martedì 14 marzo 2017

DALLA PARTE DELLE BAMBINE di Elena Gianini Belotti

Mi ritrovo a parlarvi di un libro evidentemente diverso dal solito: non un romanzo, non una lettura principalmente di svago; ma un saggio accademico, pubblicato la prima volta nel 1973, che porta alla luce un'interessante teoria sull'influenza della cultura che ci circonda, che determina il nostro modo di essere e di concepire la sfera femminile e quella maschile. Una teoria che ha preso sempre più piede negli studi psicologici e che oggi ha forti basi scientifiche, riconosciuta in tutto il mondo e fondamentale per i gender studies.

La tradizionale differenza di carattere tra maschio e femmina non è dovuta a fattori innati, bensì ai condizionamenti culturali che l'individuo subisce nel corso del suo sviluppo.
Questa la tesi appoggiata da Elena Gianini Belotti e confermata dalla sua lunga esperienza educativa con genitori e bambini in età prescolare.
Ma perché solo "dalla parte delle bambine"? Perché questa situazione è tutta a sfavore del sesso femminile. La cultura alla quale apparteniamo - come ogni altra cultura - si serve di tutti i mezzi a sua disposizione per ottenere dagli individui dei due sessi il  comportamento più adeguato ai valori che le preme conservare e trasmettere: fra questi anche il mito della "naturale" superiorità maschile contrapposta alla "naturale" inferiorità femminile.
In realtà non esistono qualità "maschili" e qualità "femminili" ma solo qualità umane. L'operazione di compiere dunque "non è di formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi, ma di restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene.

A dire la verità non c'è molto di più da aggiungere su questo libro dopo questa spiegazione. Tutto ciò di cui tratta Dalla parte delle bambine è racchiuso in questa semplice, concisa e di immediata comprensione sinossi. Questo è ciò che Elena Gianini Belotti ha studiato e osservato per diversi anni, arrivando a queste conclusioni: il condizionamento culturale al quale ognuno di noi è sottoposto fin dalla più tenera età, fin dalla nascita, influisce il nostro modo di concepire, e di essere, maschi o femmine. L'influenza che tutti noi riceviamo da chi ci sta intorno a partire dalla famiglia, dalle insegnanti della scuola materna ed elementare, per arrivare ad amici e conoscenti, determina il nostro essere uomini o donne e ciò che secondo noi "deve essere" e "deve fare" uno o l'altro sesso.
Purtroppo, ancora oggi, la nostra cultura è principalmente patriarcale in diversi e svariati aspetti e questo ci porta ad avere delle idee distorte e piene di pregiudizi su ciò che deve essere una bambina (ma anche un bambino), sottolineando una certa sottomissione e inferiorità delle donne rispetto agli uomini.

Sicuramente figlio del suo tempo, pubblicato negli anni Settanta, ha al suo interno alcuni stereotipi che all'epoca erano ancora molto presenti, ma che oggi fortunatamente ci siamo lasciati alle spalle. Alcune cose descritte nel saggio sono superate o almeno non sono così marcate come all'epoca, ma molte altre invece sopravvivono ancora oggi e condizionano il nostro modo di essere e agire nella società.
Elena Gianini Belotti ci spiega subito, nelle premesse del saggio, quale sia il fine di questa analisi rivolta alle donne:
"Le critica alle donne contenuta in quest'analisi non vuole essere un atto d'accusa, ma una spinta a prendere coscienza dei condizionamenti subiti e a non trasmetterli a loro volta, e contemporaneamente a rendersi conto che possono modificarli."
Il libro è composto da quattro capitoli che analizzano nel dettaglio, e attraverso svariati esempi osservati direttamente sul campo dall'autrice, le quattro fasi in cui questi condizionamenti sono più forti e incisivi nello sviluppo del bambino e della bambina:

  1. L'attesa del figlio. Come in questo periodo di attesa si cominci già a fare una certa distinzione tra maschi e femmine con la scelta dell'arredamento per la cameretta o la scelta dei vestitini, come ad esempio l'assoluta esclusione del colore rose per i bambini, considerato un colore solo  ed esclusivamente per bambine.
  2. La prima infanzia. Come i bambini imparino molto presto la distinzione tra maschi e femmine e attraverso l'imitazione cerchino di identificarsi al loro genere di appartenenza; affrontando anche la così detta invidia del pene da parte delle bambine.
  3. Il gioco, i giocattoli e la letteratura infantile. Di come ci siano giocattoli "giusti" e "sbagliati" per i vari sessi (ad esempio macchinine per i maschi e bambole per le femmine e non viceversa); per non parlare dei vari tipi di giochi, come quelli di movimento e più attivi che sono più accettati per i bambini di quanto non lo sia per le bambine, che invece dovrebbero preferire giochi più tranquilli e statici. E la letteratura infantile, in cui si evidenzia una maggiore presenza di protagonisti maschili rispetto a quelli femminili.
  4. Le istituzioni scolastiche: la scuola infantile, elementare e media. Evidenziando come anche nelle scuole infantili dove ci si propone in primo luogo di rispettare l'individualità di ogni bambino si finisca per riproporre, a volte senza rendersene conto, i consueti modelli di maschio attivo e direttivo e di femmina passiva e subordinata.

