo stanchi e provati dai festeggiamenti, ricordatevi di leggere qualche pagina di quel libro che vi aspetta sopra il comodino.

Il libro di oggi è:

"LA STORIA INFINITA" di Michael Ende


Bastian è un giovane goffo e non è quel che si dice comunemente un "ragazzo sveglio", ma la lettura (e il termine è improprio, perché egli passerà alternativamente dal ruolo di lettore a quello di personaggio e di protagonista) di questo libro lo farà cambiare e farà cambiare la storia stessa. Gli farà capire che il "fa ciò che vuoi", che sta scritto sull'amuleto ricevuto in dono, non significa "fa quel che ti pare", ma esorta a seguire la volontà più profonda per trovare se stessi. Che è la strada più ardua del mondo.
Il libro e Bastian la percorreranno insieme, e il ragazzo attraverserà tutti i suoi desideri e passerà dalla goffaggine alla bellezza, alla forza, alla sapienza, al potere, fino a quando dovrà fermarsi.



Se questo periodo dell'anno è caratterizzato dalla magia, allora non c'è libro più magico di questo.
Un'avventura straordinaria nel mondo della fantasia, che ogni bambino dovrebbe vivere almeno una volta nella sua vita. Ma è molto di più. Perché è un romanzo con tanti insegnamenti, molti messaggi importanti e positivi, che aiutano a riflettere su questioni importanti e a crescere più forti e sicuri.
Molti di voi potrebbero dirmi che questo romanzo non c'entra niente con il Natale, e avrebbero anche ragione, ma questo rappresenta il mio Natale!! E per l'ultimo giorno del Calendario dell'Avvento Libroso volevo farvi un piccolo regalo personale, un piccolo pezzo di me e del mio personale Natale.
Ogni anno, proprio in questo periodo di feste, ho alcuni film che mi piace rivedere, che mi ricordano la mia infanzia e mi avvolgono nello spirito natalizio. Uno di questi (e mio preferito) è "La storia infinita". I ricordi che ho legati a questa storia sono innumerevoli, e non basterebbe questo spazio nel blog per elencarli tutti. Continuerò a custodirli nel mio cuore e ripensarci con affetto mentre guarderò, anche quest'anno, il film in televisione.
Ora che siamo arrivati alla fine, è ora di concludere e a TUTTI VOI che mi avete seguito in questi 25 giorni speciali di consigli letterari, tra libri più o meno natalizi, dedico questo straordinario romanzo, e insieme ad esso vi dono anche un pezzettino del mio cuore.

BUON NATALE A TUTTI!!

P.S. Se quest'anno ho deciso di creare il Calendario dell'Avvento Libroso, parte del merito va anche alla mia amica Vera che mi ha dato l'idea. Grazie infinite!!

giovedì 19 novembre 2015

MISS JERUSALEM di Sarit Yishai - Levi

Solo a leggere la trama di questo romanzo avevo capito che era una lettura adatta a me, un genere che mi piace molto e mi appassiona.
Voglio ringraziare la casa editrice Sonzogno per avermi inviato questa splendida opera e in particolare Valentina, che è stata molto gentile. Ci tenevo a spiegare che ho voluto il romanzo in versione cartacea, perché credo che la grafica della copertina sia fantastica. Bisogna ammettere che i libri Sonzogno sono di ottima qualità e particolarmente curati, quindi fanno la loro bella figura sullo scaffale della libreria.