Il fatto che sia un libro principalmente accademico non lo rende noioso e di difficile comprensione. L'autrice l'ha concepito perché fosse alla portata di tutti e fruibile a un vasto pubblico, compresi quelli che non hanno fatto studi riguardanti questo settore. Grazie all'innumerevole quantità di esempi e avvenimenti reali, osservati direttamente dalla Belotti, la lettura è scorrevole e interessante. Da questa lettura piacevole si può naturalmente prendere spunto per diverse riflessioni, ma anche osservare più da vicino e con maggiore consapevolezza quei condizionamenti che ci capita di subire o esprimere durante la nostra quotidianità; in modo da prenderne atto e poterli modificare come suggerito dall'autrice stessa.
Come già spiegato all'inizio, non è un comportamento che si attua solo con le bambine, ma anche i maschi sono sottoposti a condizionamenti, pressioni e influenze che li portano ad attuare un determinato modo di essere considerato idoneo al loro sesso. Non permettendo nemmeno a loro di essere e fare ciò che veramente vogliono.

Vi lascio con una riflessione sulla parità e l'uguaglianza tra i sessi, che Elena Gianini Belotti fa proprio all'inizio del libro, ma che io preferisco metterla qui, alla fine della mia recensione, per spingervi a riflettere e spero che queste parole risuonino dentro di voi come hanno fatto dentro di me:
"Non può esistere un colloquio autentico tra persone che stiano tra loro in posizione da dominante a dominato, occorre che si sentano pari. Così anche l'uomo, per ascoltare quello che la donna ha da dire su se stessa, deve sentirla uguale a sé. Ma se l'uomo avesse voglia di ascoltare quello che le donne hanno da dire su se stesse, gran parte dei problemi tra i sessi sarebbe già risolta, cosa che è ben lontana dall'essere vera."

venerdì 10 marzo 2017

ALLE FANCIULLE E ALLE FIGLIE DEL POPOLO di Anna Maria Mozzoni

Voglio continuare con questi libretti di Caravan Edizioni, perché sono veramente veloci da leggere, curati e interessantissimi, ma soprattutto mi hanno fatto conoscere delle figure importantissime per quanto riguarda il femminismo e l'emancipazione delle donne in generale.
Donne intelligenti e coraggiose, che tutti dovremmo conoscere e prendere a esempio.
Vi ho già parlato di Elizabeth Stanton e Lucretia Mott e la loro Dichiarazione dei sentimenti, ora è il momento della lettera di Anna Maria Mozzoni.

Nel 1884 Anna Maria Mozzoni scrive l'opuscolo Alle fanciulle, diviso nei due capitoli: Alle fanciulle che studiano e Alle figlie del popolo. Poche pagine dove spiega alle giovani, qualunque sia la loro condizione sociale, perché sia fondamentale per il benessere delle generazioni a venire impegnarsi nella battaglia emancipazionista e più in generale per il riconoscimento e la tutela dei diritti dei più deboli di fronte a quello Stato, l'Italia, appena nato.
Sono le donne, madri anche di quegli uomini che le opprimeranno, a dover combattere unite per una società equa.

Anna Maria Mozzoni nasce nella provincia lombarda nel 1837, da una famiglia colta e nobile per parte di madre. Il padre era studioso di fisica e la madre fu colei "che l'educò al libero pensiero".
Di quell'unità d'Italia, che lei visse in prima persona, non ne fu soddisfatta a pieno. Proveniva dalla Lombardia, territorio dell'Impero asburgico, a cui le riforme dell'Imperatrice Maria Terese avevano contribuito alla riforma del catasto, all'istruzione elementare impartita teoricamente anche dalle maestre, alla razionalizzazione dell'agricoltura, a un minimo diritto di voto per le donne possidenti che sceglievano i propri amministratori. Insomma, l'impero asburgico aveva avuto dei meriti, mentre l'unità significò per le donne del Lombardo Veneto un parziale regresso.

Già più di 150 anni fa, Mozzoni lottava per una società più equa, per la parità dei sessi, per l'emancipazione femminile e non solo attraverso questa lettera Alle fanciulle e alle figlie del popolo, ma anche con l'opera La donna e i suoi rapporti sociali (1864) in cui evidenziava le pessime condizioni delle operaie e delle lavoratrici in generale; pubblicò nel 1865 La donna in faccia al progetto del nuovo Codice civile italiano rivendicando il diritto di voto amministrativo e politico delle donne; tradusse The Subjection of Women, del filosofo liberale inglese John Stuart Mill, diventato la Bibbia dell'emancipazionismo e del suffraggismo; collaborò a La donna di Padova, uno dei primi giornali all'avanguardia nella lotta per i diritti delle donne; e nel 1878 pronunciò il discorso inaugurale al Congresso Internazionale per i diritti delle donne a Parigi.

Una donna molto impegnata nel difendere i suoi ideali, i valori in cui credeva e denunciare i tanti limiti imposti alle donne in quegli anni. Una vera e propria combattente che spese più di quarant'anni della sua vita a lottare perché le donne fossero più considerate e ottenessero di più in diversi campi, dal lavoro, alla famiglia, alla sfera politica.
Oggi, nel 2017, molti traguardi sono stati raggiunti e lasciati alle nostre spalle, ma non  bisogna dimenticarli e soprattutto non bisogna dimenticare le innumerevoli donne, come Anna Maria Mozzoni, che hanno permesso tutto ciò; che si sono impegnate negli anni per ottenere quei diritti che a volte noi diamo per scontati.

Molto importante per lei era l'istruzione: gran parte del discorso fatto in  Alle fanciulle e alle figlie del popolo sta proprio nello spingere le ragazze a studiare, a costruirsi un'istruzione e a farla valere.
Ma nella sua lunga carriera da attivista c'era anche un altro punto per lei molto importante, quello delle lavoratrici. Operaie, contadine, maestre tutte sottovalutate, sfruttate e sottopagate, che venivano considerate molto inferiori agli uomini.
Una battaglia lunga più di 150 anni, in parte molto attuale, perché ancora oggi non c'è parità tra i sessi nell'ambito lavorativo: a parità di lavoro, una donna viene ancora pagata meno e più si sale nella gerarchia aziendale e meno donne si trovano.
Ci sono ancora delle lotte da portare avanti e dei traguardi da raggiungere per tutte noi donne, una di queste riguarda sicuramente più diritti nell'ambito lavorativo.
Vi lascio con una frase premonitrice di Anna Maria Mozzoni, che si trova all'interno di questo saggio, e che spero vi porterà a riflettere sulla situazione:
Operaie, non chiedete tutela, esigete giustizia.

martedì 7 marzo 2017

DOVREMMO ESSERE TUTTI FEMMINISTI di Chimamanda Ngozi Adichie

Domani è la Festa della Donna, 8 marzo, e per l'occasione voglio consigliarvi questo piccolissimo libricino, un libro di appena quaranta pagine, che potrete leggere tranquillamente mentre aspettate che bolla l'acqua per la pasta, ma che al suo interno racchiude un messaggio importantissimo per tutti, perché dovremmo essere TUTTI femministi.

Questo saggio è la versione rivista di un intervento che Chimamanda Ngozi Adichie ha tenuto nel dicembre 2012 alla TEDXEuston Conference, un incontro annuale dedicato all'Africa in cui oratori provenienti da varie discipline pronunciano brevi discorsi con l'obiettivo di scuotere e ispirare un pubblico formato da africani e amici dell'Africa.

Chimamanda Ngozi Adichie è nata in Nigeria nel 1977 e ha studiato negli Stati Uniti. Già vincitrice di importanti premi con L'ibisco viola e Metà di un sole giallo, con Americanah ha conquistato la critica aggiudicandosi il National Book Critics Circle Award 2013 e giungendo tra le finaliste del Baileys Women's Prize for Fiction 2014.

In un discorso fluido, scorrevole, a tratti divertente, e per nulla prolisso o noioso, in cui Adichie cerca di spiegare, e far capire il più chiaramente possibile, cosa voglia dire essere una donna oggi. Attingendo molto spesso alla sua vita privata, portando ad esempio alcuni degli avvenimenti accaduti personalmente. Tre assolutamente eloquenti e significativi:
  • Quando alle elementari prese il voto più alto della classe in un compito e per questo aveva l'opportunità di diventare capoclasse, come aveva promesso la maestra; ma poi, la stessa maestra, le disse che il capoclasse doveva essere un maschio. Lo aveva dato per scontato.
  • Oppure quando, entrando in uno dei migliori alberghi della Nigeria, fu fermata dalla guardia che le chiese come si chiamava l'uomo che aspettava. Perché se una donna nigeriana entra in un albergo da sola, è una prostituta, non può essere assolutamente un'ospite che paga la propria stanza. Se un uomo entra nello stesso albergo, non viene fermato.
  • O ancora come le fu fatto notare che la rabbia non si addice a una donna. Se sei una donna, non ci si aspetta che tu esprima rabbia, perché è minacciosa
Nel suo saggio tocca molti punti importanti, per spiegare come nel nuovo Millennio ancora non si sia arrivati a uno stato di parità tra uomini e donne. Basti pensare alla maggior parte dei posti di potere e di prestigio che sono occupati da uomini, perché più si sale nella scalata al successo e meno donne si trovano.
Di come si sbagli ad insegnare alle ragazze a preoccuparsi di cosa pensano i ragazzi, a spingerle a competere tra loro per un uomo e per chi è la più bella, invece di sostenerle ad essere loro stesse e a competere per essere qualcuno nel mondo. Ci preoccupiamo a insegnare alle ragazze a non essere aggressive, toste o arrabbiate, perché non sta bene. Dall'altra parte però sbagliamo anche a educare i maschi. Con un idea ristretta e stereotipata di virilità, a cui diamo un'importanza spropositata, soffochiamo l'umanità e la sensibilità dell'uomo, che si ritrova rinchiuso in un modo di essere che magari non gli appartiene fino in fondo, invece di lasciarlo libero di esprimersi come vuole.

Ma femministi si nasce o si diventa? Per Chimamanda Ngozi Adichie probabilmente il femminismo è venuto naturale, fin da bambina lo era, da quando il suo migliore amico le disse "Sei proprio una femminista", e lei tacque perché ancora non sapeva cosa volesse dire quella parola; per poi arrivare a definirsi ironicamente "una Femminista Felice Africana Che Non Odia Gli Uomini e Che Ama Mettere il Rossetto e i Tacchi Alti Per Sé e Non Per Gli Uomini".
Per altri invece è diverso, è forse più difficile, ma femministi lo si può diventare. Basta riflettere accuratamente, anche grazie a questo libricino, sul ruolo di svantaggio che questa società riserva alla donna. Anche se sono stati fatti molti passi avanti dal secolo scorso, ancora non siamo arrivati a un livello di parità che gioverebbe a tutti, anche agli uomini, e non solo alle donne.