Chioma rossa, incarnato candido e delicato, Miss Jerusalem, la ragazza più bella di Gerusalemme, è nata in una notte tersa, illuminata da una splendida luna, di cui ha preso il nome. Figlia di Gabriel Hermosa e di Rosa, si è sempre sentita diversa da tutte le altre: fin da ragazzina voleva vivere dentro un film e, come una diva di Hollywood, essere circondata da ammiratori, frequentare i locali dove si balla e si sorseggia caffè dentro tazzine di porcellana. All'inizio del Novecento, durante il mandato britannico, Luna cresce allegra, viziata e vezzeggiata dalle sorelle e da tutta la famiglia, discendente di un'antica stirpe di ebrei sefarditi. Papà Gabriel ha ereditato un delicatessen e, nonostante le bizze di Luna - che di stare in bottega proprio non ne vuole sapere -, lo ha trasformato in fonte di ricchezza per sé e per le tre adorate figlie.
Finita la Seconda Guerra Mondiale, in Palestina divampano i conflitti che condurranno alla nascita dello stato di Israele: prima la lotta contro gli inglesi, poi la guerra contro gli arabi impegnano le passioni e la vita dei giovani più ardenti. La situazione precipita velocemente, trascinando con sé la fortuna degli Hermosa e i sogni della bella Luna. Negli anni Settanta, sarà la giovane e ribelle Gabriela, trasferitasi a Londra, a raccontare vicissitudini, segreti e menzogne della sua famiglia, facendo rivivere la leggenda della madre, la fascinosa Miss Jerusalem, contesa da tutti gli uomini della città e costretta a sposare un uomo che non la ama.

Miss Jerusalem è un libro corposo, intenso e succoso, sono quasi 500 pagine da assaporare con calma, godendo ogni parola e riflettendo sulle vicende narrate.
Piccolo aneddoto personale: arrivata a pagina 130 ho chiuso il libro e mi sono chiesta cosa potesse ancora accadere, nelle 300 (e più) pagine successive. In quel primo centinaio di pagine erano successe così tante cose, delle vite intere erano state raccontate, che mi spaventava e allo stesso tempo incuriosiva da morire continuare a leggere. Prometteva benissimo già a quel punto.
Lo stile di Sarit Yishai - Levi è scorrevole, crudo e diretto, ma anche caratterizzato da una sottile ironia, che fa sorridere anche nei momenti peggiori. In questo libro si ride, ci si appassiona, ci si innamora, si odia e ci si commuove.

Attraverso la voce di Gabriela, la più giovane delle donne Hermosa, veniamo a conoscenza delle vicende della sua famiglia, ebrea di origine spagnola, che vive a Gerusalemme, in un arco temporale che comprende la prima metà del Novecento. La storia è quella di quattro generazioni di donne, che non potrebbero essere più diverse tra loro, ma unite oltre che dal sangue, anche dalla stessa maledizione, che pende sulle loro teste "costringendole" a sposare uomini che non le amano. La maledizione è particolare e curiosa: loro sono donne capaci di risvegliare la vita, la luce, la gioia e l'amore nei cuori dei propri padri, ma non sortiscono lo stesso effetto nei loro mariti, che non le amano perché il loro cuore appartiene ad un'altra.
La famiglia Hermosa viene inevitabilmente toccata dalle vicende reali che accadono a Gerusalemme in quel periodo. La città, quinta protagonista del romanzo, vive decenni intensi, difficili, pieni di contrasti che naturalmente diventano parte fondamentale della narrazione e della vita delle quattro donne protagoniste.
Da non dimenticare assolutamente sono le due sorelle di Luna, Rachelika e Beki, forti e indipendenti, appassionate e coinvolte nelle lotte per il loro Paese; così differenti dalla sorella maggiore, frivola e poco interessata a ciò che la circonda, e forse per questo la vita riserva a loro un po' più di felicità. Esse sono caratterizzate splendidamente dall'autrice, come tutti gli altri personaggi del romanzo.

 Da tempo non leggevo una saga familiare così bella e appassionante, mi ha ricordato romanzi come "Via col vento", "La casa degli spiriti" o "Cent'anni di solitudine": quei libri che non raccontano solo una storia, ma un'intero periodo storico, tradizioni secolari e la vita di una città. Si può sentire il respiro di Gerusalemme e la sua sofferenza è palpabile. Un romanzo che profuma di medio oriente, di spezie, sole e polvere.
Anche se è ambientato agli inizi del Novecento, è ancora estremamente attuale perché, purtroppo, Israele è una terra non ancora in pace e le incomprensioni presenti nel suo territorio hanno radici profonde nella cultura dei popoli che la abitano.

giovedì 5 novembre 2015

IL VENTO NEI SALICI di Keaneth Grahame

Mi piace ogni tanto prendere in mano questi libri per ragazzi e perdermi tra le loro pagine, perché soprattutto i romanzi che si rivolgono a questa fascia di lettori sono pieni di avventure, buoni sentimenti, grandi sogni da realizzare, amicizia pura e sottolineano la vittoria del bene sul male sempre e comunque.
Quindi ogni tanto, anche alla mia età, è bello lasciarsi trasportare da tutto questo, per sognare un po' di più e ricordarsi di come era bello quando la vita era un po' più semplice.