Questo piccolo libro, con le sue potenti parole all'interno porta una ventata di aria fresca a un femminismo stantio e visto attraverso numerosi stereotipi inutili e dannosi. Apre la strada a una definizione del termine più giusta e includente, per il XXI secolo:
"Femminista è una persona che crede nell'eguaglianza sociale, politica ed economica dei sessi."
Ma allora perché si parla ancora di femminismo? E non più in generale di diritti umani?
È la stessa autrice a rispondere: "Perché non sarebbe onesto. Il femminismo è ovviamente legato al tema dei diritti umani, ma scegliere di usare un'espressione vaga come quella, vuol dire negare la specificità del problema del genere. Vorrebbe dire tacere che le donne sono state escluse per secoli. Vorrebbe dire negare che il problema del genere riguarda le donne, la condizione dell'essere umano donna, e non dell'essere umano in generale."

È importante che ognuno di noi legga questo piccolissimo libro, è importante quello che troverete tra le sue pagine, ed è importante ciò che porterete con voi.
Voglio lasciarvi con una frase che a me ha fatto riflettere molto, la frase con cui Chimamanda Ngozi Adichie chiude il suo discorso, la frase da cui può partire una riflessione costruttiva per cambiare un punto di vista:
"La cultura non fa le persone. Sono le persone che fanno la cultura. Se è vero che la piena umanità delle donne non fa parte della nostra cultura, allora possiamo e dobbiamo far sì che lo diventi."


Come l'anno scorso che, nei giorni precedenti la Festa della Donna, uscì nelle sale cinematografiche "Suffragette" (che se non avete visto, è il momento di recuperare); anche quest'anno, in questi giorni, potrete andare a vedere un'altro film che parla di femminismo e parità: "Il diritto di contare".
La storia, fino poco tempo fa sconosciuta, delle donne nere che lavorarono alla Nasa e che, attraverso i loro calcoli e le loro capacità, contribuirono a mandare l'uomo nello spazio. Un film su donne forti, tenaci, in un epoca in cui essere donne e nere voleva dire valere meno di zero; e che con caparbietà hanno lottato e combattuto piccole battaglie giornaliere: dei piccoli passi per delle donne capaci, dei grandi passi per l'uguaglianza e l'integrazione.

venerdì 3 marzo 2017

DICHIARAZIONE DEI SENTIMENTI (e risoluzioni) di Elizabeth Stanton e Lucretia Mott

Dato che a marzo c'è la Festa della Donna, ho deciso di dedicare tutto il mese a letture sulle donne e più precisamente sul femminismo: che cos'è; come è nato; chi coinvolge; e perché è così importante ancora oggi.
È un termine bistrattato, erroneamente a volte coincide con "odiamo tutti gli uomini, le donne vengono prima di tutti e tutto". Ma in realtà femminismo vuol dire semplicemente parità di genere, nessuno è superiore a nessun'altro e si tratta sostanzialmente di lottare perché tutti, minoranze etniche/religiose/di orientamento sessuale comprese, uomini e donne, possano arrivare a una completa parità di diritti.
Importante è capire da dove nasce questa corrente, questo pensiero, e per questo ci viene in aiuto un libricino piccolo, ma potente, che si intitola "Dichiarazione dei sentimenti", pubblicato nella collana Segnavia di Caravan Edizioni.

A casa di Jenny Hunt, durante un tè tra amiche, Elizabeth Stanton, Lucretia Mott e Martha Wright parlarono della condizione della donna in quegli anni. Era il 1848, l'America stava dando vita ai primi tumulti contro la segregazione razziale e le donne cominciavano a muoversi per poter avere più diritti, tra cui quello più importante per l'epoca, e cioè il diritto al voto.
Tra una chiacchiera e una tazza di tè, queste quattro donne nemmeno si accorsero di aver dato il via a un fenomeno che avrebbe rivoluzionato la condizione della donna negli anni a venire e che continua tutt'ora a raggiungere traguardi importantissimi per tutte le donne del mondo.
Prima che scendesse la notte, Elizabeth Stanton e Lucretia Mott misero per iscritto quella che passò alla storia come la "Dichiarazione dei sentimenti": un manifesto, rivolto a tutti gli uomini, che in poche parole dichiarava che le donne si erano stufate di non essere ascoltate e di essere considerate inferiori agli uomini, elencando tutte le situazioni in cui le donne non avevano diritti, ma solo doveri nei confronti degli uomini; per poi mettere per iscritto le loro condizioni e i cambiamenti che avrebbero voluto vedere, ad esempio:

  • che la donna è uguale all'uomo
  • che le donne devono essere messe al corrente delle leggi che le governano
  • che lo stesso grado di virtù, delicatezza e raffinatezza del comportamento richiesto alla donna nella società dovrebbe essere richiesto anche all'uomo, e che le stesse trasgressioni vengano valutate con equa severità nei confronti degli uomini e delle donne
  • che l'uguaglianza dei diritti umani deriva necessariamente dal fatto che la razza umana è una nelle capacità e nelle responsabilità
  • che è dovere delle donne di assicurarsi il proprio sacro diritto al voto elettorale

Divenne il primo manifesto del femminismo americano, specchio di un movimento per i diritti civili e politici delle donne. Fu letto per la prima volta, di fronte a una numerosa folla, dalle due firmatarie in persona il 18 luglio 1848.
Da quel momento il movimento si diffuse molto rapidamente: per la prima volta le donne venivano messe al centro, non più considerata solo figlie, mogli e madri, ma persona dotate di coscienza e autonome, cui spettavano gli stessi diritti degli uomini.

Il movimenti prese il via da donne bianche, del ceto medio, ben informate sugli eventi, intelligenti e coraggiose. Considerate privilegiate rispetto ad una grande fetta del paese che viveva di poco e niente e a persone, prevalentemente nere, che erano ancora considerati schiave dell'uomo bianco. Nonostante questo, loro presero coscienza della loro situazione e combatterono per i diritti delle donne e il suffragio, ma al tempo stesso si impegnarono anche molto per il movimento abolizionista, unendo le forze per poter ottenere di più, potendo contare su un reciproco sostegno.

Il femminismo americano, che nacque da questa dichiarazione, era diverso da quello che contemporaneamente nasceva in Europa. Le quattro amiche, e tutte le abolizioniste e suffragiste statunitensi, avevano formato la loro identità politica sui documenti delle rivoluzionarie francesi e delle rivendicazioniste inglesi, come Mary Astell e Mary Wollstonecraft.
Anche la preponderanza del protestantesimo rendeva la società statunitense molto diversa da quella europea e questo si rifletteva non solo sul lessico e sul simbolico, ma anche sul ruolo concreto delle donne nella società.
Nella Francia del 1848, le donne della corrente del socialismo utopista di Robert Owen e Charles Fourier parlavano del lavoro femminile in termini di diritto e di equità sociale e retributiva, oltre che di parità giuridica, di voto e di divorzio.
Mentre in Europa si sviluppavano i femminismi socialista, utopista e marxista, in America nasceva il femminismo liberale, diventato uno dei principali filoni del femminismo ottocentesco.

Un piccolissimo saggio, che si legge in un ora al massimo, che racchiude una accurata e dettagliata introduzione di Maria Paola Fiorensoli intitolata "Come prendere un tè e fondare il movimento femminista liberale", dove racconta la storia di come è nato tutto: da quel tè tra amiche, fino alla morte delle due donne da cui è partito questo movimento, passando per le vicende in Europa (francesi, inglesi e italiane), per i movimenti abolizionisti di metà Ottocento e per la loro prima Convenzione sui diritti delle donne.
Di seguito all'introduzione, viene riportata l'intera Dichiarazione dei sentimenti e le Risoluzioni scritte e firmate da Elizabeth Stanton, Lucretia Mott, Martha Wright e Mary Ann McClintock.

Quattro semplici donne che hanno dato vita a un movimento che è vivo ancora oggi, considerato dannoso e poco utile solo perché spesso frainteso nelle sue intenzioni e principi. Ma se ci informiamo in modo adeguato e capiamo cosa c'è alle spalle di questo femminismo, capiremo che è indispensabile sorreggere questo modo di pensare ancora oggi, perché tantissima strada è stata fatta da donne coraggiose e forti, ma tanta altra strada è ancora da fare e oggi tocca a noi.

venerdì 24 febbraio 2017

IL SIGNORE DEI PORCELLI di Dentiblù

Io ho una sorta di amore incondizionato per Tolkien, la sua Terra di Mezzo e soprattutto per Il Signore degli Anelli. Questo fumetto parodistico proprio su quest'opera tolkieniana l'avevo visto molto tempo fa, spulciando un po' l'internet in cerca di nuovi suggerimenti di lettura. Non mi ero mai convinta a prenderlo, principalmente perché non è un genere a me consono, finché non l'ho trovato a Roma durante Più Libri Più Liberi, e così ho deciso che era arrivato il momento di provare qualcosa di nuovo.

Il cinghiale Zannablù ha l'Unico Anello, rubato scorrettamente a Follum, e ora lo deve portare a Porkor e gettarlo nel Monte Fatto per distruggerlo. Dato che c'è lo sciopero degli autobus, Zannablù è costretto a incamminarsi lungo il Vecchio Sentiero. Lungo il suo viaggio sarà aiutato, a fasi alterne, dal saggio Gandolfo; alloggerà "Al Puledro Spennato"; incontrerà Elfond, un maiale sempre affamato; e dato che la "Compagnia dell'Anello" sta mettendo in atto uno sciopero contro Elfond, Zannablù partirà alla volta di Porkor con una comitiva di turisti dalla contea di Giapphon, che saranno fondamentali, alla fine, per distrarre Pauron, l'Oscuro Signore.
Il doppio volume include la riedizione a colori di "Zannablù non deve morire": episodio in cui il nostro eroe... muore. Ma niente paura, si troverà a contrattare direttamente coi piani alti per avere una serie di chance per rimettersi in carreggiata fra i comuni mortali.

"Il Signore dei Porcelli" è la prima parodia di casa Dentiblù, nata nel lontano 2003, e oggi si ripresenta ai lettori restaurata e colorata, con qualche scena rivista o aggiunta.
Zannablù Gold accosta alla storia parodistica del titolo, storie a soggetto originale con protagonista Zannablù e il suo mondo. Quando ho incontrato l'autrice a Più Libri Più Liberi, oltre a farmi un bellissimo disegno con dedica all'interno della copertina, mi ha detto che questa storiella, "Zannablù non deve morire", è sicuramente la sua preferita, la più divertente che abbia scritto e che ancora sorride quando la rilegge.