All'inizio del secolo scorso Kenneth Grahame, segretario della Banca d'Inghilterra, era costretto ad allontanarsi da Londra per lavoro. Per questo motivo scriveva ogni giorno al figlio una lettera in cui raccontava le incredibili avventure di un Rospo snob e capriccioso, ma in fondo anche simpatico e generoso; di una Talpa pacata, ma curiosa e temeraria; di un Topo d'acqua, prototipo del casalingo tranquillo; e del Tasso vecchio e saggio, pieno di esperienza.
Queste lettere divennero un romanzo che racchiude la magia delle incredibili avventure degli animali che abitano sulle rive del fiume, un microcosmo dagli orizzonti limitati, ma che sa creare l'atmosfera di ampio respiro dei grandi libri.





Quando ero una bambina prendevo sempre "Il Giornalino". Oltre a fumetti, storie e giochi, regalava spesso schede informative molto utili (per la scuola) e interessanti, così ho collezionato molti raccoglitori di "Conoscere Insieme" che ancora oggi mantengono un posto di riguardo nella mia libreria. Ma non c'era solo questo. Grazie a questo giornale per ragazzi ho anche molti album di figurine e romanzi a fumetti ed è proprio tra questi ultimi che ho una copia di "Il vento nei salici". Credo che quello dei romanzi a fumetti sia un'ottimo metodo per avvicinare i più piccoli alla lettura.
Cresciuta (e non poco) ho deciso di leggere il romanzo di Keaneth Grahame nell'edizione di Einaudi tradotta da Beppe Fenoglio. Per quanto mi sia piaciuto, sinceramente l'ho trovato non semplice per dei bambini, l'italiano è un po' arcaico e credo che i ragazzi di oggi arriverebbero con difficoltà alla fine della storia.
Non sarei del tutto d'accordo con un aggiornamento della traduzione, anche se mi rendo conto che forse si dovrebbe agevolare i più piccini che si cimentano con questa lettura; ma resta il fatto che, anche se i termini non sono più molto usati, mantengono una sorta di bellezza e poesia che secondo me bisognerebbe conoscere e imparare ad apprezzare.

Resta comunque una bellissima storia avvincente ed emozionante. Un piccolo mondo completo con le sue regole, i suoi usi e costumi, in cui incontriamo animali con caratteristiche e atteggiamenti molto umani. Ognuno dei personaggi ha il suo carattere distintivo, il suo particolare modo di fare, la sua personale visione del mondo circostante e le sue avventure da vivere.
Rospo, Talpa, Topo e Tasso sono tutti amici tra loro, ma sono anche molto diversi e vivono esperienze diverse. Una cosa li accomuna, secondo me, e accomuna anche noi a loro: a tutti piace fare esperienze nuove, vivere avventure e confrontarci con il mondo esterno, per poter imparare e crescere; ma ad un certo punto tutti vogliamo tornare alla tranquillità della propria casa, confortevole e sicura, per riflettere e ricaricarsi, o semplicemente per rilassarsi tra le mura domestiche.

Grahame, attraverso la sua storia, voleva celebrare la libertà della vita nella natura selvaggia, caratterizzata da piccole cose e genuina, in contrasto con i limiti mortificanti della vita di città, troppo frenetica e caotica. Ma è soprattutto un elogio all'amicizia, quella vera, il sentimento puro e incondizionato che ti lega a una persona per tutta la vita.
Insegna delle grandi e importanti lezioni: a voler bene a una persona per quello che è, con i suoi pregi e i suoi difetti, senza volerla cambiare a ogni costo; ad aiutare gli amici quando si trovano in difficoltà, anche se sono stati loro stessi a mettersi in situazioni scomode; ed infine, a capire e migliorarsi attraverso i nostri sbagli (e un po' anche vedendo quelli degli altri), ognuno con i propri tempi.
Per tutti questi motivi la trovo una lettura ancora attuale, potremmo dire intramontabile, un classico della letteratura da leggere almeno una volta nella vita, perché lascia un segno indelebile.