Una breve parodia de "Il Signore degli Anelli" divertente e leggera, pochissime pagine che si leggono veramente in poco tempo, nelle vesti di un albo a fumetti.
Sì, io li chiamo fumetti. Sarà per la mia poca dimestichezza con questo genere, o per il fatto che sono anziana (se non tanto all'esterno, sicuramente all'interno), ma il termine "fumetto" mi sembra il più adatto. Se avete da ridire, se preferite chiamarli in altro modo, o se volete spiegarmi la differenza dei vari termini esistenti, vi invito a scrivermi nei commenti.
Personaggio preferito assolutamente Gandolfo. Sono morta dal ridere ogni volta che cadeva e sembrava morire in modo tragico, urlando "Fuggite sciocchi!!" per poi ritornare sempre "al mutare della marea". Veramente esilarante.

Se mi seguite da un po', sapete benissimo che io non leggo fumetti o graphic novel, non ne ho mai recensiti nel mio spazio e sono decisamente fuori dalla mia zona di confort letterario. Ma mi sono resa conto che questo è un genere che mi piace molto. Le parodie, o comunque i fumetti comici, rientrano perfettamente nei miei gusti, sono ideali da inserire tra una lettura e l'altra, per staccare e farsi due risate rilassanti ogni tanto.

Ho fatto bene a seguire le preferenze del mio cuore, scegliendo "Il Signore dei Porcelli" come prima esperienza per avvicinarmi alle opere di Edizioni Dentiblù. Dopo questa piacevolissima e divertente lettura, sono certa che se mi capiterà ne comprerà altri di questi fumetti.
Ho già messo gli occhi sulla parodia di "Harry Potter", che è una delle loro prime opere e quella che mi tentava molto a Roma durante Più Libri Più Liberi. Ho dovuto costringermi a scegliere un solo albo da portare a casa, perché non mi andava di comprare due fumetti, essendo io un a che non legge fumetti, e se poi non mi fossero piaciuti? Fortunatamente questa storia mi ha conquistata a pieno e quindi la prossima volta ne comprerò altre.
In più, ho visto che recentemente hanno fatto anche la parodia di "Stranger Things" che non posso certo farmi scappare visto quanto mi è piaciuta la serie TV. E voi l'avete vista la prima stagione su Netflix? Se la risposta è no, andate subito a recuperarla perché è stupenda.

mercoledì 22 febbraio 2017

ROMANZI A PUNTATE: Lemony Snicket UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI


Lemony Snicket è lo pseudonimo usato dall'autore Daniel Handler nei suoi libri per bambini "Una serie di sfortunati eventi" pubblicati tra il 1999 e il 2006. Nonostante la concomitanza con le uscite di quel straordinario fenomeno editoriale che è stato "Harry Potter" (dal 1997 al 2007) questa serie di 13 libri per ragazzi ebbe un discreto successo, soprattutto in America. Che oggi si rinnova grazie a Netflix e alla decisione di lanciare una serie TV ispirata ai romanzi.

Nella classifica delle persone infelici al mondo i fratelli Baudelaire occupano il primo posto, a loro capitano più cose orribili che a chiunque altro. Ma chi sono questi sfortunati?
Violet Baudelaire ha 14 anni ed è uno dei più  grandi inventori del suo tempo. Se la vedete con i capelli raccolti da un nastro, significa che gli ingranaggi e le leve del suo cervello creativo stanno andando a tutta forza.
Klaus Baudelaire è il figlio di mezzo, ha gli occhiali, il che può dare l'impressione che sia un amante dei libri. Impressione assolutamente corretta. Tutto il suo sapere viene dall'aver letto quasi tutti i liobri presenti nella libreria dei suoi genitori.
Sunny Baudelaire è la più giovane dei tre ed è anche una bebè. Ha solo quattro affilatissimi denti, che sono sempre pronti ad entrare in azione per mordere qualsiasi cosa.
I tre poveri ragazzi perdono i genitori in un terribile incendio nella loro casa e vengono affidati al loro tutore il Conte Olaf, un uomo rivoltante, viscido e perfido, il cui scopo è solo quello di mettere le mani sul cospicuo patrimonio dei Baudelaire cercando di eliminare i tre orfani.
Sfuggiti momentaneamente alle grinfie del Conte Olaf nel primo libro, i ragazzi vengono successivamente sballottati da un "parente" ad un altro, sempre rincorsi e raggiunti dal terribile Olaf che si traveste costantemente per non essere riconosciuto.

Una lettura piacevole e scorrevole, mi azzarderei anche a definirla leggera se non fosse per i temi trattati in questa storia. La sfortuna e le disavventure della vita sono presenti, ma non sono il tema principale, di questa saga. Tutto gira intorno al concetto della morte e più precisamente all'elaborazione del lutto. I ragazzi Baudelaire cercano di superare la perdita degli amati genitori, affrontando le sfide e le difficoltà che la vita mette loro davanti, attraverso la loro intelligenza, inventiva e tenacia. Le abilità di questi giovani ragazzi, rappresentano le strategie che una persona può mettere in atto per superare le difficoltà e i tiri mancini che la vita può presentare.
Il senso di malinconia  e tristezza che pervade tutti i libri è contrastato da un forte senso dell'umorismo, molto nero e gotico, che non si trova molto spesso nelle storie per ragazzi.
È sicuramente una saga leggera, ma che fa riflettere, grandi e piccini, su temi importanti della vita e ha la straordinaria caratteristica, come Harry Potter, di crescere insieme ai suoi lettori.