giovedì 4 giugno 2015

I DUE VOLTI DI NUOVA DELHI di Annarita Tranfici

Chi mi segue da tempo sa che io leggo pochissimi racconti o romanzi brevi. Di solito un libro più è grosso, voluminoso e pieno di pagine, più mi attrae. Mi accontento anche di romanzi più corti, ma che almeno superino le 150 pagine, in modo che abbiano il tempo di spiegarmi bene tutta la storia e riuscire ad immergermi appieno.
Però qualche volta, non spesso, ma ogni tanto mi lascio tentare da quelle letture veloci e scorrevoli che sono i racconti; come mi è capitato in treno, mentre andavo a Torino per il Salone Internazionale del Libro, con questo breve racconto di Annarita Tranfici.

Mani che si sfiorano e baci casti incapaci di nascondersi da sguardi perfidi e pericolosi. Desideri pressanti nel petto, spie di sentimenti a cui non è concesso veder brillare la luce del sole. Un fiore puro esposto alle intemperie, facile preda della gelosia e dell'invidia di cuori malati.
Una storia la cui dolcezza si perde in un pomeriggio come tanti che svela i volti di una Nuova Delhi con due anime; un lembo di terra in cui la sacralità confina con la perversione, in cui moralità e amoralità si intrecciano lasciando all'anima che si muove in questo teatro, tanta amarezza e rassegnazione.






Annarita Tranfici è una giovane ragazza di 27 anni con una grande passione per la lettura e la scrittura. Da circa un anno si dedica con passione alla stesura di brevi racconti, partecipando a concorsi e gare letterarie.
Il suo racconto "I due volti di Nuova Delhi" è stato pubblicato su Amazon il 22 gennaio scorso dalla Lettere Animate Editrice.

Essendo un racconto è velocissimo. La scrittura è semplice, scorrevole e piacevole da leggere, ma per quanto riguarda la storia, è tutta un'altra cosa.
Metaforicamente parlando è un pugno dritto allo stomaco!!
Non è certo il racconto da scegliere se si vuole passare un po' di tempo in tranquillità con una storia piacevole, magari una di quelle che non impegna troppo la mente e non fa riflettere più di tanto.
No, non è il caso di "I due volti di Nuova Delhi". Qui la vostra mente lavorerà molto, sarete pieni di pensieri e riflessioni profonde. Nella vostra testa andranno delineandosi delle immagini molto precise, crudeli e scioccanti che vi accompagneranno lungo tutta la lettura. Ma questo racconto non vi abbandonerà una volta terminato, perché, proprio come un pugno allo stomaco, il dolore si farà sentire per un po' di tempo.

Nelle prime pagine si vede sbocciare una tenera e innocente storia d'amore, ma ciò che accade dopo stride talmente tanto con le prime scene, che è proprio la chiave giusta per comunicare in modo molto chiaro e tangibile al lettore la sofferenza dei protagonisti.
I due volti di Nuova Delhi raccontati in queste poche pagine, sono in realtà i due volti del mondo intero. La presenza del male è palpabile attraverso le parole, quel male che sappiamo esistere in tutto il mondo, con cui conviviamo ogni giorno. Quella cattiveria profonda, a volte quasi gratuita (come in questo caso), che provoca un male insopportabile al quale probabilmente nemmeno l'amore riesce a sopravvivere.
Tutto questo provoca una grande rabbia nel lettore, che assiste impotente a tutta la scena.
Non è una storia semplice da leggere, ma ne vale la pena, perché vi lascerà molto su cui riflettere (e per me queste sono le letture migliori).

martedì 5 maggio 2015

ENCICLOPEDIA DELLA MOGLIE MODELLO di Annalisa Aglioti

Annalisa Aglioti è un'attrice teatrale, cabarettista e danzatrice italiana, attiva anche in televisione, l'avrete sicuramente vista nel programma "Colorado". La ringrazio per avermi proposto questa sua divertente opera, per me è stato un piacere leggerla.
Non essendo un romanzo, ma un'enciclopedia, è difficile farne un riassunto. Quindi vi lascio direttamente le parole di Annalisa che vi daranno un'idea di cosa tratta questo libro e dell'idea che ci sta dietro.

"Sono la Moglie Modello. Sono dolce, remissiva, pulisco-lavo-cucino-rammendo come una perfetta mogliettina anni '60. Purtroppo, nel 2014. Mentre cercavo un fidanzato, tramite il programma tv Colorado, mi hanno scritto in tantissime e mi son detta: "Ma quante ragazze come me ci sono là fuori?". Povere donne condannate a lavorare, agli aperitivi, alle sfilate, a postare foto su Faccialibro mentre, invece, vorrebbero solo un Marito al quale servire il caffè, reggendogli il giornale stando ammanettate al letto in reggicalze, parlando bene di sua madre.
Così, ho scritto la prima di 2.745 dispense per insegnare a essere Mogli Modello.
Se, come me, siete state abbandonate (purtroppo in tangenziale)... Se siete devote a santa Zerbino... Se credete che la moglie ideale sia un elettrodomestico col perizoma... O se solo volete ridere, mentre aspettate che bolla l'acqua, comprate questo libro."

Se femminismo vuol dire che una donna può fare ciò che vuole, allora comprende anche fare la casalinga, moglie e madre. Anzi, in questo caso il termine è più ampio: qui si parla di Moglie Modello. Tutto questo libro prende ispirazione dalla celebre Enciclopedia della donna del 1962 e lavora sulla memoria di stereotipi, ormai superati dalla storia, ma entrati nel cuore di milioni di donne e nel profondo della cultura occidentale. In queste pagine, i temi femminili del nostro tempo sono affrontati con gli occhi di una donna del 1962.

Tra battute irriverenti e intelligenti, alcune più riuscite di altre, insegna alle donne del 2015 ad essere preparate, impeccabili e ineccepibili in ogni stanza della casa e in ogni situazione. Una sorta di Moglie Modello 2.0, perfetta per il nuovo millennio.
In ordine alfabetico vengono spiegate le parole più importanti nella vita della MM e della sua relazione con Alfa. Partendo proprio da lui: Alfa (l'uomo da "adorare") e arrivando a Zerbino (la santa a cui ogni MM è devota), passando per altri termini come Abito (fondamentale quello nero), "Fitmmess" (la MM non ha tempo per andare in palestra, quindi si allena in casa), Invidia (che in realtà non esiste, ma è solo un errore ortografico), e molte altre.
La seconda parte dell'enciclopedia riguarda più l'aspetto erotico e "amatore" della Moglie Modello, perché una vera MM si riconosce anche in camera da letto!!

In realtà, in questa divertente enciclopedia, è l'uomo, Alfa, a fare una figura un po' pessima. Ma non dimenticate che regna molta ironia in ogni pagina. Mentre la donna ne esce sempre egregiamente, come merita, perché tutti sanno che "dietro un grande uomo c'è sempre una Grande donna...che gestisce, manovra e ammortizza tutto".

Non è assolutamente sessista e mi è piaciuto proprio perché è molto per le pari opportunità. Cioè una MM non è per forza una donna, ma può essere anche un uomo. Si rivolge a tutte le relazioni possibili: tra uomo e donna; tra uomo e uomo; tra donna e donna; tra uomo e animale; tra donna e oggetto... Insomma, ogni combinazione che si desideri. Sempre con molta ironia ovviamente.

mercoledì 29 aprile 2015

REYKJAVIK CAFé di Solveig Jonsdottir

Questo romanzo è uscito nelle librerie il 12 marzo scorso e io sono molto orgogliosa, perché per una volta sono sul pezzo. Beh, quasi...è passato più di un mese. Ma chi mi segue regolarmente sa che non parlo mai di libri appena usciti, io arrivo sempre dopo, non riesco a stare al passo con queste cose. Quindi sono molto felice di parlarvi ora dello straordinario Reykjavik Café.