Sono libri per bambini ideali per loro, perché sono anche estremamente istruttivi ed educativi: il narratore spesso si sofferma a spiegare termini più difficili, modi di dire ed espressioni del linguaggio comune. Il tutto è fatto senza diventare noioso o prolisso, ma mantenendo la narrazione fluida e stimolante, dando la possibilità ai bambini di imparare parole nuove senza quasi accorgersene.
Gli adulti potrebbero trovare questi romanzi comunque appassionanti, anche se confezionati per un pubblico più giovane, e al loro interno potrebbero trovare anche molti riferimenti letterari che ai bambini invece sfuggirebbero. Ad esempio lo stesso nome dei tre protagonisti fa riferimento al poeta maledetto Charles Baudelaire; i figli del signor Poe si chiamano Edgar e Allan; e ogni libro è dedicato a una donna di nome Beatrice, amata dall'autore e purtroppo precocemente scomparsa, che ricorda la Beatrice di dantesca memoria.
L'autore ama inserire all'interno dei suoi libri, oltre che riferimenti letterari e colti in generale, anche molti giochi di parole. Una curiosità è che tutti i titoli dei libri (tranne l'ultimo, La fine) contengono delle allitterazioni, e queste le si trova anche in molte espressioni all'interno dei romanzi (ad esempio Spiaggia Salmastra e Magnatte Magnose).

Il concetto di sfortuna è centrante e ricorrente in tutta la storia. Partendo dal titolo della serie, in cui c'è proprio la parola "sfortunati", al narratore che comunica sin dall'inizio che la storia che si andrà a leggere non ha nulla di allegro e divertente, ma anzi è triste e caratterizzata dalla malasorte, infatti l'inizio è proprio eloquente:
"Se vi interessano le storie a lieto fine, è meglio che scegliate un altro libro. In questo non solo non c'è lieto fine, ma nemmeno un lieto inizio, e ben poco di lieto anche in mezzo."
Gli orfani Baudelaire non sono per nulla fortunati, fin dall'inizio accade di tutto a questi poveri ragazzi: dalla morte dei genitori, alla persecuzione del Conte Olaf, alla morte di vari parenti uno dopo l'altro. Una situazione triste e disperata, aggravata dal fatto che Violet, Klaus e Sunny sono sempre lasciati a loro stessi perché circondati da adulti incapaci e stupidi, mai all'altezza della situazione, e quindi sono costretti a salvarsi da soli e a sistemare le cose.
Anche la numerologia è importante in questa storia. Il 13 è un numero ricorrente: 13 sono i libri che compongono questa serie e ognuno di loro ha 13 capitoli al suo interno. Per la cultura anglosassone, ma anche per molte altre culture nel mondo (un po' anche in quella italiana) questo è il numero della superstizione, che "porta sfortuna" e di cattivo augurio; in più nei Tarocchi è il numero associato alla carta della Morte.
Anche la serie TV ha voluto rimarcare questo importante simbolo, infatti Netflix ha messo online le otto puntate della prima stagione proprio venerdì 13 gennaio 2017.

La serie TV Netflix è creata da Mark Hudis e l'autore dei libri, Daniel Handler, figura tra i produttori esecutivi.
Tra gli interpreti riconoscerete sicuramente Neil Patrick Harris (il Barney Stinson della sitcom "How I Met Your Mother") che veste i panni di uno straordinario Conte Olaf.
Anche i ragazzini che interpretano gli orfani Baudelaire (Melina Weissman e Louis Hynes), sebbene alla loro prima esperienza recitativa, sono molto bravi e convincenti.
Per ora sono disponibili gli otto episodi che compongono la prima stagione, i quali coprono la storia dei primi quattro libri della saga (due episodi per ogni libro).
La scenografia è veramente accurata, dimostrando una grande attenzione per i dettagli. Anche se la colonna sonora non lascia certo il segno, è la sigla il punto forte. All'inizio fastidiosa, ma che vi rimarrà impressa come poche e vi ritroverete a canticchiarla continuamente, dopo averla sentita solo due volte.

Come i libri, la serie alterna momenti cupi e drammatici a momenti più leggeri e divertenti, per questo è adatta anche ai bambini. È in grado di parlare di temi importanti come l'elaborazione del lutto, la morte e l'affrontare le difficoltà, con sincerità, lucidità e un pizzico di ironia.
Un prodotto che piacerà sicuramente agli amanti dei romanzi, per la sua incredibile fedeltà all'opera letteraria, ma che può essere apprezzata anche da chi non conosce la storia e si avvicina a essa per la prima volta.