Per una donna i trent'anni sono un'età meravigliosa, si comincia a fare sul serio e ad assaporare il bello della vita. Peccato che non sia quasi mai così.
Hervor, Karen, Silja e Mia, ad esempio, sono tutte alle prese con situazioni sentimentali caotiche e insoddisfacenti. C'è quella che si accontenta di saltuarie notti di sesso con l'ex professore di università; chi vive dai nonni, trascorrendo i weekend in discoteca e svegliandosi ogni volta in un letto diverso. Oppure la dottoressa, costretta a lunghi turni di lavoro, che la volta che rientra a casa senza avvisare sorprende il marito con una biondina. E poi c'è la più scombinata di tutte: è stata lasciata dal fidanzato e ora vive in una mansarda in mezzo agli scatoloni del trasloco, faticando a trovare un lavoro e una direzione nella vita. Le quattro giovani donne non si conoscono né sembrano avere molti punti in comune. A unirle è la pausa al Reykjavik Café dove, nel buio gennaio islandese, vanno a cercare un po' di calore. Finché, fra un latte macchiato e un cocktail di troppo, ognuna troverà la propria felicità, o qualcosa di molto vicino.

Prima di tutto un accenno alla copertina: secondo me è stupenda. Solo guardandola si viene catapultati nel freddo inverno islandese. Perché le copertine sono importanti, non prendiamoci in giro. Quando mi trovo di fronte un libro, la scelta di prenderlo o no dipende da diversi fattori: quello più importante, che influenza il 50% della decisione, è sicuramente la trama; un 15% lo attribuisco al titolo del romanzo (per esempio, non leggo nulla che nel titolo abbia qualcosa che si può mangiare...fissazioni mie); e il restante 35% va tutto alla copertina (e al formato del libro).

La scrittura è fresca e scorrevole, già dalle prime pagine il lettore viene coinvolto nella storia e da quel momento in poi è difficile posare il libro. Ogni capitolo corrisponde a una delle protagoniste, alternandosi tra Hervor, Mia, Silja e Karen, con un ritmo sempre incalzante e divertente, non si perde mai il filo della storia e alla fine il lettore ha un quadro completo di ciò che è accaduto.
Le quattro ragazze non si conoscono, ma si sfiorano continuamente durante tutta la storia, incrociandosi e influenzandosi con il loro passaggio. Questo mi ha permesso di riflettere su quanto le nostre azioni influenzino la vita di chi ci sta intorno nel bene (come nel caso di Hervor con Marinò), oppure nel male (come accade tra Karen e Silja). Mai sottovalutare l'importanza di una buona azione nei confronti di qualcuno. Bisognerebbe impegnarsi per fare sempre del bene, anche perché dicono che prima o poi torni tutto indietro e questo romanzo dimostra questa teoria.

Un'altra cosa su cui mi sono ritrovata a riflettere, mentre le pagine mi scorrevano tra le mani, è che quando tutto va male non servono molte parole, a volte basta un semplice abbraccio, pieno d'amore e comprensione, da chi ci sta vicino (che può essere un familiare, ma anche un amico sensibile appena conosciuto); oppure può essere utile anche un buon caffè, che scalda il cuore in una giornata fredda.
Queste quattro donne passano un periodo buio e triste della loro vita, come l'inverno buio e freddo dell'Islanda, protagonista anch'esso insieme alle ragazze, che sferza la capitale con i suoi soffi gelidi. Ma poi arriva la primavera, anche quando sembra tutto troppo buio, il sole comincia a scaldare un po' di più e quel freddo che congelava le ossa comincia a dipanarsi, il cuore riprende a battere e la vita stessa ricomincia.

Da questa terra poco conosciuta, fredda, ma incredibilmente interessante è uscito un romanzo affascinante che parla di quattro donne forti e determinate, che si rialzano dopo una caduta e sanno prendere in mano le redini della propria vita. Non mi stupisce che un libro così arrivi proprio da una giovane scrittrice islandese, Solveig Jonsdottir, perché recentemente ho letto un bel articolo del The Post Internazionale in cui si spiegava perché l'Islanda sia il paese più femminista al mondo. Dateci un'occhiata.