Se i primi due episodi vi sembreranno un po' lenti e noiosi, cercate di tenere duro e continuare nella visione, perché poi la situazione si movimenta di più e tutto appare più interessante e scorrevole.
Per mantenere il più possibile la sensazione della narrazione dei libri, in cui il narratore si rivolge direttamente al lettore, nella serie è stato introdotto il ruolo di Patrick Warburton che interpreta proprio Lemony Snicket e che, guardando dritto verso la telecamera, si rivolge allo spettatore, adottando il meccanismo di rottura della quarta parete.
Il passaggio dai libri al piccolo schermo porta con se qualche modifica, che è d'obbligo in questi casi per mantenere una narrazione efficace. Ci sono molte anticipazioni della trama che, invece, nei libri appaiono molto più avanti. Per questo io vi consiglio di leggere prima tutta l'intera saga e non, magari, di farlo in contemporanea con la visione della serie TV (come ho fatto io) per evitare di spoilerarvi alcuni avvenimenti (anche molto importanti) che troverete nei libri successivi. Mi rendo conto che sono 13 romanzi, ma vi assicuro che sono molto veloci ed estremamente corti (non dimentichiamo che sono indirizzati ad un pubblico molto giovane), li leggerete in un baleno.

Per chi se lo fosse perso, esiste anche il film Lemony Snicket - Una serie di sfortunati eventi del 2004 con Jim Carrey nei panni di un divertentissimo Conte Olaf, diretto da Brad Silberling (e con una straordinaria Maryl Streep - ma che ve lo dico a fare - che interpreta la zia Josephine).
Questo film si basa solo sui primi tre libri della saga, adattando la trama e mescolando un po' le vicende degli orfani Baudelaire.
Nonostante io l'abbia trovato molto carino e divertente, la critica lo stroncò definitivamente e non ci furono seguiti alla prima pellicola.
Ma potrete vederlo anche per poter fare dei paragoni e notare le innumerevoli differenze con i libri e con la serie TV disponibile su Netflix.

venerdì 17 febbraio 2017

LETTERE DA...Ludwig van Beethoven



Nuova rubrica estemporanea per il blog, probabilmente a scadenza del tutto casuale come piace a me.
Tutto nasce qualche settimana fa, mentre guardavo alla televisione Sex and the city (il primo film). Film che, qualsiasi cosa se ne dica, a me fa sempre piangere moltissimo. Nella scena in cui Carrie è a letto con Mr Big e legge alcune lettere d'amore di uomini illustri, ho cominciato a pensare quanto mi piacciano le lettere. Brevi o lunghe che siano, d'amore o meno, mi sembra di poter sbirciare un po' di più nella vita delle persone, capire i loro sentimenti e comprenderli attraverso i loro scritti. Se poi le ritrovo anche all'interno dei romanzi che leggo, ancora meglio, perché mi aiutano a conoscere meglio i personaggi.
Ho qualche raccolte delle corrispondenze di alcuni dei principali scrittori e scrittrici della storia, ma ho anche diversi romanzi in cui si possono trovare alcune lettere scritte dai personaggi e in più ho proprio il libro che Carrie Bradshaw legge nel film: "Ti amo. Come lo hanno detto gli uomini famosi".
E allora perché non condividerle con voi un po' alla volta? E soprattutto inaugurare questo primo post proprio con la lettera di Beethoven, che diventerà significativa per i due protagonisti del film, che mi hanno ispirato questa nuova rubrica?

Ludwig van Beethoven: compositore vissuto dal 1770 al 1827. Fu colpito da una forma di sordità che tendeva a peggiorare e che lo condusse sull'orlo del suicidio. Aveva un carattere difficile, tormentato, depresso e irascibile. Non si sposò mai, benché si fosse innamorato profondamente più volte, in genere di sue allieve aristocratiche e irraggiungibili.
Dopo la morte, vennero rinvenute tra i suoi documenti tre appassionanti lettere d'amore mai spedite, indirizzate alla sua amata immortale. Non sono datate e l'identità dell'amata immortale non è mai stata stabilita con certezza.

Buon giorno, 7 luglio
Anche a letto i miei pensieri corrono a te, mia amata immortale, lieti, talvolta, poi di nuovo tristi, in attesa di sapere se il destino ci esaudirà. Per affrontare la vita, io debbo vivere esclusivamente con te oppure non vederti mai. Sì, ho deciso di andare errando lontano, fino a quando potrò volare tra le tue braccia, dirmi davvero a casa mia presso di te e, circondato dalle tue braccia, lasciare che la mia anima sia trasportata nel regno degli spiriti beati. Ahimè, purtroppo deve essere così - Tu ti rassegni, tanto più perché tu conosci la mia fedeltà verso di te, mai alcun'altra donna potrà possedere il mio cuore, mai - mai - Oh Dio, perché si deve star lontani da chi si ama tanto; eppure la mia vita a Vienna in questo momento è una vita atroce - Il tuo amore ha fatto di me il più felice e il più infelice mortale - Ora, alla mia età, avrei bisogno di regolarità e di stabilità nella mia vita - può accordarsi questo con i nostri rapporti? - Angelo mio, proprio ora vengo a sapere che la posta parte tutti i giorni - e debbo perciò terminare, in modo che tu possa ricevere subito la lettera - Sii calma; soltanto considerando con calma la nostra esistenza, possiamo raggiungere il nostro scopo che è di vivere assieme - Sii calma - amami - Oggi - ieri - che struggente desiderio, fino alle lagrime, di te - di te - te - vita mia - mio tutto - addio - Oh, continua ad amarmi - non disconoscere mai il fedelissimo cuore del tuo amato.
L.
Eternamente tuo
Eternamente mia
Eternamente l'uno dell'altro